mercoledì 12 ottobre 2016

Oltre lo sguardo

Genesi


Di una storia vorrei parlare
senza nulla poter tralasciare,
di dettagli ne racconto volentieri
per poter aggiungere ai vostri, i miei pensieri.
Come un solco nella roccia che viaggia nell’ eterno
così io posso impressionarvi nel vostro interno.
C’è uno spazio di tempo in ogni racconto,
ma non nel mio ne terrete conto,
dove lo spazio con il tempo c’è un continuo affronto,
come la gioia dell’alba di Mastro Sole, e il suo infelice tramonto.
Il senso delle due cose è un continuo paradosso
che il mondo intero nei loro indefiniti significati ha sempre percosso,
ed è con loro che la mia rabbia si concentra
la solita vita di ogni giorno, monotona, lo stesso posto, obsoleto, che mi tormenta;
mai nel cielo una nuova scintilla,
mai un autentica emozione nelle mie vene zampilla.
Un lento torpore assopisce l’anima mia inquieta,
attende, ansiosa, una notizia assai lieta,
attende, essa attende la sua avventura

il momento di gloria per poterlo gridare al mondo senza paura.

La cittadella




Tanto fu il tempo che è ormai passato dall’inizio di questa storiella
che ormai non ricordo né il come né il perché ero nella cittadella,
tuttavia, fu inequivocabile il ricordo di essermi perso
e di far loco nella mia mente della strada di ritorno non vi fu verso.
Stranito dalle tante case,  le une sulle altre affollate
e dalla tanta  diffidente  gente, dalle tante lingue parlate,
tutti insieme lì a formare un nessuno, volti vaganti, ostaggi delle proprie abitudini
in un assurdo mondo frenetico e terribili abomini dimenticate dalle loro consuetudini.
D’improvviso, l’istinto sopravalse tutti i miei lungimiranti pensieri,
mi spinse a percorre la strada verso Mastro Sole, infilandomi fra piccoli e loschi sentieri
cosicché in un ceco vico finii. Confuso, rimasi senza parole,
“strano!”pensai, all’arrivo nella cittadella avevo alle mie spalle Mastro Sole.
Per ore e ore vagai fra vie, traverse e vicoli,
gallerie, ponti e persino due piccoli cunicoli,
“E della mia strada? … cosa ne sarai mai accaduto?
Eppure da una di queste strade sono venuto! ”
Dissi fra me e me perlustrando con cura ogni singolo angolo
nel modo in cui faceva il marinaio sull’albero di vedetta con il suo binocolo,
con l’ansia nel poter gridare “Terra!” al primo punto scuro all’orizzonte
o a tal punto nel creare l’illusione nella sua mente.
Stanco nel vagare nell’ignoto, feci la cosa più ovvia e meno complessa:
far appello agli altri della strada persa.

Il nobile informatore

Un giro intorno con occhi tesi nella ricerca di un valido informatore
quando ai miei occhi colse d’improvviso un alto e distinto signore,
dalla postura eretta ed età modesta, i baffi ben drizzati ed beneducata voce.
Senza dubbio di nobile istruzione, sicuro del suo cammino e il passo veloce,
con un finissimo bastone di acero bianco che dondolava dalla sua mano
e un alto cilindro sul capo, di certo, il mio cercare non sarà vano.
Con ugual decisione nel passo,
a lui mi avvicinai fermandolo con il suo permesso,
“Perdonate buon uomo, disporreste della facoltà nel dar indicazioni
a un giovane  che ha smarrito la via di ritorno a casa senza privazioni?
Poco più di due ore di cammino al di fuori di questa cittadella
su un colle dove al di là nasce Mastro Sole che la notte cancella ”
Il nobil uomo, con animo gentile diede mostra della sua formazione
affabile, disponibile e privo di indugio alla situazione,
“Mio caro giovanotto, se un colle e il Sole cerchi,
devi certamente indirizzarti dove i galli cantano parecchi!”
Con un rapido gesto col cappello mi pose un saluto, io rimasi perplesso,
della sua risposta rimasi fermo lì a fissarlo andar via come un pesce lesso.
Come indicato, seguii la nobile indicazione,
analizzando le parole di quella sua interpretazione.
Di tristi giardini blindati da inferriate con un insipido colore di fiori vedevo intorno,
ricoperti da  lunghe ombre da far confonder ai pochi uccelli la sera con il giorno.


Il Fattore

Abbandonai Mastro Sole come guida e mi recai dove i galli c’erano in abbondanza
giungendo ad un allevamento, convinto che sia il posto giusto con forte costanza.
Dal centro alla periferia passai
ma non del tutto la cittadella abbandonai.
Eppure, né di colline verdi e né il radioso Mastro Sole, erano presenti.
Solo un gran schiamazzo e il gran tanfo sussistevano e anche più che consistenti.
Il fattore vidi da lontano, con un mezzo sacco di chicchi di mais a tracollo,
un cappello di vimini gli copriva il viso e un rosso fazzoletto gli fasciava il collo.
Solitario era, con centinaia e centinaia di galli, polli e galline
altri si beccavano fra loro mentre altri facevano moine,
 e un cane guardiano che gli faceva da compagnia. 
Lavorava tra il ronfo del cane e i canti dei galli in completa armonia.
Le galline povere e ignoranti, rastrellavano la terra con impazienza
quasi come interrare  il cibo del fattore che c’era in abbondanza,
cosi esclamai “Beata ignoranza!
non godono né di furbizia e né di intelligenza!”
Giunto all’ingresso, un gallo balzò con furia dallo steccato della sua cella
al ramo dell’albero arruffando le penne come per dire “Alto là!” di una sentinella.
E proprio osservando quell’albero del gallo sentinella che scoprì alla mia mente
 di due pini, una quercia e un salice  dipingevano la mia collina con un verde accogliente.
Contento di questa mia nuova traccia, chiesi al fattore
anche se ero insicuro che poteva  rendermi il favore. 
“Buondì buon fattore, chiedo a voi l’indicazione per una strada
che mi porti su un colle con due pini una quercia è un salice ricchi di rugiada!”
Il fattore alzò lo sguardo al cielo levando il cappello e asciugando la fronte,
Lento era nel rispondere, ma riflettere pareva indicare l’orizzonte.
“Figliolo, la mia vita è fra i polli spennati e galli canterini
di alberi io non ne comprendo,  che siano querce, salici o pini!
Ma di certo alberi troverai da chi con gli alberi vivere ha imparato!”
La sua onestà e coscienza di ignoranza mi ha molto impressionato
Indirizzandomi il sud, in cammino mi misi.
Ma in dove stavo andando, i miei pensieri erano indecisi
eppur ero convinto che la strada giusta non era,
colline verdi assolate, pini e di querce non ne vidi fino alla sera.
Mastro Sole calante tinteggiò di rosso la cittadella che per uno strano caso lì ritornai
di altre strade non esistevano, stanco affamato in un posto tranquillo mi riposai.
Man mano la notte si ingrossava, la nostalgia di casa assaporai.

La vecchia Ballerina

Ora nulla potevo fare, andar da chi vive con gli alberi era tardi ormai,
allorché come un angelo mandato dal Signore,
una gentil donna anziana con simpatiche guancie di colore,
aprì le sue porte di casa e con un gran sorriso mi invitò ad entrare.
I miei occhi si riempirono di gioia, siccome di persone così gentili d’oggi giorno son rare,
“Cosa fa al calar della notte, in mezzo alla strada, un giovane cosi scaltro?
… stanco e affamato  aggiungerei senz’altro!”
Ricurva per la tenera età, boccoli d’argento che cadevano fin sopra le spalle
con un luccicante cammeo color avorio univa i lembi dello scialle.
Un timballo morbido e caldo dall’odore saporito subito mi si presentò davanti.
La cara vecchietta contenta del mio appetito, mi riempì di storie con occhi traballanti
di un tempo andato via, di amori perduti e ricordi vivi e giovani più che mai
per l’intera notte ascoltai ma stanco non fui, perché sentirla mi appassionai.
Ricca era di vita e di esperienze,
trasferiva in me la sua unica eredità senza mai avere nei ricordi lacune o carenze.
Un ricco capitano, con una misera nave la foto mi mostrò
 di un virtuoso artista, un nobile e di un cuoco poi mi raccontò,
un gradevole tepore emanava il camino con un’alta  fiamma che danzava sinuosa
seduti su dondoli  di vimini con le ombre agitate come una folla ansiosa,
che ci prestavano la loro compagnia mentre aiutavo la nonna e il suo filo di lana
con le mani, l’una ben distante dall’altra mentre lei raggomitolava assai lontana
da est ad ovest il lungo filo di lana ne era  protagonista finché il sonno non mi colpì
 in balia delle storie della cara vecchietta che di raccontar ancor non finì.
Di anni di continua lotta e sacrificio con il rimpianto di voler amare,
sapeva che ero addormentato, ma continuò a raccontare,
come fa una mamma ad addormentare il suo bimbo con la sua ninna nanna
giacché la solitudine era ormai la sua condanna.
Il mattino arrivò presto e dolce fu il mio risveglio,
con un caldo odore di una ricca colazione, non seppe la nonna svegliarmi meglio.
La sua casa era piccola e in tre livelli
Zeppa fin l’orlo delle pareti di foto sue dei tempi belli,
una scala in legno, un tappeto che ricopriva i gradini e un candelabro acceso.
Ogni piano era per lei un mondo già vissuto, ogni cosa aveva per lei un gran peso
colmi di souvenir di ogni posto visitato
e di doni dei giovani amanti del tempo passato
mai lei, li avrebbe dimenticato
custodito nel cuor suo con un valore inestimato.
Salimmo le scale e gradino dopo gradino esisteva per me una storia.
Breve o corta, bella o brutta lei la raccontava nel modo più buffa o alquanto seria.
Quanto c’era da dire, una vita intera formata in aforismi e aneddoti
che avrebbe tanto voluto raccontare ad una marmaglia di nipoti.
Le foto, i ritratti erano prove empiriche delle sue storie
cosicché da rendermi conto che le sue non erano vicende illusorie.
Chiedeva compagnia null’altro più, un po' di tempo a cui esprimere la sua dotte,
a dare un consiglio o semplicemente un qualcuno a chi dire buonanotte.   
“Ebbene, sei tu forse stanco delle mie storie vecchie?”
Dissi di no ovviamente ma in leggero disaccordo furono le mie orecchie
“Le cose che ha dire la mia mente sono mille, milioni o  forse infinite
Tuttavia, è al mio cuore che invito ad aprirsi, che ahimè ha posto con me il limite”
Disse sospirando con fatica rattristando il volto,
lasciando la suggestione di un mistero irrisolto. 
Dinanzi a un immensa biblioteca personale,
iniziò a sfogliare libri, tomi, volumi ricche di parole assurde con un senso  banale.
Foto, dipinti, su carta semplice o su  tela e cornici,
stemmi, loghi  ed emblemi storici.
Tutto mi mostrò
e nulla nei dettagli tralasciò,
delle due sorelle gemelle zitelle
il padre panciuto con le bretelle,
la zia severa e aristocratica
e del cugino politico con la moglie bisbetica,
un albero genealogico pieno di nomi, figure e titoli illustri
medici, conti, parroci  e semplici maestri.
Beh, il bello fu quando mi portò nella sala grande, dove mi raccontò la grande sua storia
dove si svelò la sua gioventù fatta di fama e gloria
la prima danzatrice lei era,
bella, agile con la pelle liscia come la cera.
Conservava ancora la locandina del suo primo debutto
in un teatro dove il lusso era dappertutto.
La sala, dove le pareti erano coperte da locandine, libri e vecchi dischi,
fu di colpo trasformata un immagine proiettata del palco, degli applausi e dei fischi
rose gettate sul  legno ancora caldo e la platea che gridava,
gridavo i nobili spettatori, soddisfatti e compiaciuti “BRAVA!”
Gridavano in coro al suo inchino sulle punte dei piedi assai disinvolta
pronta ancora per un’altra chiamata alla ribalta.
I riflettori la seguivano passo dopo passo,
e qualche volta, una lacrima gli scivolava furtiva dall’enorme successo
le tracce delle impronte lasciate dal talco dei piedi della ballerina
scintillavano come gioielli della corona di una reggina.
Gli occhi della ballerina erano gli stessi della cara vecchietta
che ormai al chiodo aveva appeso la sola rimasta scarpetta.
Curiosavo nel momento in cui lei ricordava la sua vecchia fama,
il vecchio grammofono grosso quanto una carrozza la mia attenzione richiama.
Un pulsante e il disco iniziò a girare
cosicché “Lo schiaccianoci”, iniziò nella sala a risuonare.
Tutta una storia di eredità
ne parlava la vecchietta con piena libertà.
“… è il rimpianto a consumare la mia esistenza
non la vecchiaia, essa è solo una fase espressa dalla saggia sapienza!”
disse sedendosi su un enorme poltrona
che della stanza faceva da padrona.
“Cosa rimpiange cara signora?
Avrei tanto voluto una vita come la sua,
così piena di rispetto e proficua,
ha visto e vissuto in tutti quei posti,
una casa e una famiglia dalla società preposti,
gioielli, fama e successo per tutta la gioventù  
ha avuto tutto, dei poni e persino un caribù!”
Indicai la testa di un caribù impagliato appesa al muro,
impressionava quelle grossa corna, lo sguardo fisso  e il pelo scuro.
“Si ho tutto quelle cose che hai elencato e non ho nulla, un niente,
povera, vuota, … come alberi di pesco in un inverno dal freddo insistente.
Rimpiango di non aver mai amato di non aver aperto il cuore a chi meritava.
Ma la mia fama, il successo, il dovere di fare meglio e subito, mi accecava.
Vorrei tanto provare quell’amore
che i scrittori ne parlano tanto con onore!”
A quelle parole tristi non aggiunsi altro che il mio silenzio,
privo di ragione al formar un giusto giudizio.
Giunse infine il tempo di lasciar la cara vecchietta e di ringraziarle di tutto il suo aiuto,
ma fui io a ricevere ringraziamenti e le lodi di avermi conosciuto,
e per me pronti già erano biscotti caldi e pan di zenzero
per il tragitto, non si sa mai, di aiuto potranno essere  e di certo ne sarò fiero.
Poi di colpo esclamò “Quisquilie e pinzillacchere! …
Non hai avuto l’occasione di dirmi il tuo nome con le mie chiacchiere!”
“Non sono i nomi a dar forma le persone,
ma le sue gesta e le sue buone intenzioni!” Senza parole rimase con la mia affermazione.
Non mi importava come gli altri la chiamavano abitudinariamente
di lei resterà solo il ricordo della sua bontà nella mia mente.

Il Capo corvo



Ritornai ai miei passi  nel trovar “chi con gli alberi vivere ha imparato”
imboccando strade sconosciute, ormai all’ignoto abituato.
Dubitai amaramente del mio istinto,
“Perché mi ha tradito quando di riaver trovato la via ero convinto?”
Mi fermai a pensar ancor per un altro indizio,
se pur piccolo, effimero o fittizio.
Tuttavia il nulla velava i miei pensieri,
quel che riuscivo a vedere, erano solo alberi, steccati e piccoli sentieri.
Vagai con la mente e con gli occhi, pensai cosa di strano mi era capitato
quando sedendomi, la terra avevo con le mani toccato.
“La Terra!” Esclamai, attirando l’attenzione di uno strano tizio,
“avevo la terra sotto ai piedi e non queste vie in laterizio!”
Guardai avanti, dove allo zenit Mastro Sole esercitava la sua luce di solstizio,
la strada finiva e non vidi colline, ma solo un precipizio.
Il boscaiolo

Poco lontano dalla cittadella arrivai in un fitto bosco,
circondato da alberi alti e brama pomeridiana, un posto che apparve un po’ losco.
Il rumore di una sega  e di un fischiettio era più in là potente.
Avvicinandomi ad un albero assai imponente,
vidi il boscaiolo tagliare con cura il tronco di un pino da lontano
con lunghe bretelle e un foulard sul polso e sulla mano.
Muscoli ben tracciati e forza  ne facevano da padrone,
Una chioma folta e lucente e occhi di smeraldo facendone di costui un vero Adone.
“CADEEEE!  Con la mano alla bocca gridò il boscaiolo con voce prorompente,
cade l’albero per i quale aveva tagliato pazientemente.
“Salve , amico della natura, son qui in tua visita per alcune indicazioni
Per trovar un colle assolato con poche abitazioni,
con due pini, una guercia, un salice  e una casucola in cima
in legno antico a cui tengo una gran stima,
 e di un ruscello dove sgorga acqua color cielo e limpida come la neve
e sentirsi lieve e sazio quando uno la beve!”
Il boscaiolo dall’aspetto affascinante,
portò la mano al mento poi un occhio socchiuso e l’altro al cielo per un istante.
Furbo appariva ma non assai intelligente.
Perso nelle nuvole pareva, e certo col pensiero assente 
“Se cerchi acqua dissetante e una casa in legno antico
son certo che troverai la strada giusta oltre quel vico!”
Indicò un vialetto fra un vasto meleto
dove i corvi, a stormi interi,  profanavano i frutti senza alcun veto,
due steccati ambo i lati ne delineavano del vialetto i cigli
Affrettandomi, al boscaiolo non chiesi altri consigli. 
Lui però iniziò così una parlantina loquace.
Credevo che lui non fosse capace,
ma ahimè, parlò e parlò, di boschi e alberi e soprattutto di legna si intende,
la sua vita era tutto ciò che la legna comprende.
Cortecce lisce e ruvide, scure e chiare, profumate e maleodorante
una scienza, l’unica la sua che riteneva importante.  
La contemplava, la lodava e la adorava
quasi ad essa si inchinava. 
Ne parlava il modo in cui essa fosse la sua prediletta amata 
come se la terra nella sua totalità di legna era formata.
Ringraziai il baldo giovane che alla sua fatica dedicò tempo senza esitazione
sperando in nessuna altra sua spiegazione.

Il meleto

Così, armato di buona volontà, mi imbarcai nella nuova strada indicata,
aspettandomi un armistizio fra l’esercito di corvi con la mia indifferenza sfacciata.
Cento, mille … ma che dico forse milioni !!!
di principi dal mantello nero con cattive intenzioni.
Becchi gialli irti come aculei di ricci irosi
artigli e occhi dagli sguardi altezzosi,
comunicavano, bisbigliavano, malignavano fra loro le bestie,
fissando il mio pedaggio come una platea con spettatori pronti alle molestie.
Il gracchiare era man mano più potente in ambedue i lati
facendomi largo fra torsoli di mela beccati.
Con occhi attenti fissavo si, dove mettevo i piedi
ma soprattutto controllavo ogni loro movimento evitando così possibili assedi.
I becchi gialli però aspettavano con ansia una mia falsa mossa,
le braccia avvolte al torace come un forte scudo dando al mio passo una grossa smossa
inoltrandomi fin oltre il mezzo cammino, con la paura fino alle ginocchia.
Il silenzio piombò di improvviso, freddandomi poi, nell’avanzare di una cornacchia.
L’unica a muoversi e a svolazzare per poi ai miei piedi atterrare.
Ecco la mia paura realtà diventare.
Quel corvo giunto ai miei piedi, era diverso dagli altri
più grosso e vecchio ma da movimenti ancora scaltri,
un petto decorato da penne bianche era il suo più accentuato particolare 
come i gradi di un valoroso militare.
Tutti stettero a fissarlo per il seguito che fu assai strano.
Il corvo, il capo, gracchiò guardando curioso quello che avevo in mano.
Tentennava con il capo da destra a sinistra, il alto e poi verso il basso
cercava forse un pegno per il mio passo? 
Stretto lo trattenevo, era il sacco con i biscotti e il pan di zenzero della nonna cara
e fui allora che capii, come un fulmine al ciel sereno, una verità assai amara.
Guardai attorno e non vidi altro che torsoli di mele, e poi mele rosse, gialle e verdi.
Nient’altro che mele, a colazione pranzo e cena, … di domenica sabato o venerdì.
Assaporai così il loro dispiacere
così da prender i biscotti e il pan di zenzero e condividerlo con loro con piacere.
Il capo corvo era assai soddisfatto che pareva tanto ringraziare
del gentil gesto che avevo avuto per loro, per le mele con altro cibo da rimpiazzare.
Erano cosi felici i corvi che il gracchiare divenne per le miei orecchie elogi ed applausi.
Nel mondo ora loro non erano più esclusi,
condivisero la nuova specialità con gusto tutti insieme come una famiglia,
come la nonna cara aveva fatto la sera prima con meraviglia.
Dopo il delizioso pranzo, il capo corvo con un solo e austero gracchio,
scacciò via le mie paure come per loro fecero con lo spauracchio.
Riunì i corvi più fidati per consegnarmi una ad una le mele più belle.
Fui felice anche io e fiducioso in quelle nobili creature con gli occhi come perle.
In pochi istanti vidi davanti a me lo splendido dono
e mi affrettati a assaporarne una, di altro frutto non c’è ne di più buono.
 “Quasi quasi domando loro la strada di ritorno”
Pensai che loro, i corvi, fossero gli unici a saperlo qui attorno
e la cosa strana amici miei,  è quel che pensai feci senza alcun paura dagli altri derisi
Parlando alle bestie e la mia ragione e razionalità sottomisi.
“Ditemi amici miei, voi che dominate gli alberi e sulle nuvole volate,
verso le stelle come gli antichi greci puntate,
dall’abito nero ma composti da cuori con nobili intenzioni;
sapete voi la strada su un colle assolato con poche abitazioni
con due pini, una guercia, un salice  e una casucola in cima
in legno antico a cui tengo una gran stima
 e di un ruscello dove sgorga acqua color cielo e limpida come la neve
e sentirsi lieve e sazio quando uno la beve
e della terra sotto ai piedi puoi assaporare
morbida e fertile sulla quale poter coltivare?”
Il capo corvo inchinò la testa con eleganza e  riverenza,
notando ciò che era paura prima ora era solo apparenza.
Portandosi con se tutti i suoi amici, il capo corvo balzò in un volo strepitoso
che gli alberi abbandonarono lasciandomi al quanto sospettoso.
I corvi, sparsi nel cielo come una nuvola da temporale,
e come aerei da ricognizione sfrecciavano gli uni sugli altri senza farsi male,
finché poi il capo corvo volò in picchiata al mio cospetto
 “Ho trovato quel tu cerchi!” sembrava avermi detto,
volò in  aria, comandò ai suoi amici di volare nella direzione opposta alla mia
non aver inteso le buone intenzioni del capo corpo, aspettai che loro andassero via.

Il Capitano


Continuai per il vialetto la cui destinazione aveva un che di vago
e come per magia mi ritrovai dinanzi a un immenso lago.
L’occhio mio si perse nella ricerca del suo orizzonte
dalla modesta presenza di un piccolo monte 
assieme agli alberi sempreverdi ne facevano da cornice.
Alberi  che con i loro fiori sembravano imbattersi in una danza adulatrice
per la colei albero accanto un ricco dono fatto di fiori
di pesco, melo e arancio fatti per la ricca stagione degli amori
che gli alberi come gli animali si univano felici per sempre,
e il vento, con il suo sfiorare malizioso, i colori della primavera sulla terra copre
con i loro profumi si amalgama in una torsione di amore
colorando l’acqua di mille e forse più aurore.
Uno specchio grande quanto di Mastro Sole il suo ego.
All’improvviso, ci fu un qualcosa laggiù, a riva, che tuttora non mi spiego,
di assurdo finora avevo visto, e nel raccontarlo poi nessuno ci avrebbe creduto,
il come di una casa essere un tutt’uno con una quercia aveva potuto.
Casa poi non era, bensì un veliero assomigliava,
con tanto di sirena a prua e passerella che dalla terra ferma alla poppa galleggiava.
Il bompresso[1] spiccava nel cielo come un parafulmine nel vento
sospesa sull’acqua come il respiro dopo uno spavento.
Scricchiolante e traballante, quasi piangeva
su un enorme scoglio a riva del lago sorgeva.
Una bandiera al culmine dell’albero maestra sventolava,
irrazionale era la casa ma più assurdo doveva essere colui che ci abitava.
Un simpatico e armonioso suono di una fisarmonica mi fermai ad ascoltare
intanto che una rete piena di pesci dal lago sulla nave un uomo sembrava tirare.
Bizzarro era di sicuro, una grossa pipa, il berretto e la divisa indossava
barba bianca aveva  ed encomi  sulla pattina della tasca portava.
Due gabbiani fedeli alla nave, aspettavano il pranzo con ingordigia
con una stupida presunzione versando sul fratello volatile una tedia cupidigia.
Due giri completi intorno all’albero di trinchetto[2]
 e poi sul pennone[3] dritto di petto.
“Ehilà!” gridai poiché lui mi possa sentire,
e l’uomo  legò la cima[4] alla rete per impedire ai pesci di poter fuoriuscire.
La curiosità del mistero di tale nave e della storia di quell’uomo mi affascinava
tanto a non tener conto delle nuvole che dal maltempo tuonava.
Grossi cumulonembi neri come carboni, avanzavano dall’orizzonte del lago
e se non mi affrettavo dalla burrasca ne uscivo di certo come naufrago.
“Ehilà, buon uomo!” gridai ancora non trovando un battente o un campanello
“Per tutti i mari di Nettuno!... , sei tu che urli come uno strimpello?”
Esclamò aggrappandosi alla balaustra con ambedue le mani,
intanto che mi osservò con minuscoli occhi fini e castani.
Poi esclamai: “Non vedo altro chi possa essere stato!”
guardandomi intorno non vedendo altro che la nave e il vecchio abbandonato.
“Giovane di un mozzo impertinente, … nella tua burla c’è il vero,
E che il cielo mi fulmini se non son sincero!”
con un lieve sorriso, imboccando la sua pipa che dalle sue labbra ciondolava
fintanto che alle sue spalle, fra le nuvole lampeggiava.
“S’i fossi in voi non sfiderei tanto la vostra buona sorte
che una violenta burrasca sta alle porte!”
Gridai per il forte vento
tanto che entrambi le mani  unì al mento.
“Dannazione, sangue da marinaio scorre nelle tue vene,
ma sei ancora impreparato per il mare e le sue pene,
sali a bordo finché c’è tempo per cui sperare,
una buona zuppa di pesce c’è da trangugiare !”
Un invito assai carino fu da parte sua
che subito mi imbarcai per visitare la misteriosa nave da poppa a prua.
Con il fascino di un veliero a tutti gli effetti era, in legno chiaro che d’oro appariva
ma che cosa ci facesse sopra un albero ancora non si capiva.
Cime e nodi di ogni tipo, un ancora d’argento e un grosso e lustro timone.
Bussole, sestanti e cartigli di ogni mare e terre in ogni direzione.
Fui attratto dalla nave riempiendo il mio animo come un vero avventuriero
finché la burrasca che osservavo dagli oblò mi rese nella stiva un prigioniero.
“Hai tutta l’aria di aver perso la bussola mio caro ragazzo?”
Mi disse il capitano mentre alla tavola imbandita mi lanciai come un razzo,
gli scricchiolii della nave incominciai più forte ad udire
ed ad oscillare iniziai poco a poco a percepire.
Gli oggetti e le cose non fissate incominciavano a tentennare
e i lampadari e le lanterne a dondolare.   
“Avete inteso benissimo la mia bizzarra situazione
e son qui per chiedere clemenza di una vostra giusta direzione”
Dissi al capitano seduto nella sua sedia da re con mille decorazioni nel legno inciso
“Qual è la tua rotta  e dove vorresti approdare di preciso?!...”
Iniziò poi un suo lungo saggio con accento calmo e pio
su rotte di navigazioni, e i venti che lui amava chiamarli gli 8 soffi di Dio,
e poi ancora di mari e della sua impeccabile e amata  stella polare
continuai a mangiare lasciando il capitano per ore a parlare.
“Racconta tutto ragazzo mio, tutto quello che serve ed inizia sempre dall’inizio!”
Ed ecco che alla mia mente si aggiunse un altro indizio,
Cosi pensai:“le stelle, ma certo le stelle e le sue costellazioni”
 “Cerco un colle assolato con poche abitazioni
con due pini, una guercia, un salice  e una casucola in cima
In legno antico a cui tengo una gran stima
 e di un ruscello dove sgorga acqua color cielo e limpida come la neve
e sentirsi lieve e sazio quando uno la beve
e della terra sotto ai piedi puoi assaporare,
morbida e fertile sulla quale poter coltivare
E di stelle, tante stelle che nella notte ballano contente
attorno alla luce di Serva Luna assai potente!”
“per  le sirene di Nettuno, conosco quel posto!”
Esclamando scattando verso l’uscita come un pirata che ha appena trovato il suo tesoro,
lo raggiungevo a fatica “Aspetti!” gridai assieme ai tuoni in coro,
il lusso interno della nave, in balia delle ondulazioni lasciai
e allo scoperto nel bel mezzo della forte burrasca scaraventato mi trovai.  
Il vento mi scaraventava da babordo a tribordo come un bambino seduto sul dondolo
restavo in piedi a malapena aggrappandomi alla nave che pareva prender il volo. 
Lampi, tuoni e la pioggia erano abbondanti da non vedere a un palmo della mano,
la nave scricchiolava fortemente, intanto che cercavo disperato fra la pioggia il capitano.
Il buon marinaio si riconosce nel mal tempo!” gridò come un folle agitato
come se aspettava questo momento da quando era nato.
Slegò tutte le cime delle vele che svolazzavano senza dominio.
“Senti la potenza del  soffio di Dio, ragazzo mio!?!”
Uno dei tanti pazzi che avevo incontrato era
e io lì avevo incontrati tutti dalla mattina alla sera.
“Che ti succede? Non mi dirai che di un venticello e due gocce d’acqua hai paura
perché chi non s’avventura, non ha ventura!”.
L’albero che reggeva la nave si piegava, curvava e crepitava
intanto che il vecchio pazzo al timone giunse e ad esso si aggrappava.
“Buon Dio perché mi hai condotto in questo inferno?
Volevo solo semplici indicazioni non del destino un tal scherno!”
Le onde del lago si ingrossavano fin a raggiungere il ponte
e il capitano sghignazzava timonando  la nave determinato come Caronte
“Ci siamo, guarda attentamente il bompresso figliolo, sarà l’ago della tua bussola!”
Barcollando, raggiunsi il ponte del timone con il cuore alla gola.
E il peggio non era ancora arrivato perché, il capitano afferrò le caviglie del timone
e con una forte spinta virò tutto a tribordo guardando la nave nella confusione
tutte le vele si gonfiarono allo stesso tempo dal forte vento
intanto che lo scampanare  della campana sul ponte di prua mi dava il tormento.
Gli arredi di lusso della nave sbatacchiavano da lato a lato,
dalla chiglia[5] al ponte di coperta, e mentre mi aggrappavo come un disperato,
un complesso armamento di ingranaggi , puleggi e argani,
le vele girarono nel senso voluto fra il vento impetuoso e lo svolazzo dei gabbiani.
L’ancora d’argento salì dopo che il capitano tirò giù una leva,
Calò il capo, la Boma[6] girò sulla sua testa come se sapesse già prima ciò che accadeva.
Il bompresso che dapprima indicava il lago aperto, cambiò rotta improvvisamente
così davanti ai miei occhi lo scenario cambiò bruscamente.
Su una giostra che girava vorticosamente,
 la nave fra il vento e i gabbiani, virò rapidamente.
Sembrava vagare nell’aria tanto da pensare che l’albero di supporto
ci avesse lanciato fra le onde grosse, per alcuni secondi credevo di essere morto. 
“EEHHHHlllAAAA!...vai tesoro mio, vai!”
Gridava il capitano con vitalità più che mai,
come un cowboy che cavalcava su un stallone selvaggio,
l’inerzia mi aveva sbattuto sul ciglio della nave attaccandomi ad esso con coraggio. 
“Ci siamo ragazzo, quello è il posto che tu stai cercando!” disse con orgoglio.
Il capitano corresse la rotta con il timone e con l’indice indicò verso lo scoglio
“Lascia che l’onda passi e la marea s’abbassi!
Segui la Dea dell’amore e casa tua sarà a due passi!”
“Folle di un uomo cocciuto!
ma su questa nave non ci resto nemmeno per un altro minuto!”
Non mi importava a cosa andassi incontro, ma qualcosa dovevo pur fare
afferrai un salvagente e mi buttai in mare
lasciandomi alle spalle la nave che girava come l’ago di una bussola impazzita
anche se il ricordo della nave e del capitano sarà mio per tutta la vita.
Il fischietto del capitano già da tempo era svanito nel mare
intanto che verso la costa mi affrettai a nuotare.
Un salmone controcorrente sembravo,
guizzando sui cavalloni per prender aria, se no affogavo.


Il Pastore

L
a burrasca era finita da un po' di tempo ormai.
È tutto finito, e quel giorno pure, pensai,
supino sulla riva a fissare le nuvole che liberavano il cielo  
poco a poco scoprendo le mille stelle da un bianco velo,
impregnato d’acqua dalla testa ai piedi, ringraziai Dio di avermi dalla burrasca salvato.
Ascoltavo la risacca del lago, appassionato.
Ripresi fiato ma a fissar le stelle mi incantai
grandi, piccole, … c’erano di ogni tipo notai,
alcune timide e nascoste e altre superbe e brillanti, 
chiunque ha dedicato briciole del suo tempo alle stelle, anche se per alcuni istanti,
egli pensa, perché fissarle il pensiero si organizza,
e frasi, persone, luoghi, e tempo della sua vita con attenzione analizza
un forte tornaconto è restar solo con le stelle
da far venir d’oca la pelle.
Le vidi brillare fin a notte fonda
riflettono, vanitose, sul lago la loro luce fin all’altra sponda;
ne vidi una, forse la più brillante, ma non era la stella polare …
Finché ricordai che quella era Venere, che al capitano ho sentito parlare
“Segui la Dea dell’amore e casa tua sarà a due passi!”
furono le sue esatte parole prima che dalla nave, mi gettai nel lago e nei suoi abissi.
Mi alzai scrollandomi da dosso la sabbia,
e il notar di aver perso tutti i miei averi mi fece gran rabbia.
Padrona del cielo prima dell’arrivo di Serva Luna, la stella Venere brillava,
pregando a lei che lungo la mia rotta nell’incontrar nuovi personaggi si limitava.
La notte intera era d’avanti a me, solo  io, Venere e i miei strani pensieri
di sorte, fortuna ma anche di paura e difficoltà trascorsi dall’oggi allo ieri.
Rallegrato della compagnia della buona stella, iniziò così all’improvviso l’alba,
osservai Mastro Sole sollevarsi, dando luce e colore alla giornata un po' scialba
“Chissà cosa è in servo per me quest’oggi” fra me e me dissi combattuto
fissando cumuli di nuvole affrettarsi a coprir il cielo di nuovo con occhio acuto.
Gli occhi dal fissar il cielo alla vista del lago caddi bramoso
cercando di intravedere la nave galleggiante e il capitano curioso,
finché non mi accorsi il lago di veder, da una scogliera alta e frastagliata
“Quanta strada ho fatto” convinto che anche questa, non sia quella sbagliata.
Poi un belato forte e intenso attirò la mia attenzione.
Di una pecora era, belando in richiesta di aiuto trovandosi in una brutta situazione,
un passo azzardato aveva fatto finendo così, sul ciglio del dirupo franoso.
Di ritornar indietro tentava la pecora, fissandomi con lo sguardo pietoso,
ma gli zoccoli agitati rendevano la cosa ancor più nera
e se in tempo non faceva, la sua fine certa era.
Poco più in là, dove il pericolo non c’era, il gregge sereno pascolava
ignorando la pecora che impaurita belava,
e il pastore, seduto su una roccia con un coltello svizzero, tranquillo giocherellava.
Ignaro e indifferente dando anime al legno che intagliava.
“Ehy!” gridai forte perché lui mi potesse sentire,
ma lui e le pecore continuarono della mia presenza a dissentire
Tempo più non c’era, poiché sempre più giù la pecora cadeva.
In soccorso dovetti intervenire, oltre a guardare, qualcosa dovevo pur fare
allungando la mano la pecora  di sicuro potevo salvare.
La trassi in salvo senza alcuna paura
impedendo così una terribile sciagura,
Il belato fu in lei più calmo ora che il pericolo era un terribile ricordo
intanto che nemmeno di uno sguardo si degnò il pastore balordo.
Con occhi vitrei la pecora rimase ancora a guardarmi
come se volesse con quegli occhi ringraziarmi
e con una dolce carezza sul suo pelo la rasserenai
poi saltellando con le altre fece ritorno felice più che mai.
Armato di rabbia e di scontento,
dal pastore andai veloce come il vento.
Il tempo passava lui, soave e spensierato
 con i riccioli color oro sull’erba che dal legno lui aveva lavorato
“un pastore le pecore deve guardare,
non passare il tempo con il legno da intagliare!”
Dissi mentre lui adagiato sulla roccia fischiettava
non curando delle parole e di quel gli aspettava.
“Infatti è quel che faccio! Eseguo alla lettera il mio lavoro …
Le guardo ma nulla c’è scritto su tener conto delle mie gesta e delle loro !”
Da tutti i miei incontri nulla era in confronto a quel pastore
è di gran lunga e senza dubbio, il peggiore.
“C’è di certo differenza nel restare all’ombra a guardare
nel prender iniziativa per il meglio lavorare ?”
Dissi mentre le pecore in coro espressero consenso con un lungo belato
“Non ho cura del tuo giudizio poiché anche tu per alcunché sarai condannato!”
Parlar con il pastore sembrar con il mulo ragionare
anche se quel che mi ha detto un po' mi dette da pensare.
Le nuvole in cielo erano pronte per un'altra tempesta da scatenare
Chissà se il pastore la strada mi sappia indicare…
“Se le pecore  non vuoi aiutare,
almeno dammi indicazioni sulla strada che dovrei fare!”
“Segui il sentiero è quella la strada giusta !”
Mi rispose interrompendomi con voce infausta.
“Così, dai indicazioni senza neanche sapere la mia destinazione?!”
“La risposta è ovvia, se provieni da quella direzione
devi andare verso quella opposta, alternative altre non vedo!”
Beh,  il pastore, con mia difficoltà ad accettare, aveva ragione
La strada intorno era una sola e proseguirla era l’unica soluzione.
Fra boschi di cipresso, ispidi pini e l’alta scogliera
altra strada in cui imboccare non c’era .
“E’ ora di contare le pecore!”
Poi disse sbuffando il pastore
“Ma come, ora ti preoccupi se son poche o  numerose?”
Rimasi confuso ad osservarlo mentre sotto un albero, sdraiato comodo si pose
 “Amico mio, non hai ancora capito il senso della cosa, te lo ripeto ad alta voce:
Conto le pecore così il sonno mi vien veloce!”
Cosi, con animo distaccato, con il berretto il capo nascose.
Lo lasciai solo con il suo contare le pecore che a lui credeva dispettose.
Mi allontanai perdendo la voce del pastore poco a poco.
Di seguir la stella Venere era ormai un dolce sogno con Mastro Sole assai fioco.
Passai la scogliera, il bosco e la pineta
per poi affrontare una discesa ripida su una strada senza meta.



 La Megera

G
iunto a valle, davanti a me si spalancò un ampio campo di raccolto
di grano, orzo e pannocchie dalle nebbie basse era avvolto.
Affamato e assetato, lì oltrepassai per tutto il giorno
ero stanco di guardare spighe di grano  e chicchi di mais a me intorno,
finché nel tardo tramonto, ecco che si presenta un'altra avventura strana,
dopo chilometri di strada, vidi da lontano una casa austera e vittoriana
torri alte con vetrate semi-esagonale e tetti di color ardesia.
Nell’aria già dominava un gradevole odore di fresia,
nel retro, una vasta serra di vetro avvolta da piante di rosa e edera pendente
come la  montagna domina la valle, essa dominava la terra adiacente,
e di avere senz’altro tutta l’aria di essere accogliente,
ma all’ingresso ciò che appariva ospitale, si mostrò vecchio e fatiscente.
Il cancello malmesso e pezzi del muro di cinta caduti erano sul prato
“Qualcuno dovrà pur viverci” dissi dopo che alla porta ho bussato.
Riprovai ancora poiché nessuno era alla porta arrivato
pertanto alla finestra nel suo interno una sbirciatina curioso ho dato,
eppure fu cosa ancor più ardua lo scrutare il suo interno
giacché i vetri sporchi e opachi diedero alla mia anima il senso di prosterno.
Passò del tempo, molto tempo, quando due uomini distinti e riverenti
aprirono la porta con testa alta e occhi spenti,
da una veloce deduzione, dei maggiordomi della casa dovevano trattarsi
dritti e fermi, gemelli sembravano ma mai osavano l’uno all’altro guardarsi,
raffinati di certo, al mio livello non potevano abbassarsi.
“Vuole di nostra grazia presentarsi ?”
Disse colui che alla destra si posava,
con fugale accento inglese lui con orgoglio usava.
“Vengo da un lungo viaggio,  e imploro
 alla vostra grazia da Mastro Sole, il ristoro!”
“prestare conforto a un povero viandante dalla lunga strada e dal forte calore
fa di noi e della padrona umili e di grande onore!”
Un leggero inchino mentre si spostarono simultaneamente
mostrandomi  la strada e la hall della casa cordialmente.
Il lusso nella casa era sottovalutato,
notando da per tutto bioccoli di polvere e legno dalle termiti consumato.
“E ora?... dove sono capitato?”
Fra me e me seguendo i maggiordomi con lo stomaco affamato.
Di fronte a me si estendeva fin al piano superiore un enorme scala 
e dal soffitto, un pomposo lampadario di cristallo dominava su tutta la sala.
La tappezzeria scura e ingrigita
e sui muri i numerosi quadri mi narrarono della casa la sua vita.
“La signora è di certo di sopra che l’aspetta!
Ma sia cortese, la signora dagli estranei la scortesia non accetta!”
Disse uno dei maggiordomi con aria da presuntuoso
enunciandomi come uno miserabile cencioso.
Fra la polvere intravidi il pavimento in marmo antico
con emblemi e stemmi del tipo bellico.
La Hall era enorme, ben venticinque passi dall’entrata
ed era il cuore della casa dove tutte le stanze ad essa era collegata.
Giungemmo all’inizio della scala dove i maggiordomi all’improvviso si fermarono,
l’uno di fronte all’altro con disinvoltura si voltarono :
“E’ giusto che passi prima di me, mio caro,  passi pure, prego”
“Non è questo il mio momento, prendere il tuo posto non fa parte del mio ego”
“Oh no, ciò che è giusto è giusto, quindi il primo passo è tuo, mio illustre amico” 
“Insisto vecchio mio, che nella realtà dei fatti passi prima tu ti dico!”
“Per la nostra fratellanza, da fratello minore desidero che il primo passo sia tuo!”
“Che assurda illazione è la tua congettura,
  più piccolo sei di pochi secondi, non è tua la colpa, ma del fato e della natura”
“Se non fossi mio fratello maggiore mi spaventerebbe la tua umiltà!”
“Ma non quanto la tua risoluta generosità !”
Fra i due iniziò una assurda e durevole conversazione
che di certo per chi non lì conosceva non aveva alcuna comprensione.
Il loro colloquio aveva le basi per durare nell’eterno
era forte la voglia di rifare indietro i passi e scappare via da quel duetto fraterno
“Basta con queste smancerie e lusinghe, insieme salite e con comune accordo”
Dissi irato ai loro occhi sdegnati, vorrei tanto che fosse tutto un brutto ricordo,
un forte silenzio si murava fra me e loro, e la mano al petto portarono
fin quando imbarazzati per la prima volta  gli occhi, i maggiordomi, si fissarono.
“Hai sentito il ragazzo?”
Disse all’altro guardandomi dall’altro al basso come un pazzo.
“Si ho sentito, chiaro come un giorno di primavera!”
Come giudicato da una giuria arrabbiata, iniziai ad non avere una bella cera.
Entrambi, sembravano provare molto indignazione. 
“Il giovane errante ha senza dubbio ragione!”
“Concordo con il tuo pensiero, senza alcun paragone”
Fissandomi ora con mortificazione.
“E’ senz’altro al problema un ottima soluzione!”
“non da e non toglie  nulla alla situazione!”
E in men che non si dica iniziò un’altra insensata discussione,
è giunta l’ora che io prenda in fretta una posizione.
“Se non sarete voi ad accompagnarmi alla signora,
andrò io, così eviterò di inceppargli in una delle vostre adulazioni ancora”
Feci largo fra i due panciotti e guanti bianchi e con il primo gradino iniziai
finché giunto in cima, i tre corridoi con ansia guardai.
La discussione dei due gemelli alle spalle lasciai, non finivano mai,
ora il problema era diverso, tre lunghi corridoi simili in lunghezza e in arredo
parati distaccati dalle pareti e dipinti che ritraevano eroi dell’era passata vedo.
Difficile notar differenze, neanche dal numero di porte o di infissi
fino a che non credevo fermamente a quel che io sentissi.
Un soave suono fatto dal matrimonio di melodia e sinfonia
dovevo decidere con raziocinio oppure affidarmi al fato nel scegliere la via?
Questo era il mio dilemma ma l’istinto mi ordinava senza esito a seguire l’armonia.
Il corridoio a destra, molto infondo è lì dove nasceva l’eufonia.
Man mano che procedevo la musica più chiara e nitida alle mie orecchie divenne,
camminando come un esploratore all’avanscoperta, l’affanno mi pervenne.
Porta per porta, scrutavo trovando poi della musica l’origine
fermando i miei pensieri e tutto ciò rientri della mia indagine.
Era bellissima, capace di plasmare l’ansia più acuta
in una beata calma in ogni sua battuta.
Creava armonia e assuefazione nel profondo dell’essere con quei suoni
spingendo i sentimenti e le emozioni in un abisso di contorte passioni.
Esaltava, ampliava, enfatizzava in un livello superiore ad ogni cosa
Dimenticavi gli ogni dove e gli ogni chi , perdendoti nel nulla e nel tutto
dove mai il tempo poteva con le sue intenzioni aver distrutto.
Ecco perché tutto li era non curato,
l’unica cosa utile e servizievole era la musica che la signora ogni dì aveva suonato.
Fermo là, dianzi alla porta socchiusa sperando che mai potesse finire,
ringraziando il Dio che di queste cose io potessi sentire,
del pizzicare di un arpa le celestiali corde la dolce melodia
“E’ da scortesi origliare alla porta” disse una voce femminile con misericordia.
A quel punto non vi fu scelta  e cosi entrai ma senza che la musica si interruppe
una guerra di spartiti vi era ovunque e gli strumenti erano le sue truppe.
Un nuovo mondo era, un enorme sala dove la musica regnava
un lungo piano, bassi, oboi  e violoncelli  ma l’arpa era senza dubbio la sovrana.
E poi ancora flauti, clarinetti, violini e un grosso trombone
dal triangolo ad ogni tipo di percussione,
e il solo esecutore, una donna, che sicuramente la musica era la sua passione.
L’arpa era come la pozza d’acqua in un deserto, e non era una allucinazione.
La donna indossava un abito nero rifiniti con merletti trasparenti
un corpetto e crinolina, il volto ricoperto da un velo e capelli lunghi e pendenti.
Poco si intravedeva del viso pallido di porcellana e labbra rosse come fuoco,
assorta nella sua melodia che suonava con lunga dita l’arpa come un futile gioco.
Aprì gli occhi in un istante come una folgore blandizia
scoprendo grossi occhi verdi e un sorriso con malizia,
“Chiedo, con vostro permesso, perdono umilmente,
 la sua musica è trapassata nel mio cuore come nella mia mente!
Una splendida coesistenza di note che crea incanto
come un canto di una sirena che con il suo fascino da farisea
tentò Ulisse nella sua Odissea!”
Dissi con occhi enormi quasi traballanti
intanto che lei mi sorrise con denti bianchi e accecanti.
“Ah, non sei un giovane viandante  illetterato
come i miei domestici mi avevano di te parlato!”
Disse lei pizzicando una corda provocando un lungo vibrato
“Oh no, mia signora sono solo un giovane che la strada vorrebbe tanto ritrovare,
Non è di certo qui il posto in cui dovrei stare!”
“ti piace la mia musica?”
“Oh si, certamente! Voi la rendete cosi unica!...
 Ho sentito di musica ma la vostra è arte pura!”
Dissi con lo sguardo arrossendo e senza censura.
“Come sei gentile e profondo con le tue parole!
Ma ahimè, le parole rimangono tali, non fanno certo di me la mia mole!”
“Perché siete triste, mia signora?...il vostro è un dono che vi giunge dal signore!”
“E’ proprio per il signore che son triste, che ha chiamato a se il mio unico amore”
Asciugandosi una lacrima che brillava sulla guancia come un diamante
interrompendo la sua musica, ma solo per qualche istante.
Bellissima come una rosa di Maggio,
con i suoi petali che dal Mastro Sole rapiva un suo raggio 
e quel vestito simile al più ad un velo
era la splendida rugiada che le sfuggiva da dosso su tutto lo stelo.
“Oh, mia signora, vorrei tanto esprimerle il mio cordoglio …!”
“Ah sei sciocco! cordoglio e  dolore è di certo la cosa che più non voglio!
Cosa posso farmene del dispiacere altrui, di sicuro gli eventi non possono mutare.
Ciò che è fatto … è fatto, non possono in nessun modo cambiare!”
Si alzò dal panchetto con ira e furore che gli scintillavano nel suo petto,
avvicinandosi alla finestra con rammarico nella gola e forse un pianto sospetto.
La mano era sul petto come per coprirsi per pudore,
tremolante, bislunga e senza colore.
 “Il tempo mio caro, un frammento del tuo tempo, è tutto quello che puoi darmi
che di certo gli altri non hanno pensato in alcun che regalarmi
 è la sola cosa più preziosa che possiedi assieme al tuo respiro.
Tempo, ciò che un essere umano ha di più caro ed è quello che da te io aspiro.
Ricordi sparsi nella mia mente come le cornacchie  in un campo di grano
è tutto quel che mi rimane di una vita, che di certo non voglio che tutto sia vano,
giorno dopo giorno l’ho impegnato dando grossi e piacevoli frutti
ma anno dopo anno vedovo me i miei compagni consumarsi e infine distrutti.”
Cosa diceva era chiaro solo nella sua mente,
vidi poi, un fiore marcio e fetido nel suo vaso che lei accarezzava dolcemente.
Da mesi, se non anni,  ormai appassito posato su quel piedistallo
ma a cose strane ormai, io ne avevo fatto un duro callo.
Vidi  un gran amore ad esso dedicato,
come un prezioso cristallo delicato. 
Un breve silenzio avvolse la stanza con i suoi strumenti,
si voltò di rapido scatto e nei miei occhi mi invase con i suoi assai lucenti,
digrignò le labbra e avvinghiò lo spazio, in poco tempo, che ci separava
veloce, che ai miei occhi non apparve camminare, ma che nell’aria fluttuava
attimi prima era a più di venti passi e quelli dopo era davanti a me che guardava,
ricordi sovrapposti che sicuramente la mia mente per la sua bellezza scherzava.
Su di me con il retro delle sue dita di ghiaccio, di senso e di colore,
sulla mia guancia scivolavano, riaffiorando in essa un forte tepore,
come una lussuriosa carezza di cui incerte le intenzioni e di sicuro malfido
che dall’Atlante alla punta del Coccige irruppe un impetuoso brivido.
Dissipando i miei sensi come fumo nella stratosfera
abbandonando ogni logica e di quel che vi era.
Afferrò  poi il mento con forza bruta fissando la mia faccia un lato per volta
Poi un forte “mhhhh” con l’aria assai assolta.
Poi disse alzandosi il velo
“Tu, giovane viandante, del tuo tempo puoi darmelo ?”
Tenendo conto le assurde situazioni di cui ho vissuto,
avevo paura nel rispondere e di conseguenza rimasi muto.
La cosa più semplice: mai rispondere quando non si ha giusta scelta,
e se è possibile la cosa più ovvia svignartela alla svelta.
Furono le uniche espressioni che riuscivo a pensare
ma il mio corpo in nessun modo volle collaborare.
“Oh, la paura … è sempre quella la sua espressione
e nella natura dell’uomo, come la passione!”
Il suo riso colmò la stanza con grazia e vitalità
in un attimo svanì in me quella sua complicità.
 “non  essere così di malumore,
tranquillo, è assolutamente rapido e indolore “
la mano afferrò con enfasi e allo sgabello del pianoforte mi fece comodo sedere.
Un burattino inerte sembravo e nello stesso tempo curioso di ciò che dovevo vedere,
andò dal vecchio metronomo sul ciglio del camino svegliandolo da un lungo sonno
infondendo nella stanza il padrone Tic Tac attirando l’attenzione di tutto là attorno.
Scrutò sulla parete indecisa nel scegliere, poi impugnò l’archetto,
e con l’ingombrante violoncello si sedette al suo panchetto.
La luce nella stanza si affievoliva poiché dalla finestra i cumulonembi erano più densi
“E ora voglio che dedichi i tuoi pensieri a ciò che di me pensi”
Annuii al suo comando anche se era evidente, era una giustificata bugia,
la luce era quasi scomparsa come un’inspiegabile magia.
Come per dare inizio a un maestoso concerto,
io, dal palco fungevo da critico esperto.
Ancora un profondo Tic Tac del maestro metronomo
che del tempo ne decideva il lento o il veloce, l’unico che dal tempo era autonomo.
La signora iniziò cosi il suo assolo e quando meno io me ne potessi accorgere,
il suo basso dello strumento penetrò istantaneamente nel profondo del mio essere.
La sinfonia era confusa in principio
fin quando mi accorsi che lo spartito ero io,
La signora con occhi sbarrati dalle palpebre e orecchie tese pronte ad ascoltare
nei miei pensieri sembrava furtiva, curiosare e indagare.
Raggiunse il suo scopo, poiché dalla musica ne fui di nuovo attratto,
trascinato e stravolto dalla melodia e scontento non fui affatto.
Sensazione beata e avvolgente,
da perdersi in essa nella vastità di una valle prorompente.
Il forte legame armonia e sinfonia fu tale da appellare il senso di tutti gli elementi  
che dall’assolo del violoncello si associarono uno ad uno tutti gli altri strumenti,
in ognuno vi era un anima e incoraggiava l’altro come timidi fratelli,
evolvendosi in una solida orchestra inclusi i timpani e i campanelli,
pochi avevano l’elogio di ascoltare tal musica dal cuore espressa,
ma rari riuscivano a vedere i suoi effetti della non coscienza di essa,
il dispiacere più grande era il sapere che quella magia doveva finire
e con esso il mio beato momento nell’aria svanire.  
Quando accadde  fui impresso dall’esame che alla mia mente fu imposto
l’armonia finì e i pensieri e gli tutti elementi tornarono al loro solito posto.
Aprii gli occhi e vidi la luce padroneggiare il posto, rendendolo ricco e brioso.
Infatti, perché fuori c’era Mastro Sole assai vigoroso,
i colori mi accecavano, poiché nella stanza, enorme, ora c’era la vita.
Ne polvere grumosa sul pavimento ma un luccicante parquet e la sala era ben pulita
al suo centro, un lussuoso lampadario di cristalli luccicanti
un enorme tappeto rosso scarlatto e una lunga navata di colonne portanti.  
Rimasi senza fiato,
avevo senz’altro luogo cambiato.
Al posto del fiore marcio e insecchito, ora c’era un florido  tulipano.
Persino l’abito della signora che da un lungo abito nero vittoriano,
ora indossava un lungo completo bianco, tutto in seta
con tanto  di Tournure[1]  che la figurava assai discreta, 
persino il volto era di rosa colorito
dall’aspetto tetro quella casa ora aveva un buon invito.
Colori accesi, particolari evidenziati dal pulito e il benestare,
profumi di deliziosi sapori nell’aria si poteva ora assaporare.
“Cosa sarà successo mai?... ho tutta l’aria di essermi appisolato.
Poco fa tutto era diverso e ora è cambiato
anche se il dubbio incoraggia che il tutto avrei sognato!”
La donna posò sorridente un libro nell’alta libreria con una raffinata incisione
ponendo molta attenzione alla dimensione, l’ordine di lettera e la descrizione.
“oggi è un nuovo giorno,  bello e assolato,
sento che la tua fame è atroce, parleremo del se e del poi dopo che avrai mangiato!”
Disse la signora osservando il mio sguardo per l’appunto affamato
“Sento di essermi perso… con il pensiero intendo, almeno cosi credo
la mia mente si diverte a farmi scherzi al tal punto che non mi fido più a quel che vedo!”
“Sono sicura che tutto e tutti i tuoi pensieri andranno al loro solito posto
un rinfresco al di là di questa mura è quel che ci vuole in questa giornata di Agosto!”
 “Agosto?.... credevo che fossimo in Aprile!”
Nel mio stato era accettabile confondere colori ma cinque mesi persi era incredibile.
Qualcosa nel mio istinto non andava, ero stanco e per un niente sudavo,
avevo persino dimenticato la ragione del perché in quel posto io mi trovavo.
“Su avanti, un buon pasto ci acclama!
Vorresti, baldo giovane accompagnare una dama?”
Invitò la signora con la mano tesa.   
Mi spinsi a prenderla come un galantuomo accorgendomi una fra noi strana intesa.
Il perché , il come e il quando sia nata
È ancor della mia mente un mistero di come l’abbia dimenticata,
e nel giungere la mia mano con la sua,
apparivo essere allo stretto comando del suo viso innocente, da ingenua.
Inoltre mi occorsi che il mio abito da sciattone era del tutto svanito
sarà forse magia, perché al suo posto vi era in nero un elegante vestito.
Attraversammo contenti e felici la casa del tutto cambiata
accompagnati dai discorsi di lei e di chi un tempo era sposata.
Soprammobili passati al lustro  e arredi rassettati,
tende nuove con fiori e farfalle e un profumo di vaniglia che traspirava dai parati,
persino i quadri erano distinti e allegri,
con cornici in risalto e tela del tutto integri.
Insomma, tutto appariva come se il tempo mai fosse passato
ed io della mia integrità di pensiero ero assai preoccupato.
Vidi cristalli in ogni forma e vetrate di ogni tipo,
per soggiornare poi nella serre dove ogni bocciolo era fiorito.
Profumi che deliziavano l’olfatto e colori che gioivano alla vista
si mescolavano in uno scenario dove solo Dio poteva essere l’artista,
come l’Eden doveva apparire
dove pace e tranquillità si poteva percepire.
Attorno ad un tavolo immenso seduti eravamo,
intanto che strani e rari uccelli volavano tranquilli di ramo in ramo.
alle nostre spalle i due maggiordomi gemelli sembravano circondarci
e in ogni mossa come bambini monelli vollero accontentarci.
uno sbattere delle mani della signora e senza nemmeno alzar un dito
biscotti appena sfornarti e te caldo ci fu servito,
ne concordi e ne discordi i due gemelli apparivano senza fiato
come se il loro stato d’animo avevano tramutato.
“non è affascinante il tempo?... tutto in esso è collegato
dall’Universo inesplorato,
agli elementi di cui esso è combinato…
Peccato che nessuno fin ora l’abbia mai notato”
Con enfasi esclamava
intanto che con gioia fiori di fresia annusava.  
“ma nello stesso tempo ingannevole, un amante infedele 
senza origini, senza meta, spietato e crudele!”
affermai notando sul viso della signora lo scontento.
Dovevo in alcun modo svegliarmi dal quel incanto
o mai sarei ritornato ai miei passi.
“NO!” Gridai deciso rifiutando quel ben servito.
“No?....che valore ha un No…in un bel mondo così colorito”
Disse la signora con voce tremolante,
gettando i biscotti e il te nel vassoio seduta stante.
Non fu rabbia ma paura, il volto suo si dipinse cambiando d’aspetto,
il suo plagio su di me aveva perso  il suo effetto.
“Credo che il mio tempo qui sia scaduto,
devo tornar sulla mia strada che ricordo di aver tempo fa perduto”
Mi alzai dal tavolo con sua meraviglia,
con l’intendo da quel posto di andar via.
“Aspetti, non vada via, la prego!
Sapevo che voi eravate dagli altri diverso, quindi ora tutto vi spiego,
il perché voi siete ancora qui e che  abbia fallito il mio sortilegio
è per me un tragico evento, dinanzi alla tua forza di resistenza è per me un privilegio”
Con tristezza la signora si portò sconvolta la mano al petto,
mentre notai che quel vestito iniziava ad andarmi stretto,
e il cantar degli uccelli svanire
come il colore dei fiori in un lampo scomparire,
su tutto lo scenario scese un cupo velo grigio
pronunciando la fine di quello strano prodigio.
“No signora, non sono spiegazione quel che io voglio
mi dispiace, ma è giunto la fine di tutto questo imbroglio!”
Scostai la seggiola violentemente
e verso l’uscita, scansando i due maggiordomi, mi spinsi fortemente.
“Aspetti non vada via, la prego!!!
mai nessuno aveva detto no in quella maniera alle mie lusinghe, non lo nego,
solo un altro po' di tempo insieme
il buio della mia fine il pensiero mi preme!”
Dovevo scappare via da quel posto stregato,
ma raggiunto la hall nel pavimento ero intrappolato.
I miei piedi con il marmo erano un tutt’uno, corpo e pietra in un amalgama
che mi trascinava verso la fame della loro dama.
Il terrore mi colpì alla gola, anche se avrei gridato,
nessuno mai mi avrebbe ascoltato.
Saette, lampi e fulmini dalle finestre e dalle vetrate si intuivano
come brividi di paura, i cristalli del lampadario tentennavano,
un forte vento sventolava le tende e le finestre d’un tratto si spalancarono
i maggiordomi con ghigno morboso a me si avvicinarono,
il cambio di scenario fu drastico e in forte progresso
mentre pochi passi ci dividevano fra me e la porta di ingresso.
“Fermo!” Gridò la signora con la mano tesa e l’abito mescolato in due parti
dal nero vittoriano al bianco completo, l’unione perfetta dei due scarti.
Il legno delle scale scricchiolava ripetutamente,
si essiccava, deformava e dai giunti e dai chiodi si scollava precocemente.
Ai piani superiori, rumori degli strumenti al tempo persi e abbandonati,
corde stridule simili a lamenti, pianti, e degli archi e del piano da tempo scordati.
“Mi dispiace, signora ma non avete più la mia grazia,
ormai della mia carne dovreste essere già sazia.
Questo posto è la vostra, non la mia di prigione!
e nulla potrà intrattenermi, nemmeno il tempo che sia schiavo o padrone!”
Qualche pietruzza dai miei piedi riuscì con forza a smuovere,
davanti a me c’era la libertà ed era un occasione che non potevo perdere.
“Fermo! Ti dico, le tue parole non sono di certo un lasciapassare!
Ti ho ingannato ma ti prego, dammi l’opportunità almeno di spiegare!”
Mi voltai e vidi il suo volto, formato dallo scontro dei due periodi,
due volti uniti fra loro con due o più nodi,
tra il volto pallido e freddo  con quello rosato e gentile
ormai allo scoperto, la finzione dove signora viveva divenne fragile e sottile.
“Sei una strega una megera? 
O una semplice ladra… e questa volta, pretendo che tu sia sincera!”
I due maggiordomi, le braccia mi afferrarono,
dal pavimento in un lampo mi alzarono.
Trascinandomi dinanzi ad essa
dove costrinse il mio cuore nel credere che era depressa.
“Tu cosa rappresenti in questo tuo mondo pieno di male?
Sei qui per nutrirti del tempo altrui come una creatura infernale?”
“Niente di tutto questo, è ovvio,
sono solo una povera donna che vaga senza un tempo nell’oblio
vivendo con il triste terrore della morte pessima
così cruda, così prossima …!”
In quel momento mi accorsi  che quella casa era in realtà la sua tomba,
in preda alla fine del suo tempo con la ferocia solitudine che su di lei presto incomba.
“Io non sarò mai una vostra preda
la morte e la sua paura è un vostro problema e per il tempo, lascia che esso proceda
nel suo normale corso come è sempre stato, equilibrato fra bene e male
facendo di noi, della nostra essenza dall’inizio alla fine un processo normale”
con il solo atto di ciglio,
i due maggiordomi mi lasciarono nel completo scompiglio.
“Tu sei giovane, pieno di grinta, stracolmo di passione,
che ne sai tu del tempo che ti bracca ogni giorno che passa come un affamato leone,
paura della morte neanche immagini cosa significhi: un infido amante
ecco cosa è, perdere se stesso e ciò che hai creato in un istante!”
L’agitazione in essa e in tutto ciò che le era attorno si placò poco a poco
Disorientata e arresa, la signora era ormai cenere di un ardente fuoco.
“lasciami andare via per la mia strada che io adesso ricordo di aver perso
e io dimenticherò così il torto del tuo gioco perverso”
La signora esaltò con scherno alla mia richiesta senza alcun rispetto.
Esausta si appoggiò alla parete simulando forse, un lancinante dolore al petto.
“E’ dunque è questo che fin qui ti ha portato
Volevi solo indicazioni per una strada che hai dimenticato..”
Affermò con sdegno e affanno,
intanto che i maggiordomi erano preoccupati del sul malanno.
“Beh, ora che è tutto finito, non mi rimane che aiutarti!
Non voglio che abbi su di me un brutto ricordo prima che parti”
“Aiutarmi?... ora mi da il suo aiuto?
dopo tutto quel che ha compiuto?”
Dissi confuso e con ritegno, 
poiché vidi nella signora e nel sul volto la vecchiaia che lasciava precoce il suo segno.
Timida, tremolante e colma di vergogna
La signora, ormai vecchia nascose il volto con il velo, pronta per la gogna.
“Malgrado i miei tentativi, ho concluso che sono le nostra gesta a essere eterni.
Ho visto il mio malessere con occhi esterni
e la redenzione è l’unico modo per finire, 
lasciare che il tempo azzanni anche la mia carne, amara o dolce, lui non sa percepire.
Voi due, portatemi il gioiello del fuoco di vita e un coltello con la sua fondina !”
Emise il suo ultimo ordine ai due fidati maggiordomi, stanchi e con la schiena china,
che orami, esili e afflosciati, anche loro alla morte prossima sono destinati
alla signora come il guscio alla tartaruga, sono legati.
“Tu quindi, con il cuore pentito,
puoi rilevarmi  la strada che ho smarrito?”
“Io non conosco ne strade e ne vie al di là di quel muro
 ma posso indicarti la persona, il Conte Magno,  lui lo sa di sicuro,
ha calpestato i cinque continenti e attraversato i tre oceani  
chiedigli consiglio e i tuoi sforzi non saranno vani”
“come posso fidarmi?
Come faccio a sapere che non sia uno dei tuoi malefici per di nuovo incastrarmi?”
Solo uno dei maggiordomi arrivò con un vassoio dalla ruggine logorato, 
sul quale vi era un coltello e un astuccio foderato
La signora afferrò il pugnale,
stringendolo con affetto fra le mani senza farsi del male
“Questo è il pugnale del mio defunto marito,
ahimè, che senza, non sarebbe mai partito;  
Ti aiuterà a sopravvivere e a superare gli ostacoli che di certo troverai
perché nel bosco, le linfee di certo incontrerai,
mai dovrai perdere questo gioiello
è il lascia-passare per il Conte nel suo castello,
senza di esso sarai un  semplice straniero, ai suoi occhi, irrilevante
ostile, se ti opporrai al suo desiderio di essere per la gente importante,
avvinghiandoti nel suo delirio
sarà difficile uscire dal suo martirio!”
Strinse il gioiello nelle mie mani
come se non volesse farsi vedere da occhi lontani,
l’orologio a pendolo iniziò il suo scampanare
segnando così l’ora nella realtà di tornare.
Gli eventi di nuovo si infuriarono
lampi, scricchiolii e la puzza di marcio ci circondarono
il maggiordomo a terra si afflosciò senza forza vitale,
scaraventando all’aria il vassoio emanando un frastuono infernale,
con affanno era pronto per il suo ultimo fiato,
la signora, decrepita, iniziò a tremare terrorizzata, guardandosi intorno in ogni lato.
L’enorme lampadario dal soffitto per la vecchiaia si staccò
cadendo a terra in miriadi di pezzi si frantumò.
La vecchia scheletrita, alle mie braccia cercò appoggiò,
crepe nel soffitto si crearono,
nel tempo in cui gli arredi nel marcio a terra si adagiarono. 
Con le resta del maggiordomo ormai putrefatto,
lo sgomento di terrore, di quel mondo che marciva cosi in fretta mi rese stupefatto.
“duecento passi dopo i campi di grano
Troverai il bosco di re Quoia , oltrepassalo e il suo castello vedrai da lontano”
Un altro rintocco e la scala cadde al suolo sollevando un ampio rimbombo
dal piano superiore il pianoforte crollò come piombo. 
“ora vai mio giovane viandante.
Il tempo sulle mie spalle si è fatto troppo pesante!”
Fiati corti accompagnati da pietose lacrime sul volto che un solco parevano scavare.
Dal velo logoro i suoi occhi potetti l’ultima volta osservare.
“Come faccio a sapere che la scelta è quella giusta?!”
Avevo fra le mie mani i suoi preziosi doni ma ancora il mio istinto di lei si disgusta
finché lei, all’estremo delle forze, con tremore alzò la mano per accarezzarmi il volto
e fu allora che la pietà, il mio cuore aveva coinvolto.
“Mio giovane viandante, la scelta è quella giusta solo quando di essa si è soddisfatti!
Ora va, va … , segui le mie istruzioni, restare qui è da matti!”
Afferrai il pomello, ma dal fradiciume dalla porta si distaccò,
buttai giù la porta e la vecchia signora a terra si accasciò,
in un batti baleno all’esterno mi scaraventai
mentre la casa su se stessa si accasciava e io la sua fine con occhi aperti osservai.
La pioggia cadeva a catinelle sul mio viso.
Le saette le macerie illuminavano, come avvoltoi e il loro perfido sorriso.
Iniziai cosi un frenetica corsa verso la fine dei campi,
senza mai fermarmi, fra fango, sassi e lampi.


 La Linfea

F
antasia, realtà, allucinazioni, sogni e magia…
Furono i miei pensieri  assieme al mio animo pieno di nostalgia.
Avevo già oltrepassato il bosco che sia di re Quoia non ne ero sicuro,
l’unico nei dintorni, circondato da querce dando forma un alto muro,
fu come attraversare la giungla, fitta di arbusti e selvaggia nella fauna
ero stanco come non lo ero mai stato, e a convincermi a fermarmi, fu Serva Luna,
gridava l’ora, del riposo meritato, da non molto arrivata.
Accesi un fuoco dopo aver trovato un riparo per la notte che da ore era calata.
“che la mia mente fosse malata?”
Domandai al fuoco dopo la giornata passata.
La prova reale fu lo scintillante pugnale e il misterioso gioiello,
che dalla fondina portai alla luce per osservarne il modello.
Un cristallo era, nel quale un fiamma viva nel cuore ardeva,
“Il gioiello del fuoco di vita” era il suo nome e una garanzia per la vita racchiudeva.
Che tutto poteva dipendere da un futile ed effimero oggetto,
quindi era ben prudente e ragionevole tenerlo stretto al petto.
Appeso al mio collo quel gioiello faceva un grande effetto
che fosse magico o simile ormai non avevo più nessun sospetto.
Tutto è possibile in questo mondo,  questa era la conclusione a cui io avevo fede,
poiché si tende a credere una cosa sia impossibile fin quando poi non accade,
ed io ero uno di quelli, dove A+B=C era il suo perfetto ordine da me assai stimato,
ma dopo le cose che ho visto, ho notato che quell’ordine era troppo limitato.
Dopo ore con lo sguardo perso nel fuoco,
con la speranza di pisolarmi con l’incanto del suo gioco,
qualcosa o qualcuno annullò l’ipnosi, alla ricerca dello sguardo in un lampo scossi
poiché dei rami nei cespugli là in fondo si erano mossi.
Uno spione o un feroce predatore notturno ?
Avevo fra le mani il pugnale e la cosa più saggia era essere taciturno.
Un solido scudo, alle mie spalle, era un’imponente arbusto,  
mai di certo avrei sognato di usare quel pugnale anche se ero nel giusto.
Non ero ne preparato e ne convinto, nella giusta maniera, di saperlo usare
ma fortuna volle che tutto nella quiete e nella pace iniziò a placare.
L’ultimo tozzo di legno era arso del tutto, e il freddo nelle mie carni si celava,
l’ultima lingua di fuoco poco a poco si attenuava, 
e con essa i miei occhi, troppo stanchi nel tentare di restare sveglio
quel silenzio attorno era senz’altro un comodo giaciglio.
Una culla piacevole nel perder i sensi e nel sonno lasciarsi andare
così che il fuoco si spense, dispensato da ogni difesa e dal buio lasciarsi dominare.
Un’imprudenza devastante fu quella di addormentarsi
e l’arte di sopravvivere la mia mente non volle cimentarsi,
perché qualcosa di brutto stava per avvenire, 
ed io di lasciare la bambagia dei sogni non ne volli sentire,
un forte gracchio mi riportò alla vita reale
mi svegliai di colpo, subito mi accorsi di un qualcosa di anormale,
i cespugli frusciavano, c’era qualcuno nascosto,
strinsi con forza il pugnale e restai fermo al mio posto.
Dovevo attendere il peggio,
poiché di essere braccato, lo ero dapprima che trovassi quel posto da campeggio.
Un altro gracchio mi indicò la zona in cui gli occhi puntare,
ma io stupido inesperto, il cielo iniziò ad osservare,
cosi all’improvviso, un lupo dal pelo bianco e occhi color smeraldo, uscì allo scoperto
attaccò e su di me si scaraventò, il pugnale a terra fini per lo spavento,
azzannò il mio braccio sinistro che usai come scudo per la mia gola,
vidi la furia nei suoi occhi scatenarsi e dopo mi accorsi la lupa non era sola,
altri due lupi vennero in suo aiuto,
così pensai che ormai ero ben che defunto.
La gamba e la spalla destra erano ora le vittime,
mi agitavo, gridavo, esultavo pietà, ma ero solo ahimè, solo io, i lupi e le mie lacrime.
Sentivo le zanne penetrare la mia carne e la forza ormai era allo stremo,
un altro sforzo, l’ultimo ed era quello supremo.
Ci vu un attimo in cui, fra paura e dolore,
che giurai che la lupa gli occhi cambiarono di colore,
e che non fosse sua intenzione uccidermi,
perché dopo tutto questo tempo dall’attacco, tre lupi erano solo riusciti a ferirmi.
I lupi non temporeggiavano con le prede, grosse o piccole, era indifferente,
bastava un semplice morso al posto giusto e la morte era imminente.   
Un aiuto dal’alto mi fu dato, perché alcuni rami caddero dall’albero,
creando così, un varco fra il fogliame d’acero,
nel quale la luce della Serva Luna fece irruzione
afferrai uno dei rami dandomi l’opportunità di cambiare la situazione,
e con forza lo conficcai nel fianco del lupo allentando la presa sulla spalla martoriata   
mi trascinai sul terreno scansandone un altro sulla testa con una forte calciata,
approfittando dell’occasione
afferrai il pugnale e lo conficcai nel collo della lupa senza esitazione.
I lupi da me si allontanarono, storditi e feriti,
per poi fuggire con la coda fra le gambe impauriti.
Non sapevo di aver fatto un torto alla sorte
giacché essa mi tenta e mi sfida fino alla morte.
Ed ora ero lì a terra, straziato dalla furia della battaglia,
nemmeno era, quella, la pena per una perfida canaglia.
Il destino ha voluto il confronto,
e neppure immagino per quale altra cosa sia pronto.
Risicai nel passare il restante della notte ad attraversare quella maledetta foresta,
Sporco, zoppo, sanguinante e un terribile mal di testa.
Agli alberi mi aggrappai, come un vecchio e il suo bastone, per affrontare il cammino,
l’emorragia alla gamba fermai con la resina di un albero di pino,
con denti digrignati attraversai il crepaccio, una caverna e un dirupo 
di intanto in tanto mi fermai a fissare sul pugnale il sangue di lupo,
come un trofeo o come la testimonianza di un miracolo divino,
mi affiancai poi a un ruscello, un lago o un fiume doveva essere vicino.
Ecco l’alba, un irradiante luce sovrastò ogni cosa,
aprendo come un sipario ai miei occhi una scena meravigliosa, 
l’alba è il momento in cui Dio trova l’ispirazione per creare,
pochi istanti per noi uomini, eternità del ciel divino in cui poter sperare,
la tetra foresta si era tramutata in rigoglioso paradiso,
Mastro Sole con  i suoi raggi fece un ottimo lavoro, colorando il mio pallido viso.
Sorgere dalla luce radiante, lui, re Quoia, era lui che il territorio  dominava.
Una sequoia, la punta più alta di tutti, come un ispido monte la valle incantava.
Il dolore era quasi scomparso al piacere di quella vista,
vedere gocce di rugiada scivolare su articolate ragnatele, come il dito di un arpista.
Veder poi i fiori sbocciare
e gli uccelli fra gli alberi sentir cantare.
Continuai finché il piccolo ruscello mi portò ad una limpida cascata
che un laghetto, ben nascosto tra gli alberi e le rocce, alimentava con la sua portata.
“Era proprio quel che ci voleva!” esclamai con un sorriso assai buffo.
In fretta mi denudai per lanciarmi in quello specchio d’acqua in un arduo tuffo.
Buttai il pugnale, non serviva più ormai
ma il gioiello istintivamente al collo lasciai.
Tra gli schizzi in superficie, quasi il fondo toccai,
per poi risalire più energico che mai,
sentire il pungere dall’acqua fredda calcò tutti i miei sensi,
nuotavo felice fin dall’altra parte poi, spensierato giunsi,
lasciai ripristinare ogni lembo del corpo e rinvigorire da ogni debolezza
e fuggire via libero da ogni stranezza.
Cullato dalle onde della cascata e dalla sua brezza
galleggiai beato lasciando il resto del mondo senza alcuna accortezza.
Mezzo dì gridava Mastro Sole sulla mia fronte,
me ne infischiai volutamente perché ero lontano dai guai e da qualsiasi altra fonte,
stare a galla sull’acqua per evitare altri pericoli, questo era quel che credevo
ma purtroppo, quel pensiero era solo una delle mie frivole illusioni, in fondo lo sapevo
nel tardi sarei diventato ottimo cibo per  pesci e di certo non era la fine che volevo,
non di certo da codardo fosse la mia fine,
e come raccontavo, i guai mi  perseguitavano come per abitudine.
Avevo dimenticato che ovunque io mi trovi c’era l’imprevisto
infatti, fra il limpido manto che la cascata formava, una lucciola credevo di aver visto
un scintillio,  come in una notte buia si scrutava il luccicare di una stella,
e che il cielo mi fulmini, ma avrei giurato di intravedere una giovane donzella,
dovevo lasciar stare, inquietava il mio istinto,
di abbandonare ogni tipo di curiosità, ma al solito gli diedi per vinto.
Mi avvicinai al getto della cascata
ed era vero, in mezzo al laghetto, vi era una donzella su una rocca adagiata
dietro al velo d’acqua, in una crepa della roccia ad un altro lago vi si accedeva,
come uno specchio, al quale un altro mondo si vedeva.
Seduta sulla roccia, la donzella era completamente svestita
da occhi invadenti poco intimidita,
color argento era la sua chioma, lunga fin sull’acqua poteva estendere
le copriva fugace l’intimo essere,
abbracciando il suo petto lasciandosi dolcemente vedere,
bella, come del Botticelli la sua Venere,
da lasciare senz’altro senza fiato.
Lei si accorse di me e del mio sguardo per lei incantato,
come un alligatore agganciava la sua preda con l’immobile sguardo 
mi nascosi nell’acqua, lasciando solo gli occhi allo scoperto, silenzioso e testardo.
Non ignorava la mia presenza, anzi la stuzzicava,
con occhi vitrei e un fievole sorriso mi ammaliava.
Scoprì la sua spalla con una profonda ferita sanguinante,
lentamente voltò il capo e sulla ferita iniziò a lambire come una intrepida amante.
Fu assurdo,  perverso il suo gesto
da censura ad un pubblico indignato e con lo stomaco indigesto,
ma ciò che poteva essere immorale a noi uomini per lei era naturale,
come la pioggia in un temporale,
cosi lei continuava in quella maliziosa seduzione,
eppure quegli occhi li avevo già visti, ma non ricordavo in quale occasione.
“Basta domande” pensai poi “E’ tempo che mi cerchi da solo le risposte!”
Abbandonai i miei pensieri, scindendo l’istinto e le emozioni in due linee opposte
la crepa della roccia era troppo stretta per poterla attraversare,
c’era un cunicolo poco sotto il livello dell’acqua e da li fui in grado di passare.
Non riemersi subito, c’era qualcosa che li sotto mi attirava
suoni, fischi, echi, gemiti e sussurri… simili al canto dei delfini sembrava,
verso la roccia sulla quale la donzella mi aspettava, io guardai.
Non vi erano pesci di nessun genere ma solo bolle che dalla terra uscir fuori notai,
riemersi e ripresi fiato,
la donzella era un palmo dal mio naso ed ne ero infatuato.
Mi sorrise, e con lo sguardo timido iniziò a canticchiare.
Non erano parole ma solo vocali poco chiare,
continuava nel suo gioco indifferente,
sentivo che già apparteneva alla mia mente. 
Mi guardava come se già mi conosceva,
ed io ricambiavo come se fosse creata per me, proprio come Adamo con la sua Eva.
“Chi sei tu?” dissi attirando il suo sguardo “io ti conosco!”
forse era della mia mente un gioco losco,
ma i suoi occhi li conoscevo già, ma non riuscivo a ricordare …
Sembrava non capire quel che io dicevo, neanche forse riusciva a parlare
lavanda era il suo profumo, intenso e trascinante nelle più intriganti fantasie,
scatenano nel mio corpo le più assidue frenesie.
Era troppo perfetta per essere reale del tutto
“Sei una creatura magica o semplicemente della mia follia il suo frutto?”
Alle mie parole sorrise e con l’indice alla bocca mi ordinò di zittire.
Si alzò dallo scoglio e si eresse su esso, stese ai fianchi le braccia senza nulla coprire
svelando nel suo corpo i miei desideri che lei aveva pienamente svelato.
Pietrificato allo sguardo della Medusa  sembravo essere diventato,
in un tuffo perfetto svanendo nell’acqua limpida si lanciò,
la cercavo finché lei non usci e sulla riva si incamminò.  
La sua immagine nella mia mente si era tramutato in delirio,
il diritto di possederla mi annebbiò i sensi senza alcun criterio,
una volta soli a riva, lei si adagiò in un letto fatto con  i fiori di loto
Doveva essere il suo nascondiglio per combattere la solitudine e l’ignoto.
Con malizia poi, mi invitò a far parte del suo essere.
Cedetti alla libidine del mio corpo e il mio buon senso smise di esistere.
Bruciando i nostri due semi in una lunga passione
fondendo gli spiriti oltre ai due corpi in una intensa unione.


Il conte

I
l tramonto di quel giorno, fu per la foresta un tragico evento.
Due carrozze, trainate da sei cavalli ognuna, cavalcarono come il vento,
lungo il suo cammino incuranti di fauna e flora,
dei fulmini che cavalcavano l’aria, di arrivare non vedevano l’ora.
I cocchieri, i quattro fanti, apparivano tutti dei baldi giovani,
ben vestiti ed equipaggiati, armi di lusso e scintillanti gioielli che ornavano le mani.
Fra gli alberi e gli arbusti i cavalli volavano,
e nel silenzio i giovani gli ostacoli evitavano,
ali nascosti negli zoccoli  e nessuno dei cavalli gli occhi nelle orbite avevano
se non altro ne orme e ne traccia lasciavano. 
Arrivati all’improvviso, dietro al giaciglio, il convoglio si fermò,
ne un nitrito ne un affanno emettevano, il cocchiere le redini con rabbia tirò.
Uno dei fanti scese dal cavallo apri la porta della carrozza,
al suo interno, un giovane paladino uscì fuori mostrando a tutti la sua altezza.
Guanti bianchi, scarpe ben lustre, cappello e bastone con un grosso pomo d’oro,
gli altri due fanti portarono ai suoi piedi uno sgabello ornato da foglie d’alloro. 
Al di fuori della carrozza si guardò intorno nauseato,
si tolse i guanti e osservò me che dormivo nel giaciglio beato.
Un perfetto dongiovanni, avvenente d’aspetto ricco di potere,
dimenticando con i suoi sottomessi gli usi delle buone maniere.
Si approssimò al giaciglio, oscillando il bastone,
e testa alta si atteggiava come un pavone,
un fiore color passione era nell’occhiello, e da perfetto illuso
di tanto in tanto del suo odore ne faceva uso.
“Costui è della mia linfea, il profanatore?”
“Si mio signore, lo sento dall’odore!”
Rispose evitando il suo sguardo, il primo fante.
Infatti a nessuno era permesso di guardare il suo viso “il volto altrui era irrilevante”
Affermava di continuo, era permesso solo dalla moglie e alla sua amante.
“Bene, me ne compiaccio, abbiamo dato un senso a questo viaggio estenuante”
Fu allora che quel signore posò su di me il suo volto.
Impressionante per i sottomessi, a pochi era concesso il suo guardo coinvolto.
“che orribile!  è della natura il suo pessimo sbaglio,
svelarmi in un uomo ogni suo sporco dettaglio.
Distogliete quest’uomo dal suo sonno beato,
per il crimine commesso gli farò pentire di essere nato”
I sottomessi mi afferrarono subito d’impatto,
Alzandomi, bloccando ambo i mie lati, come la camicia di forza per un povero matto.
“Cosa volete da me?” domandai nella completa confusione,
mentre mi voltai per cercare la donna misteriosa, ma fu altro che una delusione.
Sparita, come i miei vestiti e il senso di orientamento per quel posto
“Taci, coprite questo sgorbio con qualche straccio,
odio essere coinvolto con le persone, soprattutto con un tal poveraccio!”
“Chi siete voi, signore per impadronirvi del mio movimento e della sua libertà?”
Fissando i sottomessi che mai alzavano lo sguardo senza alcuna dignità
“Non credo che possa essere nella posizione giusta nel formulare alcuna domanda,
mostrami rispetto dovuto a chi ora ti comanda,
per il crimine commesso ora mi appartieni e mi servirai sotto il mio sigillo,
per il resto della tua vita si intende, senza alcun clausola o cavillo !”
“Crimine?...quale crimine ho colpa, non ha mai ne ucciso ne rubato!”
“Hai o non hai posseduto una delle mie linfee, senza il permesso da me dato?”
Arrogante, pomposo e saccente.
“Ho posseduto le sue carni ma lei ha posseduto la mia mente!
 chi era o a chi apparteneva non me ne importava un bel niente ”
“bene, ottimo, il meschino ha confessato l’atto compiuto spontaneamente …
ecco perché  fa di te il mio sguattero per il resto dei tuoi giorni nascenti,
pochi hanno assaporato la mia clemenza, la pena era morte altrimenti”
“Essere innamorato non fa di me un colpevole
ma solo superiore a chi crede di aver per l’amore una gran mole!”
Il dongiovanni scoppiò in una vivace e calorosa risata,
e con lui, i sottomessi si accodarono come vecchi compagni in una scampagnata. 
“Tu, credi che sappia l’amore cosa sia,
credi che l’amore sia fatta di fiori di loto e succo di ambrosia
pura aria, frammenti di immagini spettacolari e pochi  attimi di frenesia?
la tua è solo una stupida superiorità o una sporca gelosia!”  
“Quel che sia, ma alla vostra condanna ingiusta
ho diritto alla mia difesa, e l’opportunità di uscire da questa situazione angusta!”
il dongiovanni rimase stupito,
annusò il fiore all’occhiello con il volto assopito.
I sottomessi e per fino i cavalli mutilati ne furono spaventati,
da qualsiasi reazione o gesti impulsivi su di loro venissero scaraventati.  
“Diritti, opportunità,  giustizia,…. Sono valori effimeri per le persone non importanti,
 li evochi ma non ne possiedi nemmeno uno, creduloni come te ne ho visti tanti!
In questa foresta esigo un diritto di proprietà in tutto ciò che in esso vive.
Ammiro la tua audacia nel proteggere le tue assurde congetture poco creative.
Peccato che presto non avrai più la lingua,
avere uno schiavo che parla è per una situazione ambigua “
 “Io non rinuncerò alla giustizia, troverò le prove della mia innocenza
  e ne risponderà solo dinanzi a chi la giustizia  ha la coscienza”
Dimenandomi ma i sottomessi non esitarono per la loro irremovibilità.
Poi mi accorsi che nei loro occhi non avevano alcuna personalità,   
privi di anima, solo carne cruda insipida,
una custodia vuota, marcia e fetida.
Il dongiovanni saccente, con ira funesta, i miei occhi a lungo nel silenzio fissò,
digrignò i denti, e stringendo nel pugno il bastone a me si avvicinò.  
“Io sono il Conte Magno, più potente di un serpente con il suo veleno
posso essere chiunque io desidero, avvocato o giudice in un battibaleno”
“Lei è il Conte? … credevo che foste un esploratore e non un perfido dittatore”
Dissi senza pensare con vero stupore,  
cosicché con un forte ceffone il Conte mi colpì.
Disgustato, poi le mani con un fazzoletto bianco, accuratamente pulì
“Dovevo aspettarmelo da una vecchia megera,
dopo che si sia cibata del mio tempo, dovevo aspettarmelo che non fosse sincera!”
Dissi arrabbiato e con gran dispetto,
attirando però l’attenzione del Conte per quel che avevo appena detto.
“Hai visto la megera?...e  sei riuscito a liberati di lei? …
E per giunta giovane ora sei!”
Era la meraviglia quella nel suo volto?
Pensai fissandolo sconvolto,
aver parlato della megera crebbe il suo interesse in pochi istanti,
ero sicuro che lui e la megera fossero rivali o addirittura perversi amanti.  
“Si, son qui con le mie giovani primavere
perché lei mi aveva assicurato della mia strada voi avreste saputo riconoscere!”
“Strade?....io conosco tutte le strade, vie e vicoli
dai grandi centri urbani fin ai villaggi più piccoli,
ma nulla verrà rilevato
se un buon prezzo non verrà stipulato,
magari con una cosa rara e preziosa
che fosse piccolo e delicato come una rosa
con colore vivace e composto da un energia pulita!”
cosi gridai “Il gioiello del fuoco di vita!”
utile per la mia garanzia alla sopravvivenza e forse per uscirne da quella condizione,
ma quando mi accorsi che al mio collo non c’era più, ebbi una gran delusione,  
tralasciare la morte della megera era forse un piccolo vantaggio,
ma ora affrontar la cosa ci voleva un enorme coraggio.
“Esatto! E’ quello che dalla megera da tutta la mia vita io bramo;
se lo possiedi puoi considerarti libero da ogni vincolo e in ogni posto noi ti portiamo”
L’avidità del suo sguardo mi trafisse il cuore da parte a parte,
scandalizzato di tal superbia facendone lui una vera arte.
Mi tese la mano come per stipulare un sacro contratto
come per diavolo e il suo infernale patto.
“La megera nelle mie mani lo ha consegnato
affinché io un buon uso ne avrei fatto e sulla mia strada sarei ritornato!”
Far capire che lo avevo perso sarebbe stato un grave errore,
per la mia vita, dovevo giocare senza aver terrore.
“Signore, quando lo abbiamo trovato,
nulla a dosso aveva, e nulla c’è sul posto dove era adagiato!”
Disse uno dei sottomessi.
Le mie speranze di vita e i miei pensieri di fuga ora erano compromessi.
“Ma certo, è ovvio …
dove è nascosto un gioiello con tal valore lo so soltanto io !”
Il Conte notò l’improvvisata,
attimi di silenzio e poi scoppiò in una pomposa risata.
“Cosi la linfea che hai oltraggiato,
non mirava al tuo cuore infatuato,
ben sì, al gioiello che  ti ha rubato
durante il tempo in cui dormivi beato!”
Un’altra risata animò il suo volto arrogante,
fintanto che inizia a sudar freddo e a sentir l’aria pesante.
“Bizzarra la vita non trovi?
Da un giaciglio di fiori  in cui ti abbiamo trovato ad una cella con un letto di rovi!  
Credevi di ingannarmi con la tua aria da relitto,
impersonando un sudicio eroe che la megera ha sconfitto?
Ed ora pagherai per un tal affronto,
la tua vita è il mio prezzo che mi sarà pagato quest’oggi, al tramonto!”
Il Conte si voltò e entrò nella sua carrozza d’oro decorata,
ed io fui sbattuto con forza in una cassa, sul retro adagiata.
Quando il coperchio mi chiusero in faccia,
il mondo e tutto il resto non ebbe di me nessuna traccia.
Un bavaglio stretto garantiva il mio silenzio,
e l’idea di dimenarmi e di far rumore era impossibile dato che non vi era spazio.
La resa fu una decisione giusta per quel trattamento abominio
recuperando forze, ossigeno e forse il raziocinio.

LAngelo

P
er tutto il viaggio pregai per un idea.
La condizione dei fatti aveva costretto la mia mente ad una lunga apnea,
con mani e piedi legati come un porco pronto al macello,
fui trasportato fin del Conte il suo castello.
Un buco, un semplice buco, grosso quando un pisello,
era la mia finestra per il mondo esterno, il viaggio terminò quando intravidi il cancello.
Ferro battuto e alto quattro metri,
e un portone gigantesco, combinato armoniosamente con vari e colorati vetri.
Mura di cinta che sembravano palazzi e torri vigili sul territorio dominante,
pensavo d’essere entrato in un castello di un gigante,
ma poi mi accorsi che quella sua vastità,
non fosse altro che il risultato di una mente insoddisfatta e piena di avidità.
Schiavi, servi, sottomessi ne era zeppo …
tutti indaffarati nel lavoro e terrorizzati nell’aspetto,  
da far scolorire anche il fiore più candido,
seguendo minuziosi un silenzio così rigido.
Osservavo, cercavo di vedere il più possibile,
la strada di ritorno alla mia casa era per me oramai inaccessibile.
Ahimè così che mi arresi alla volontà del mio crudele destino,
ormai non appartenevo più a nessuna terra o colle ornato di pino
da custodire il mio piccolo fetta di paradiso.
Non avevo più quella casucola di legno antico con il mio nome sula porta inciso.
Non avevo più quel ruscello che dal monte scendeva fin al mio declivio,
che si adattava al territorio con la sua acqua pura e fredda  ch’io ora tanto invidio.
Non avevo più la soffice terra e i suoi meravigliosi frutti modesti.
Niente più sguardi sorridenti della Serva Luna e dei suoi amici corpi celesti,
come in  un libro, io ero all’ultima pagina,
dove mi aspettava con ansia la fine, della speranza la sua assassina.
All’interno del castello, chiusi gli occhi per rendere ufficiale la mia resa
e a me stesso non rimase che un gran dolore e verso la morte una lunga attesa.
Ben presto, fui gettato come un sacco di farina in un posto oscuro,
dove dopo tante capriole fini a sbattere contro un grosso muro.
La luce era rarefatta, la torcia da una fiamma viva era il mio nuovo Mastro Sole. 
Mani legate e piedi liberi, e un fetido odore si espandeva nella stanza come nuvole.
L’acque nere del castello era tutto ciò che ora avevo,
dividere coi topi e i ratti la cella dovevo,
come se lo spazio non fosse per me abbastanza.
Due assi di legno fradici e una balla di fieno era tutto ciò che c’era in quella stanza.
Non vedevo su cosa camminavo e di certo il coraggio non avevo nell’accertarmene, 
con rabbia e disgusto cercai dalle mani, la fune di liberarmene.
“Perché tutto deve andar storto?
Nella mia vita sono sempre stato nelle cose accorto”
Gridai ai topi rabbiosi che in gruppi aspettavano di assaporare le mie carni,
magari nel sonno o addirittura aspettano un attimo di distrazione per dilaniarmi.
“Ho avuto raziocinio in tutte le mie decisioni
e con spirito le affrontate senza mai ripercussioni.
Per raggiungere che e che cosa?
La compagnia di topi affamati che della mia carne pensano assai deliziosa,
prima di una morta imminente
per un crimine da cui sono innocente,
per dar ascolto al mio istinto insistente
nel provare una emozione assai potente!
L’unico mio crimine e di avere reso privo alla mia vita il suo giusto desiderio
di vivere felice e senza paura nelle conseguenze con il giusto criterio,
con il giusto sfogo e  la piena tolleranza.
Solo ora che l’ho capito ne sento la mancanza!”
Infatti cercando sempre la soluzione con il male minore,
avevo dimenticato che ci fosse anche il bene maggiore.
Dopo tanti e insensati monologhi con i topi,
così tanto per spaventarli e allontanarli dai loro scopi,
soffermai lo sguardo al mattone e ai graffi di terrore,
su di esso inciso con malincuore,
mentre il tempo con i suoi lunghi secondi mi trucidava il cuore,
trasformandolo in un ampio guscio pieno di rancore.
“Cercavo tanto un’avventura, una piccola, … una semplice …
Sfidando me stesso, ho trovato la morte e io ne sono l’artefice
ho tramortito  la mia vita per soddisfare un insulso piacere
cosi debole è il mio spirito allora, per un niente è facile a cedere!”

“La vita di ognuno di noi è una goccia che cade nell’oceano del Dio che amiamo,
e ciò che facciamo ci percuote come le scia di onde che in esso provochiamo.
Nulla è insignificante o importante una volta che ci uniamo in esso,
siamo tutti uguali, questo è ciò che dimentichiamo spesso”
Fu quella voce che illuminò di luce quella cella.
Stupito guardai là,  in fondo, dove un fascio di luce mi guidò come una stella.
Un foro, grande quanto della mia mano il suo pugno,
era tutto ciò che avevo, quel tanto che bastava per ripristinare al mio sfogo il ritegno.
Parole, parole di chi con la fede, tutto il giorno vive senza nessuna spiegazione.
Parole che da un vago enorme sanno dar luce ad una profonda introspezione.
Lumi di calore interno,
come fa Mastro Sole dopo un lungo inverno.
La gioia di udire tal parole
mi rifugiai nel fascio di luce con il suo intenso calore.
“Chi è che al mio povero cuore da coraggio
in questa maledetta vita di solo passaggio?”
“Non maledire il tuo santo dono.
È a te stesso che devi implorare perdono.
La remissione si ha solo quando si  ha conoscenza del proprio misfatto,
e non di evitarlo, così da diventar matto!”
Alzai gli occhi verso il piccolo foro,
e un angelo, un angelo vero, con ali e con tutto il coro.
Occhi blu in un rosato viso, un ciuffo biondo sulla fronte pendeva,
e la luce, da lei intensa nasceva.
Le mie pupille logore da tal bellezza.
Il fiato mozzo, senza mai sentire nei miei muscoli la stanchezza.
“Sei per caso di Dio la sua serva?
E perché avrebbe mandato il suo angelo più bello che della vita il sogno preserva,
per un uomo che della sua vita solo osserva, inerte di  fronte alla sua morte,
inutile, e incapace di reagire alle situazioni avverse della sua sorte ?”
“Domande, ancora domande sul perché e del come delle cose che accadono …
L’unica risposta più chiara è credere nelle scelte che alla vita appartengono.
Mai più rimorso logorerà l’anima se al lato buono e saggio
dedicherai te stesso,  liberandoti così dalla tua mente che ora ti ha come ostaggio!”
Plasmò la mia mente con enfasi dalle sue parole,
giuste e con tono assai piacevole.
Poi accadde un qualcosa di straordinario da render la mia mente muta dallo stupore.
Il fascio di luce che inondava la mia cella, si raggruppò con un intenso candore,
nel dar forma di un corpo di una donna con dell’angelo il suo volto.
Maestosa e divina, non c’era alcun dubbio, dalla sua bellezza sembravo uno stolto.
Una tunica fatta da autentici fiocchi di neve,
il tintinnare dei cristalli ascoltavo volentieri, avvicinandosi con il passo lieve
“son qui nella tua cella a far di te l’uomo del mondo nuovo
poiché sei tu ciò la storia cambierà in un dolce ritrovo.
Con il tuo dono salverai ciò che resta
di buono e di caro di questa sofferente foresta.
Tutto ritornerà con il suo giusto equilibrio come il giorno levante e la notte calante,
ecco perché sei di Dio assai importante”
Tutto era a me estraneo, le sue parole non erano più chiare.
Di una missione dettata da Dio parlava, e di un dono che il mondo ho fatto cambiare.
Per alcuni attimi, la sua evanescenza incominciava a vacillare,
capì che era tempo ormai che lei doveva andare.
Galleggiando nell’aria,  la sua tunica come tentacoli di polipi si iniziò a ramificare
Il buio di quella dannata cella sembrava che la stesse per divorare.
Il suo corpo si sdoppiò d’improvviso, e la sua immagine divenne poca nitida.
Sovrapposte le due sagome di luce, l’una più lenta dell’altra come scie di guida.
“Gesta, doni, … io sono all’ombra di tutti questi fatti.
Del posto in cui vengo a malapena ricordo a tratti!”
“Sei di Dio la sua più nobile pedina,
con le tue domande più ovvie e a pensare alla notte già di prima mattina,
ma ora tutto è compiuto,
dovrai solo tener tesa la mano a chi ora ti chiede aiuto,
ecco la tua ultima istruzione,
dopo sarai libero con nessun altra preoccupazione!”
La sue parole finirono con una potente esplosione di luce,
al quando riaprì gli occhi, l’angelo era scomparso.
Ritornò aldilà della cella, dove prima era apparso.
“perché scappi?...come posso aiutare altri quando non riesco ad aiutare me stesso?”
Ritornò di nuovo il splendido volto che nella mia mente era già impresso.
Un volto sfumato, non aveva ne contorni e ne lineamenti
ma ugualmente bella, non sarebbe  un angelo altrimenti.
“Un amico, il più fedele d tutti, ti darà ciò che occorre,
per fuggir via nella foresta dove lui ti saprà condurre”
Un altro bagliore di luce per poi scomparire
questa volta del tutto, ricomparendo la sporca cella e il fetore violento da stordire.
Ritornarono i topi, il buio, ma il ricordo di quel viso mi tenni nella mia mente stretto.
Dovevo ora elaborare di quanto ciò è stato detto.
Una mano tesa è la sola mia speranza,
ma fin ora non vidi ne aria e ne sostanza,
fu il tempo a dar ragione al mio istinto,
di una folle fantasia dell’angelo la mia mente aveva dipinto.
Vidi e rividi il foro dell’angelo,
ma nulla più che pietre e uno squallido gelo.
E’l’alba o il tramonto, giorno o notte?
Così continuavo con me stesso ad affrontare stupide lotte.

Il prete & lo stalliere


P
oco dopo, i centimetri divennero chilometri e gli istanti in anni.
Lo spazio e il tempo avevano alla mia testa recato molti danni.
La torcia viva, tutta l’aria aveva consumato,
con sol fetore ora ero abbandonato.
Un rumore, poi successe,
riaccendendo poco a poco il mio interesse.
Un altro tonfo e poi un picchiettio,
succedeva qualcosa, ma per i topi, sembrava che lo sentivo solo io.
“Cosa sta provocando questo rumore?”
Dissi io con gran ardore.
Di nuovo il rumore poi uno strano verso,
poi nel  silenzio mi son perso.
Nel dar pace alla mia agitazione
dimenticai che il tempo è un astuto dittatore,
cullato dolcemente dalla speranza,
vacillava il mio desiderio di una prossima creanza.
Un tuono e poi un lampo di luce accecante,
sbagliando ciò che in natura aveva il suo ordine inquietante.
Un corvo e il suo gracchiare,
mi spronò a non lasciarmi andare.
Dal muro una buca con il becco aveva creato.
“Come è mai possibile?” subito ho pensato.
Il volo del corvo era sbizzarrito in ogni parte della stanza.
Fra me e la buca c’èra molta distanza.
Si avvicinò a me con diplomazia,
mentre il mio pensiero era quello di andar subito via,
ma il corvo sulle mie ginocchia si posò,
con il tergiversare della sua testa nei miei occhi guardò.
“Io ti conosco!” esclamai contento,
fissandolo con lo sguardo attento.
“Tu sei il capo corvo!”
Si scrollò la polvere dalle penne,
finché il petto bianco il piumaggio nero divenne.
Le porte del nuovo mondo si aprirono,
la speranza di veder la fine di quel giorno, all’istante raffiorirono.
“Che gioia riveder un anima di grande carità,
nel dividere con me la sua libertà.
Giunto da molto lontano,
solo per darmi nella fuga una mano!”
Capo corvo gracchiò ancora
poiché della fuga era giunta l’ora.
Mastro Sole alla fine del suo ciclo era quasi giunto,
il cielo era tinto di rosso per l’appunto.
I preparativi per la mia esecuzione erano giunti al fine
e con essa anche la mia solitudine.
Ora che capo corvo aveva creato la mia evasione,
dovevo senza indugio creare fra la folla l’agitazione.
Con affanno mi arrampicai al muro di pietra viscido e con punte aguzze,
felice nel riveder il mondo e le sue bellezze.
Il capo corvo era un gigante di fedeltà ora che me lo aveva dimostrato,
era lui l’amico fidato di cui l’angelo aveva parlato.
“Addio perfidi topi!
Ora è giunto il momento che io concluda i miei scopi !”
Dissi vedendoli mentre cercavano al muro di arrampicarsi,
con gran ferocia e abili fra di loro nell’azzuffarsi.
Raggiunsi l’uscita con gran gloria
per riprender finalmente fra le mani  la mia storia.
Capo corvo mi faceva da sentinella,
la strada non era in laterizio ma interamente fatta di carbonella,
dove gli schiavi e sottomessi calpestavano con normal uso
annerendo non solo i piedi e le ginocchia ma anche gli occhi dal tal abuso.
Gracchiò due volte capo corvo, comunicandomi di rientrar nella cella, 
ma il mio essere goffo impressionò una contadinella,
nel portar notizia a chi deve si accinse alla corsa in un amaro silenzio.
Capo corvo gracchiò con gran strazio,  
mi gettai fra la folla, cercando un solido scudo fra essa sofferente,
ma l’indumento e il fetore che portavo, la folla non rimase indifferente.
Ormai i sottomessi avevano già lanciato l’allarme,
e  da fuggitivo volevo ad ogni costo ingannare la  gendarme.
Con il continuo pensiero nel fissare alle mie spalle,
inciampavo, mi scontravo, e calpestavo finendo poi nelle stalle.
I sottomessi giunsero in migliaia, capo corvo si elevò alto nel cielo come una freccia
ed io a guardare qui cavalli senza occhi, con zoccoli d’acciaio da non lasciar traccia.
Rincominciai a vedere la parte chiara del lato buio.
“Devo fare qualcosa o qui, io muoio!”
Ne tempo a disposizione, non ci fu altro per poter pensare
cosicché,  subito l’idea di prendere un cavallo da poter veloce cavalcare,
e scappar via fra la gente e lontano dal castello superbo
confondermi e ingannare a chi la mia vita così tanto teme con un tal riserbo,
come rocce di granito restavano fermi l’uno accanto all’alto, gli oscuri destrieri,
facile da scambiarli in sculture anziché considerarli cavalli veri.
Sull’unico cavallo con una macchia bianca sul dorso salii in groppa goffamente,
così che il cavallo seppe all’istante ciò che volevo dalla mia mente.
In una sbizzarrita impennata mi colse di sorpresa,
scalciò sulle porte, e le sfondò, ostile senza dubbio alla resa.
Sfruttando la sua crine come redini mi impacciai nel volerlo guidare,
invece non ci fu il bisogno, stranamente il cavallo sapeva già dove io volevo andare.
Non aveva occhi tuttavia schivava, evitava, virava in perfetta armonia,
verso l’uscita, l’unica da cui poter andar via.
I sottomessi  avevano sbarrato la strada ma il cavallo li evitò in un maestoso salto.
Volavamo insieme io e il cavallo, atterrammo con disinvoltura dal problema risolto.
 Via galoppando fra la gente perplessa e le piccole bancarelle,
fra cunicoli e vicoli, su strade in pietra, in fango e lunghe passerelle.  
Oltrepassammo uno steccato per raggiungere un cancello,
poi ancora vicoli e viottoli in vari livelli guidati dal mio amico uccello.
Sapevo che non c’erano più vie di fuga, così pure il cavallo,
un grosso cane rabbioso ci bloccò la via d’improvviso come un sciacallo.
Capo corvo gracchiò scatenato e il cavallo mi scaraventò a terra e dallo spavento scappò. Mi lasciò solo, come una foglia d’autunno in balia dal forte vento,
impastato nel fango dov’ero caduto mi rialzai dolorante,
intanto che la gente nel vedermi scappava via  terrorizzata e tremante,
ne un appoggio ne una mano tesa,
e i sottomessi erano a pochi secondi dalla mia presa.
Mi girai in tondo, perso con lo sguardo,
recarmi aiuto fu per la gente un pericoloso azzardo,
fu appunto un vecchio stalliere e un giovane prete
a placare della libertà la mia sete.
Si gettarono nel mio problema senza badare ai loro senza alcuna cautela,
nascondendomi sotto una lunga tunica fatta da vecchi sacchi di tela.
“Perché vi curate delle mia sorte?
Qui tutti hanno paura del mio intento di rifiutare il Conte e la sua corte.
Nessuno mai vorrebbe ritrovarsi ora nel mio stato!”
Dissi rannicchiandomi dal forte dolore al costato.
Trascinato da loro al ciglio del cortile,
lasciando così passare sotto ai miei occhi la parata di sottomessi ostile.
“Quieta i tuoi pensieri caro ragazzo.
Non è il momento di finire allo sgozzo!”
Disse freddamente lo stalliere
dagli occhi maligni  tentava benevolmente di  proteggere.
“Siamo umili amici in cerca del tuo santo aiuto!”
Disse il giovane prete dopo l’atto compiuto.
“Al sicuro noi ti portiamo dalle malvagi gesta del Conte,
affinché tu compia il destino a chi ormai al cuore ha chiuse le porte!”
“Io non credo che sia la persona che voi  tutti crediate,
un valido eroe voi aspettate,
non un goffo personaggio che non ricorda neppure la strada casa
con la mente pienamente da pensieri effimeri dissuasa!”
Lo stalliere mi interruppe all’improvviso.
“Il Conte sta vendendo e di certo non ama essere dalla gente deriso!”
“Che Dio ci aiuti in questa ardua impresa.
Fa che nulla sia fatto invano, dopo tutta questa attesa!”
Disse il prete stringendo nel suo pugno il suo crocifisso.
“Ed ora amici miei cosa faremo adesso?”
“Abbi fede, sono sicuro che il buon Dio ci indicherà la strada giusta!”
“Vorrei che fosse cosi facile, sarei già a casa a godermi dal mio colle la bella vista!”
Fu il frastuono della carrozza a far andar nel panico il giovane prete.
“caro prete ... Preghiere? ... è tutto quello che avete?!”
“teme anche la sua ombra!”
Disse lo stalliere, scrollandosi un grosso sorriso dalle labbra.
Avevano l’aria di conoscersi da tutta una vita  come il fante e il suo destriero
due individui opposti di forma, credo, età e di pensiero,
che si ritrovano uniti per la stessa causa per il bene comune;
nulla poteva dividerli, il male era loro immune,
un Prete giovane, esile, pelle chiara, sguardo ingenuo con folte sopracciglia,
ma senza dubbio ricco di fede come dimostra il suo abito, lungo fin alla caviglia.
Lo stalliere invece, alto e panciuto, scuro e con lunghi e strani baffi,
abile e sveglio e con abiti vivaci e colorati e dal volto segnato con lunghi graffi.
“Ecco, quello è il nostro riparo!
È li dove ci nasconderemo dall’ignobile avaro!”
Così fu fatto, chiusi all’interno in un  vecchio  ritrovo abbandonato,
grosso quanto un posto di cavallo poco distante dal grosso fossato.
Paglia sparsa sulla dura roccia e una piccola finestra transennata,
la porta pesante dal muro era distaccata.
Lo stalliere e il prete in pochi istanti l’avevano sistemata,
uniti  loro due, valevano come una grande e potente armata.
La carrozza arrivò come un lampo che squarcia un ciel sereno.
Sottomessi, fanti e cocchieri si ramificavano nel piazzale come veleno.
Un serpe viscido appariva,
 il Conte con i suoi vizi dalla rabbia impazziva.
Tutti, i cittadini del piazzale del castello, appena lo guardarono …
a terra nel fango ai suoi piedi si gettarono,
persino i maiali sotto il fango scomparirono,
ne oche e ne galli più cantarono.
Sol una bimba fu onesta con se stessa,
ne a terra e ne il capo chinò, a quel livello di certo non si abbassa.
Sguardo serio ma non intimidito,
e dal suo posto non si mosse per nemmen un dito.
Con una brocca d’acqua sotto al braccio portava,
abiti sciatti e sporchi umilmente indossava,
alle spalle della carrozza la schiera dei sottomessi si costruiva poco a poco.
Il Conte, indignato, dalla carrozza scese rosso come il fuoco,
il candore del suo vestito era accecante per quella povera gente,
persino le scarpe erano di un bianco lucente.
Si coprì la bocca con un fazzoletto rosso,
per il fetore che la gente lì, portava a dosso.
“le tracce finiscono qui mio distinto signore,
non riesco più a distinguere il suo odore da questo orribile fetore!”
Disse il sottomesso con tono tremolante,
mentre la bambina lo guardava costante.
Il Conte evitò di fissarla,
tenne lo sguardo alto e vista alta e lunga, più in basso non osava abbassarla.
“Chi di voi, fetida gentaglia,
ha visto la fuga di un meschino, cosicché denunciandolo evita una inutile battaglia?”
Ma nessun osò parlare,
e alcuni evitarono anche di fiatare.
“Io lo so!”
Ruppe il silenzio la bambina che il conte i suoi occhi su di lei posò.
Sembrò disgustato il Conte, ma fu lui che si avvicinò lentamente.
“Io lo so, ve lo dirò ma solo se me lo chiedete gentilmente!”
La gente la intorno, fu rapita dalla paura,
per la probabile reazione del Conte con la piccola creatura.
I sottomessi stupiti si pietrificarono,
anche i cavalli, se avessero gli occhi, di sicuro li spalancarono.
Ma il Conte, sotto lo stupore di tutti, dinanzi alla bimba si tolse il cappello e si inchinò
e senza esitazioni, con animo calmo per la sua insolenza si scusò.
Dinanzi a tal innocenza il Conte era esente da potere,
ecco perché questo strano paradosso stava per accadere. 
 “Ovviamente, le domando scusa piccola e graziosa creatura.
La verità e l’innocenza fanno parte della tua natura,
pura d’animo e onesta di spirito,
che al mio cuore ha colpito!”
“Le vostre scuse sono accettate,
ora se volte esponete il vostro quesito, o da qui è bene che ve ne adiate!”
“potreste essere cosi gentile a delucidarmi,
a indicare il nascondiglio del mio fuggitivo ai miei gendarmi?”
La bambina si girò intorno fra il silenzio e la gente prostrata,
ma nulla le impedì di rispondere alla domanda a lei impostata.
“è li dentro, al riparo, il  tuo fuggitivo
ma presto o fra poco non sarà più vivo!”
puntò l’indice al nostro ritrovo,
Capo corvo ritornò di nuovo,
si posò sulla carrozza e con indifferenza e gran stile gracchiò,
fece sua tutta l’attenzione, si lisciò le penne cosi il tempo prolungò.
 “Uccello del mal augurio!
Mandatelo via prima che io mi infurio! …
grazie della premura madamigella,
la verità è, la più fedele della vita, la sentinella!”
Chiamò gli uomini per una imminente retata,
la mia libertà fu ormai negata.
Ben dieci dei sottomessi sfondarono la porta traballante
entrarono trovando però una scienza inquietante.
Quando il Conte entrò, ciò che vide fu sconcertante
il buon prete, chino sulle ginocchia pregante
per una  estrema unzione a un moribondo  
ormai già a metà strada nell’altro mondo.
Il Conte esclamò con un forte grido il forte disgusto
si abbandonò sull’uscio in quel posto angusto
In nomine patris et filii et spiritus sancti…. se ha commesso peccati,
Il signore lo rialzerà e gli saranno perdonati!”
Disse il prete con le sue preghiere, il crocifisso e una piccola Bibbia
e il moribondo… era lo stalliere  ricoperto di sterco sdraiato su un letto di paglia.
“Tu, prete con la tua strana fede farneticante
cosa ci fai al capezzale del mio latitante ?”
“Eh sì,  questo pover’uomo nel fruttuoso giardino dei cieli è ora giunto!”
Si segnò il capo e il corpo con il segno della sua fede,
baciò la stola e un lungo sospiro sofferente diede.
 “Il suo travaglio è stato lungo ma ora il suo corpo è defunto !”
Riponendo la mano sul cuore del morto presunto.
I sottomessi dall’orrore non si mossero per un punto.
“Morto?....come può la morte appropriarsi  di un mio oppresso?
 Nessuno può andarsene senza un mio permesso !”
“Mio caro Conte, non occorre nessun permesso alla morte.
Apparteniamo tutti al disegno divino, è la nostra sorte!”
“Mio signore il morto non è il nostro ricercato
È grasso, è vecchio  ed è malato!”
“Ma la bambina innocente che ho appena sentito
non può in nessun modo aver mentito!”
“Bambina ?... mio caro conte di quale bambina state parlando
Ciò che vedo è solo un corteo funebre che si sta preparando!”
Infatti quando lo sguardo di entrambi fissarono il piazzale,
non ci fu una bambina ma stele di lutto in tutto il viale,
e il capo corvo su un asse di legno,
invitò al Conte di andarsene con ritegno.
“Questo è ai miei occhi impossibile.
State insinuando che ciò da me detto non è credibile?”
Rivolgendosi al prete irritato dalla situazione creata,
mentre i sottomessi  in silenzio tenevano tutti la testa calata.
“Oh no, mio caro Conte, giammai!!
Sarà forse i residui della malattia, … è dappertutto oramai !”
“Di che malattia state parlando, prete?
Di cosa è morto quell’uomo, avanti … rispondete!”
“Non credo che vogliate saperlo,
è contagioso anche nel pronunciarlo!”
Bisbigliando al Conte la sua illusione
creata da un affrettata immaginazione.
“Son altro calunnie dettate dalla tua sempliciotta religiosità, 
nessun uomo teme le parole se è degno di grande superiorità!”
Testardo, il Conte si appoggiò al suo bastone,
ma da incoerente si tappò la bocca con il fazzoletto, per precauzione.
“Non intendevo sottovalutarla in nessun modo,
e in segno di rispetto vi dirò quindi il nome del morbo!”
“Mio signore, conosco quella malattia
è obbligo consigliarvi di andar via!”
Disse il sottomesso fidato,
appostandosi al conte di lato,
scoperta la malattia sconvolto appariva,
ciò che aveva visto nell’animo ne risentiva.
“Oh, per tutti i lumi, quelle sono le piaghe del male.
Dopo che le hai avute, la vita non ha più senso, come il pane senza sale!”
Esclamò il sottomesso fidato,
dopo che più di tutti abbia indietreggiato.
“Eh si a malincuore ! …. Peste è il suo nome, letale e assai contagiosa…
Si può guarire solo a chi Dio pone  la sua mano prodigiosa !”
“AH! Prete, questa è un insulsa fandonia
di volgere il tutto nel fare religione, è la sua mania!”
“Beh allora se è solo una mia fantasia,
provi con i suoi occhi, così potrà disperdere dal mio credo la mia frenesia.
Non è il primo con le sue mani a voler toccare,
rende più concreto il poter credere nel voler cercare.
È l’arbitrio che Dio ha donato in favore alla nostra ragione,
poiché è essa che fa di noi uomini nella nostra missione “
Il prete lasciò libero il passaggio,
ma il Conte nel far un piccolo passo non ebbe coraggio.
Confuso e disorientato,
sembrava provar compassione per quel malato.
Ma di certo la sua domante indole e la sua carica di nobiltà,
non permetteva nel mostrar  alcuna volubilità,     
il giovane prete era rigidamente deciso nella sua interpretazione,
e il vecchio stalliere fece appello a tutte le sue forze di sopportazione,
eppure il Conte notò fili intrecciati nel suo pensiero dibattuto,
qualcosa di sospetto, di incoerente, conosceva il prete ed era molto astuto,
così prese la situazione nel pugno della sua mano.
“Dimmi, mio caro buon samaritano,
come mai non vedo ne paura e ne costipazione?  
Il contagio letale che ha accertato non fa alcuna distinzione
che sia servo, Conte o prete.
Come mai non trasuda terrore nella morte imminente?
Crede che la sua fede la rende cosi potente?
Allo scampare alla morte da trovarlo divertente?”
Il prete silenzioso chiuse la sua Bibbia e l’abbracciò al suo petto,
si avvicinò e lo fissò senza alcun sospetto.
“Come san Francesco fa della morte una sua sorella,
io ne faccio una compagna , della vita, vera e assai bella;
ne sono immune non per la mia fede,
ma perché in passato sono stato esposto e ha fatto di me della vita il suo erede.
In molti ho visto morire fra le mie mani armate del solo mio credo,
aspettando da me dalla loro vita sofferente, il congedo!”
Il Conte fu zittito e con l’animo afflitto,
fra lui e il prete era un eterno conflitto.
Il Conte tiranno con assurdi ambizioni,
aveva il potere sul suo corpo e delle sue azioni,
e il prete coscienzioso e con tutti i suoi complessi
della sua anima e dei suoi sentimenti più regressi. 
“Bene prete, hai vinto, hai ottenuto ciò che volevi nello sfidarmi.
D’altronde io sono un signore e riconosco quando è il momento di ritirarmi…
Ti  lascio con il moribondo, 
sperando che porti anche te all’altro mondo!”
Il Conte risalì veloce nella carrozza, 
abbandonando il rifugio al prete con sul volto l’amarezza.
“Ascolta bene mio caro prete, continuerò la caccia al mio fuggitivo,
ovunque io lo troverò che sia morto o vivo!”
Intanto che il capo corvo il rifugio raggiunse,
il Conte di nuovo poi aggiunse.
“strano non trova ?... un prete che parla di umiltà e carità,
ed è lei il primo che giudica con grande superiorità!”
Il prete confuso si avvicinò scontento,
e il Conte con una grande risata nell’animo sospirò un gran spavento.
“non credo che abbia compreso del tutto le sue parole mio illustre conte!
Conforto le persone affrante, far capire loro che essi siano della luce la fonte ”
“ Lei è corrotto come chiunque altro su questo pianeta,
concedere la vita alla morte uguagliandosi a un santo profeta!
Allora dimmi mio caro prete, con il suo aiuto forse risolverò questo losco imbroglio:
Chi è chi  tra di noi che pecca di superbia e orgoglio?
Che io ricordi, fra i capitali sia il peccato peggiore …
Questo di certo al suo abito non le fa un gran onore!”
Una frustata ai cavalli fantasma dal cocchiere,
e la carrozza volò via fra lo sgomento del prete e la gente e le loro chiacchiere.
Il povero prete non aveva la forza più di stringere nelle sue mani la croce,
aveva logorato la sua fede con le gesta nascoste dalle parole della sua stessa voce.
I sottomessi del piazzale passarono accanto al prete abilito,
invisibile ora era, sia di corpo che di spirito.  
Il suo Mastro Sole fu coperto improvvisamente da folte nuvole,
il prete era giovane di vita e fragile di coraggio ne era consapevole.
Dell’omicidio del suo credo, colpevole era il verdetto.
Io, che tutto il tempo ero nascosto nella paglia del letto
con indumenti di fortuna assieme allo stalliere lo raggiungemmo.
“Sono parole dettate dal demonio!” Gli dicemmo.
“Nessuno ha tanto chiarezza nel suo spirito come tu l’hai avuta nel tuo!
Non distruggere ciò che ami, è del male il suo continuo volere perpetuo!”
Disse lo stalliere costruendo al prete il conforto e le speranze.
Capo corvo ci guidava dall’alto e ci avvertiva del pericolo nelle vicinanze,
così riuscimmo a estenderci ai confini del castello,
mescolandoci nel lavori quotidiani e nascondendoci il volto con un grosso mantello.
Alla fine della via c’era la chiesa,
ne una scritta e ne un’icona, non c’era nulla sopra inciso,
dai due pali di legno legati a forma di crocifisso si intuiva,
rudimentale e fatiscente ma era là che la gente si riuniva.
Un luogo sacro con un grosso tetto a falde,
piccolo, accogliente, in cui si può restare al sicuro dalle persone spavalde,
da quanto vidi, era per quella gente il loro piccolo paradiso,
dove poter chiedere asilo e soprattutto un piccolo sorriso.
“La chiesa!” Esclamai contento nel vederla dalla gente invasa,
poiché fu un altro indizio per il mio ritorno a casa.
“perché un tal stupore nel vedere la mia chiesa?
“Poiché è essa per me una piacevole sorpresa!
E’ quel che io cerco nel mio cammino dopo tante rivelazioni
 è un colle assolato con poche abitazioni
con due pini, una quercia, un salice e una casucola in cima,
in legno antico a cui tengo una gran stima,
 e di un ruscello dove sgorga acqua color cielo e limpida come la neve,
e sentirsi lieve e sazio quando uno la beve,
e della terra sotto ai piedi puoi assaporare,
morbida e fertile sulla quale poter coltivare,
e di stelle, tante stelle che nella notte ballano contente,
attorno alla luce della Serva Luna assai potente,
che di lei luce rispecchia la chiesa dal portico al suo apice,
un alto campanile le sta accanto come un suo amato complice!”
Se pur misera, la piccola chiesa,
 il giovane prete resisteva in ogni modo nel mantener quell’ardua impresa.
Alle mie parole rimase deluso di se stesso,
non conosceva altra chiesa fuor dalla sua, e quello lo rese perplesso,
del mondo intero che si era perso,
nel tentar di salvar l’anime di questo posto perverso.
Entrarono, non nell’umile posto ma nella stalla dello stalliere,
separata dalla chiesa da un lungo rigagnolo recintato come un cantiere.
Solo un piccolo ponte ne forniva l’accesso,
un luogo buio e di cattivo gusto, lo stesso stalliere lo aveva ammesso. 
Due posti assai differenti e angusti,
dai proprietari, due opposti che cercano se stessi nell’altro, nelle gesta e nei gusti.  
Capo corvo rimase a far il palo, così in tondo a guardare,
un compito importante che solo i suoi occhi attenti sapevano fare.
Grano orzo e fieno erano gli alimenti che padroneggiavano nel locale,
dai cavalli assenti, al loro posto una mucca e un maiale,
erano dello stalliere la sua unica provvidenza,
di una donna e del suo tocco  non se ne vedeva la presenza.
“orsù amici miei , la mia casa non è di certo un castello,
ma ci vivo e con il tempo lo trovo anche bello!”
Ci disse lo stalliere serrando  lì per lì porte e finestre.
“Non so come esprimere la mia riconoscenza sui vostri atti compiuti,
d’ora in poi non sarete per il mio cuore due ignoti sconosciuti,
ma di coloro che di sacrificio fanno dono l’anima,
per il sogno della libertà che i loro cuori rianima!”
“Le tue parole fanno onore al nostro compito  
che ahimè non è ancora del tutto  finito!
Al suo termine avremo di sicuro gran gloria dall’altra vita,
per cui ricordar questa di vita ardita”
“Basta prediche prete! non è di certo domenica!
Dobbiamo far filare via il nostro amico, non lo avrai dimenticato mica?”
Spostò decine balle di fieno,
buttando qua e la oggetti e strumenti senza alcun freno.
Poi, con l’aiuto del giovane prete,
scostarono alcune assi di legno della parete,
rivelando alla luce del tardo tramonto,
un cunicolo privo di luce ponendo cosi il loro destino a un serio affronto.
“di notte fonda, con la compagnia degli schiamazzi dei sottomessi ebbri
abbiamo scavato un accesso alla fuga per tempi ancor più tenebri,
con le soli mani nude pietra dopo pietra,
abbiamo scosso il recinto dalla sua luce tetra,
ed ora è il momento del giudizio delle azioni “
“tutto purché volti al meglio le nostre ambizioni”
Disse poi lo stalliere seguendo del giovane prete il discorso,
come se fosse una persona sola, un solo pensiero senza nessun rimorso.
Capo corvo gracchiò persistentemente, 
era il segnale, li avevano trovati, doveva subito cambiar ambiente.
“Ora va giovane amico la strada che dovrai percorrere,
dovrai affrontarla da solo e da solo tutto il nostro destino dovrai sostenere.
Credi nella verità di queste follie,
perché nel mezzo fra i due confini troverai le meraviglie,
che Dio ha disposto per i pochi che sanno vedere,
non con gli occhi ma con il cuore il centro di noi uomini e del suo potere”
Capo corvo entrò gracchiando come un forsennato,
la carrozza con il Conte era alla porta ormai arrivato.
“presto vai prima che sia troppo tardi!
Penseremo tutto noi a quel Conte e ai suoi bastardi!”
Lo stalliere mi afferrò con forza bruta,
e mi spinse nel cunicolo cercando all’altro lato di arrivare con la mente arguta.
Ne un saluto e ne un addio,
lo stalliere sbarrò l’entrata mentre la sua casa  fu sotto assedio.


Re quoia

 Il branco

P
rocedevo lento e a gattoni con molta attenzione,
solo, costipato, con il buio e il mio fiatone,
infangato dal terriccio, ferito dai mattoni al di sopra della testa,
oltrepassai il grosso muro di cinta per giungere poi alla foresta,
intuì una via, laddove ai cigli vi erano folti cespugli di bacche rosse,
nascosti dalle ombre dei faggi, pioppi e aceri da foglie molte grosse.
Capo corvo mi raggiunse con fatica, mi gracchiò indicandomi la strada,
lo seguì fidandomi di lui come ho fatto fin ora, tendendo i cattivi a bada.
Era difficile seguirlo, la boscaglia era fitta,
temevo di perderlo anche se la strada procedeva dritta.
Giungemmo al lago, l’ultimo spicchio di Mastro Sole era quasi tramontato,
e come uno specchio vidi la grossa sequoia dall’aspetto malato.
L’albero più alto di tutti, padroneggiava, imponente come un re,
proteggeva con il suo manto tutti gli altri alberi, da vero signore celebre,  
come la chioccia faceva con i piccoli pulcini,
Re Quoia era impavido, si mostrava anche ai boschi vicini,
e il lago era io suo specchio personale,
ma un fogliame giallastro e rami afflosciati ci ribadiva che stava male.
Non era nella sua forma smagliante,
eppure era il re, l’albero che tutti ritenevano dominante. 
Capo corvo, lì in alto nel cielo, girava in tondo ammaliato dal suo riflesso,
il tempo passava e non dovevo distrarmi spesso,
fin quando, dall’altra sponda del lago giurai di aver visto la linfea a me stesso.
Per un attimo i nostri occhi si erano incrociati ma lei si nascose dietro a un cipresso.
Mi decisi e corsi nell’inseguirla,
dall’altra parte, lei fuggiva, impossibile fra gli alberi riconoscerla,
scappava, lasciando dietro di se, di fiori bianchi una lunga scia,
suscitando nel mio interno una profonda angoscia.
Spariva fra albero ad albero come per lei un facile gioco,
anche se non capivo della sua fuga, lo scopo.
Poi ecco un fiume che scorreva quieto,
e dall’altra parte, al posto della bella linfea comparve un lupo mansueto.
“E forse il lupo che ha tentato di strapparmi la vita con gran impeto?”
Ma il lupo non si mosse, fermo e discreto.
Si  girò alle sue spalle e dal folto cipresso,
uscì una lupa con il suo branco appresso.
Uno ad uno spuntarono dai cespugli,
e con orecchio attento captavo fievoli bisbigli,
di una folla impaziente.
D’istinto guardai le mie spalle, ma fortuna non vi era un bel niente,
capo corvo sorvolò  sul mio capo,
nulla notò e volò sul fiume da lato a lato.
I bisbigli crescevano quanto il numero di lupi che vedevo apparire,
finché non vidi una lupa che dal branco si distinse, “Eccomi” sembrò di sentire,  
con intorno al collo il gioiello della megera,
mi accorsi subito, il capo branco lei era.
Si avvicinò al ciglio del fiume con capo chino volto sull’acqua e animo soggiogato,
e a ciò che mostrò il riflesso non avevo mai pensato.
Una lupa di pelo chiaro che nella sua specie era bella come una dea,
che ha come riflesso dello specchio d’acqua, una linfea.
Fui colpito da tal rivelazione,
che da allora cambiò ogni mia azione.
Quella lupa era la linfea che aveva impressionato i miei sentimenti,
ma tutt’altro che ostile si comportava, avrebbe già attaccato altrimenti.
“Eccomi, sono qui al tuo cospetto.
Il destino ci ha diviso, era stato costretto.
Ma ora siamo qui per ricevere il tuo aiuto,
e nella nostra famiglia ora sei benvenuto”
La sua voce era, la sentivo eppure non aveva emesso alcun fiato.
Pensai e ripensai, che io aiuti, quell’ibrido di forma, sia il mio vero fato?
“chi sei e perché ti sento vivo nella mia testa,
causandomi alla mia ragione una forte tempesta?
Perché hai rubato il mio gioiello ?
avrei evitato il cattivo fato dei miei amici in quel maledetto castello!”
“me ne rammarico che a causa nostra hai passato tempi cupi
la tua costanza nelle domande fa si che assomigli a noi lupi,
impostando false orme nella vostra evoluzione,
noi, che del pelo lasciamo volentieri ma non la nostra perversione!”
“Perché hai rubato il mio lasciapassare nel sonno?
La nostra intesa era quindi solo un subdolo inganno?”
“Troppe risposte da restituirti per la mia azione,
ma c’è poco tempo a nostra disposizione.
Tempo fin all’ultimo raggio di questo giorno,
per restituire la corona al vero re e pace a chi gli sta intorno.
Il tuo gioiello nelle mani sbagliate era assai pericoloso,
per questo ho corrotto con facilità, la tua mente e il tuo cuore con un amore malizioso.
Ritroverai la strada per la tua casa
ma prima, dovrai restituire il nostro equilibrio, prima che la notte travasa.
Il gioiello con il suo contenuto dovrai ad ogni costo proteggere,
in essa c’è la linfa del fuoco di vita di Quoia, il nostro amato re!”
I lupi alle sue spalle, mostrarono un educato inchino,
rivolto alla maestosa sequoia da noi poco vicino.
Attraversai il rigagnolo con l’acqua alle ginocchia,
osservando capo corvo che sopra alla mia testa gracchia.
Il Conte con i sottomessi mi avevano trovato,
così pensai “Troppe tracce indietro ho lasciato”
“Fermati” cosi la lupa bloccò il mio passo.
Mi gridò alla mia testa  nel punto del rivolo più basso.
Dal suo collo sganciò il gioiello con una stretta torsione,
lo gettò ai miei piedi, nell’acqua senza alcuna preoccupazione.
 “Poco tempo adesso tu hai
liberaci ora o più mai!”
I lupi da solo mi lasciarono,
corsero veloci in contro alla carrozza del Conte, cosicché  più tempo di donarono.
L’acqua sulle mie gambe fu assai  imponente,
eppure il gioiello non seguì la corrente,
di volontà propria con le mie mani voleva andar via,
dal suo riflesso una luce intensa nell’acqua lasciò una lunga scia.
Lo afferrai stretto nel pugno della mia mano,
vidi la luce attraversarla e assaporai un dolce tepore simile a quello umano.
“Si capo corvo, ho capito!
Devo compiere il mio destino … da chi o cosa non so, sia stabilito!”
Gracchiò ancora e ancora fin a sentirsi male,
 come il suonare della campana in arrivo di un temporale.
“Corri amico, presto corri!” sembrava intonare,     
“Fammi strada allora, non posso affatto come te volare!”
Vinsi così, le mie paure,
ora avevo uno scopo anche se le cause e gli effetti erano a me scure.
Ero finalmente un tassello, coinvolto, un ingranaggio,
anche se pur piccolo e solo di passaggio.
Ma d’altronde, una catena era formata da piccoli anelli, 
un coro da singoli voci, uno stormo da piccoli uccelli.
La loro unione dava origine alla forza,
come il branco di lupi che corsero veloci alla carrozza.

L’assalto alla carrozza

Cornici in oro, veli color argento e tappezzeria rossa in velluto,
era quello della carrozza il suo contenuto.
Proseguiva volando plasmando la foresta lì intorno,
che dopo il suo passaggio ritornò tutto al suo posto e adorno.
Veloci come aquile da caccia,
il Conte, seduto beffardo, aveva un grosso ghigno sulla faccia,
composto con il suo abito di lusso che lo ritraeva snello,
orgoglioso, vanitoso del suo riflesso, che riteneva assai bello.
Attento alle pieghe dei capelli, al dito un grosso anello,
e un eccentrica pochette rossa all'occhiello.
Sicuro, con aria eccelsa della sua vittoria,
come se avesse già vinto e cambiato del tutto questa storia,
finché, ci fu un assalto improvviso, nel pieno silenzio da non sembrar vero.
I sottomessi sui fanti, uno dopo l’altro poco a poco scomparvero,
come se fossero inghiottiti dalla foresta senza lasciare agli altri alcun sospetto,
come lo scatto improvviso di una pianta carnivora nel divorare il povero insetto,
per la prima volta i cavalli fantasma nitrirono,
su due zampe dallo spavento impennarono,
virarono i poveri cavalli, lasciando uno dei due alla guida cadere,
temendo i lupi, più della frusta del cocchiere,    
la velocità della carrozza fu tale da sfidare il vento libertino,
i lupi si avvinghiarono alla carrozza così da affrontare il Conte serpentino;
graffi, grugni, morsi, tutto provarono per entrare,
la carrozza era solida, ma non al punto da dover mollare.
Nel suo interno tranquillo il Conte era,
un effimero ostacolo, privo di senso, fermo immobile come una statua di cera.

Il re
Nel frattempo, la guida di capo corvo, lontano mi aveva portato.
La flora era fitta, spesso molti metri avevo l’intralcio raggirato.
Combattere questa crociata fu la cosa più importante che nella vita mi sia capitato,
abbandonarla fin ora mai ci avevo pensato.
Oltrepassai un grosso tronco quanto una casa,
un vespaio accanito e una palude dalle sanguisughe invasa.
Nulla poteva fermarvi in questa sfida verso la sorte,
avevo una valida ragione dalla mia parte.
Sentivo in animo di non esser lasciato solo in quei oscuri sentieri,
c’erano amici ovunque li intorno fra piante, fiori e alberi,
anzi, le stesse piante, fiori ed alberi erano miei amici, forse i più cari,
con le loro forme, colori e profumi pronti a rallegrarti nei momenti più amari,
i maestri, gli alberi, ve ne erano tanti di folte chiome e grinzose radici,
eterni, sapienti, calmi e del creato degli inflessibili giudici. 
Poi dietro a un frassino e un alto faggio,
ecco il più grande e di tutti il più saggio:
Re Quoia, incatenato dalla maledizione,
lottava, per la foresta, la sua liberazione.
Una radice assai grossa imprigionava, della Signora Terra, le viscere,
offrendola compatta e sicura per gli altri nel poter sani crescere. 
Capo corvo ancora gracchiò,
e nel proseguire per la mia strada indicò,
ma le radici del re erano troppo lunghe poiché io possa raggirarle,
l’univa ovvia soluzione fu quelle di scavalcarle.
Un lungo e lontano ululato,
indicò il mio tempo ormai consumato. 
“Si lo so amico mio, devo affrettarmi,
ma la radice è liscia e non c’è un gran che su cui aggrapparmi!”
Risposi al continuo gracchiare di capo corvo,
un imperativo monosillabico era il suo “gra!” ed io ero il suo servo.
Con fatica raggiunsi la cima della radice,
le mie calzature malridotte si squarciarono,
e come un giocoliere in bilico sulla corda, il tronco del re le mie mani toccarono.
“Son arrivato dove tutti volevano,
accettando la causa che tutti mi proponevano,
e adesso appello la mia iniziativa e alle mie intuizioni,
che un senso pone alle mie azioni”
Saper fare le cose è assai difficile,
ma bastava solo tener la  mente alle cose vigile.
Così dall’avvoltoio nei panni del tempo, mi affrettai a trovar ciò che mi serviva,
e fu proprio lì a pochi rami più in alto che la vista si accaniva.
Un nido di picchio appariva,
era li che il mio pensiero colpiva,
un inizio, un probabile accesso.
“Li dentro c’è la risposta!” dissi a me stesso.
Mi aggrappai a Re Quoia come un capace rettile.
La corteccia era liscia e assai sottile,
ero curioso dei possibili eventi,
per tutta la vita avrei avuto il rimpianto altrimenti.
Ramo dopo ramo al foro arrivai. 
“Cosa dentro ci sarà mai?”
Capo corvo sulla mia spalla sinistra si posò,
del suo interno, non avevo paura neanche un po’.
Aguzzai lo sguardo e dentro il buio padroneggiava.
Un cunicolo profondo e per tutta la lunghezza di re Quoia passava.
Il Conte arrivò come un pazzo,
carrozza  fatiscente, cavalli imbestialiti e lui che lo guardò con disprezzo.
L’unico sopravvissuto dall’agguato dei lupi,
fu ora che lo vidi che i miei pensieri divennero cupi.
Il suo bel vestito sgualcito,
e segni sul volto di essere sia d’animo che sul corpo ferito.
Frenò d’impatto, i cavalli scapparono irrequieti,
lasciando il Conte ai suoi decreti.
“E così hai incontrato il re, colui che della giustizia e della verità è simbolo!
Ma lui stesso ha reso la verità un vero pericolo,
con la sua conoscenza ha reso il resto del mondo … piccolo.
Vedere d’alto verso il basso ha sfidato
quel che Dio ha di semplice creato,
con la sua perseveranza nel sapere ha abbandonato ciò che è più caro,
ciò che rende felice questa gente è semplicemente l’ignaro!”
Disse il Conte sulla radice arrampicandosi,
in fretta e per nulla affaticandosi.
Le sue parole alla confusione mi avevano portato,
aveva un senso, ma non è lasciarmi convincere  quello che di certo ho imparato.
“Credevo che non credessi a nessun Dio, o per lo meno che credessi che fossi tu
ciò che tutto può, in possesso di tutte le virtù …
Ma possedere la gente e il suo fato,
non è meglio di ciò questo re ha abbandonato!”
Il Conte si sedette con l’aria tranquilla,
eppure sapevo dentro di se l’ira lo assilla,
l’abito cercò di sistemarsi,
e i capelli di acconciarsi.
“Ormai il fatto è compiuto,
per la prima volta ho fatto quel che davvero ho voluto!”
Dissi io guardandolo assorto dalla sua vanità,
che non riuscivo bene a capire quale fossero le sue priorità.
“Ebbene, per ciò che avvenga il fatto,
occorre un oggetto che hai perduto mentre eri dalla mia linfea distratto!”
Solo quando aveva finito di parlare
aveva notato il gioiello legato al mio collare.
Infreddolito si era convinto di aver perso la battaglia,
tuttavia la fine di quella guerra era lontana mille miglia,
e per la vittoria ne il Conte e ne io eravamo i giusti paladini,
solo di una scala due semplici gradini.
“Forse è questo che pensavi nelle tua mani di possedere,
ma sono il solo a capire che in questo gioiello non c’è niente da vedere?
Un oggetto rimane un oggetto,
non val la pena di render la vita vincolata e manipolando ogni tuo progetto”
Il gioiello di fuoco di vita, lo portai di nuovo ai miei occhi.
Capo corvo gracchiò segnando l’ora come rintocchi.
L’incanto era forte di quel gioiello,
ma effimero se pur bello,
“Non c’è niente da vedere, lui dice.
Un oggetto, una misera cosa, un’appendice…
Povero ragazzo ingenuo e fiducioso,
non sa di aver fra le mani un miracolo prodigioso!”
Con lieve sarcasmo il Conte ribadiva intollerante,
intanto che dalla foresta fra gli alberi alti e i folti arbusti
spuntarono dodici orsi bruni massicci e robusti,
al comando pignolo del Conte erano sottomessi,
feroci e rabbiosi aspettavano un qualche mio errore che io facessi.
Li guardai, in ogni direzione ve ne era uno, avevo paura,
e la giornata iniziò a farsi sempre più scura,
dalla mia spalla Capo corvo volò via,
nessuna soluzione o pensiero ovvio dalla paura mi svia,
solo, da morte certa,
affrontai la situazione con mente aperta.
“Visto giovanotto, anche se riuscirai nella tua impresa
mai lascerai questo posto, dai miei orsi con la loro presa!”
Gli orsi aggrappati al tronco di re Quoia con lunghi artigli scorticavano la corteccia.
Il conte soddisfatto, andò da loro accarezzando la loro folta pelliccia,
“A meno che non pensi ad altre ovvie soluzioni,
lo so che ne sei capace, pensare è una delle tue solide ambizioni!
Per esempio conoscerai sicuramente il primitivo concetto di barattare,
così una giusta soluzione potremmo contrattare,
uno scambio equo,
la tua libertà con il prezioso gioiello, questo non affatto un patto iniquo!
Allora dimmi, può adesso ad un oggetto dipendere la tua esistenza?
Se è solo un oggetto da essa non avrai nessuna dipendenza ”
I miei lumi mi avevano abbandonato,
come capo corvo la mia capacità di cogitare via era volato.
Distrusse in un attimo tutto quello che avevo creato,
usando contro di me le mie parole, con bravura la mia mente aveva manipolato.
Cosa fare in occasione simili, come agire per sbloccare la mia mente dal torpore?
Ciò che la mente ama declinare il volere del mio cuore,
in quel momento rimpiansi di essere un nessuno.
aggrappato alla terra e avere scelte semplici al momento opportuno,
essere o non essere della mia vita un traditore?
Mi sentivo come il figlio, Amleto, dello scrittore.
“non ci sono molti parametri in cui valutare,
anche se la tua scelta fosse della foresta di salvare,
non avrai mezzi di come il gioiello puoi tagliare,
a farsi che il contenuto nell’interno del re si va a mescolare.
Il diamante, di cui quel gioiello è composto,
e della più solida e dura che la natura ha predisposto!”
Ciò appena detto dal Conte per i miei pensieri fu letale,
non sarei riuscito ad aprire quel diamante con la mia forza brutale.
“Non c’è forza più dura del proprio volere!”
Esclamai pensando alle cose strane di quello strano mondo ha visto accadere.
Fu così con estrema torsione,
il gioiello si aprì come in un assurda allusione,
nel suo interno una stella scintillante,
di energia e luce accecante,
impartendo il vero stupore ai miei occhi con la splendida emozione,
avvolse me in una profonda luce abbagliante ponendo me nella perfetta affiliazione
con le cose, il mondo e soprattutto con me stesso,
eliminando per sempre nella mia mente ogni suo complesso.
Un vento funesto nasceva dal fuoco della stella,
inondala con la sua potenza e una luce chiara novella.
Ogni cosa esistesse li intorno e oltre in un piccolo momento,
gli alberi festosi del compimento,
danzavano felici con il forte vento,
mentre il Conte e i subdoli orsi, era rannicchiato accecato dal glorioso evento.   
Un nuovo Mastro Sole era nato per la foresta.
Un nuovo uomo era nato pronto per il mondo,
come re Artù impugnava la sua Excalibur vittorioso con i cavalieri li in tondo,
dalla mia mano restituì al legittimo re la sua corona.
Nel tronco, versai il prezioso contenuto, così ne fece della sua vita padrona.
Svegliatosi da un intenso letargo di un lungo inverno,
Re Quoia restituì a tutti ciò che è di loro in eterno.
Libertà pura, il volere di coscienza e la capacità di indipendenza,
e soprattutto imprigionò nei loro cuori la sempiterna speranza.

La rivolta


R
igoglioso, Re Quoia incuteva paura al povero Conte,
perso in questo nuovo orizzonte.
Gli orsi fedeli erano del tutti confusi di chi era al potere,
che il Conte cercava ad ogni costo di riavere.
Un lungo tuono si udì da lontano, seguito poi da forti suoni di subbugli,
un manto nero di elevò nel cielo, lo stormo di corvi uscì dai cespugli,
capo corvo era ritornato e con lui la sua fidata armata.
Guidavano la folla ribelle che, dalle chiuse del castello finalmente era liberata,
frecce appuntite piovvero in un istante dal cielo,
per colpire ciò che al Conte ancora appartiene, la terra fu coperta  da un ampio velo
dopo gola, accidia, superbia, lussuria, avarizia e invidia,
il Conte affogò nell’ira.
Malvagio fu il suo volto, voltatosi alle spalle verso la folle avanzate,
punti di luce traballanti apparivano dal lontano le numerose fiaccolate,
la folla, semplice e piena di vigore nella causa,
armata con forconi, falci e tridente, pronti per distruggere su di loro ogni accusa,
frecce e balaustre  per i più esperti,
mai più della speranza furono incerti.
“Ecco la tua fine, caro Conte, l’aspettavi … come la megera non è vero?
Lo sapevo che un giorno della speranza ne saresti diventato povero!”
Mi guardò il Conte scendere dal re con i denti digrignati,
strizzando gli occhi dalla sconfitta ormai accecati.
L’ovazione dei rivoltanti era forte e prossima ad arrivare, 
il buio della notte su di noi iniziò a calare. 
Non contento, il Conte con il mio stato d’animo ricominciò a giocare,
questa volta non per contrattare, solo e semplicemente nello far male e perseverare.
“E solo una battaglia persa, come la tua!
Affrontare i problemi con la tua anima ingenua,
non riuscirai mai a vivere una vita serena
se ti prodighi a gettar via anima e corpo a chiunque ti faccia … pena!”
Esclamò con raucedine, giunto a quel che rimane della sua carrozza,
estrasse come per magia una lunga spada scintillante dalla corazza.
La sguainò osservando su di essa il suo riflesso,
vanitoso fin alla fine, era forse il peggiore complesso.
“cosa intendi con le tue parole articolate?
arrenditi e forse ti lasceranno in vita, non hanno come te le menti malate!”
Giunsi sulla grossa radice,
mentre gli orsi continuarono nell’essere fedeli al conte anche se significava essere infelici
“Io l’ho vista, l’ho vista e ne ricordo lucidamente il cammino,
quanto ignari quel che tu cerchi è qui vicino,
un colle, un sole, due alberi di pino, una quercia e un salice
un ruscello, una terra fertile e una casa in legno nella forma più semplice.
So dov’è e la sua direzione,
ma non te lo dirò, sarà per te, la mia maledizione!”
Cercai di parlare ma la mia voce fu sopraffatta,
la  folla invase  lo slargo dinanzi a re Quoia, trasformandolo in un campo di battaglia.
A capitanare la rivolta, con forte stupore, fu il giovane prete, con lo spirito ardente,
implorando la libertà nel nome di Dio, in sella a un cavallo bianco splendente.
Non vidi il simpatico stalliere,
ma negli occhi del giovane prete, il suo spirito audace riuscivo a intravedere.
La folla si gettò contro il Conte come la risacca del mare sugli scogli si scaglia,
piovvero pietre sugli orsi, opera di ingegno di capo corvo e dei suoi amici giunti a migliaia
la spada del conte era solida alle pietre,  alle frecce e ai forconi tutti attorno, 
ma di certo chi la sfoderava non lo era in eterno.
Purtroppo gli orsi non erano i soli al Conte gli alleati,
le aquile dall’ampio piumato giunsero in contrattacco ai corvi spaventati.
Becchi aguzzi e artigli affilati,
al loro destino i poveri corvi furono abbandonati.
Dagli arbusti, come viscidi serpenti velenosi,
si ramificavo veloci le radici dei rovi,  con spine aguzze incutendo colpi sanguinosi.
Spuntarono dalla terra di scatto fulmineo,
travolgendo i contadini afferrandoli per le caviglie con un ordine simultaneo.
Giunsero poi i ragni, grossi quante pantegane,
a tessere trappole vischiose per le perspicaci partigiane.
Nemmeno gli amici cani furono in grado di ostacolare la ripresa offensiva,
ma nonostante tutto la rivolta su di loro si accaniva.
Una battaglia epocale si stava svolgendo dinanzi ai miei occhi, 
e re Quoia guardava i suoi sudditi travolti dagli attacchi,
fu cosi che poi stranamente dalla foresta si calò una corposa bruma.
Invase il campo  con una fosforescenza verdastra che tutto in essa amalgama.
Un dono di Serva luna a re Quoia, fu la nebbia,
che fu per gli orsi e le aquile un enorme gabbia.
La lotta continuava sotto quella coperta scura,
io sentivo dalle urla e grida di vittoria o di paura,
in mezzo al campo vacillavo nel buio pesto.
Avanzavo con le mani tese in avanti evitando con la lotta qualsiasi innesto.
Sentivo la terra sotto i miei piedi e la luce di Serva Luna che dal suo dono trapelava,
pochi passi ed ero già giunto all’acqua del lago che alle caviglie arrivava.
Mi fermai d’improvviso siccome nella bruma un ombra vidi,
sembrava quella di un aquila, volare a bassa quota, da dar i brividi.
Veniva dritta nella mia direzione,
fin quando la sua ombra ebbe una trasformazione,
divenne in un batter d’ali quella di una sagoma di un uomo,
e man mano che si avvicinava, prese forma nel Conte,
con la spada nel pugno della sua mano per chiudere con me ogni ponte.
Ero pietrificato vedere sguainare la sua spada contro me stesso,
che rimasi a guardarlo avanzare nei passi della mia morte fermo, una statua di gesso.
“La mia fine sarà la tua fine !”
Gridò mentre io schivai la spada gettandomi nel lago sul suo argine,
lo schianto della spada con una roccia diede vita a mille scintille,
che nel buio della bruma divincolavano come anguille.
“Non evitare il tuo fato,
che sia triste oppure beato!
La morte è ciò che accomuna entrambi,
non esiste ne tempo e ne spazio che tu lo cambi!”
La spada ebbe un elevato cambio di peso nelle mani del Conte,
con affanno, la trascinava cercando di orientarsi  nell’ambiente. 
Fece quasi un lungo solco nella fanghiglia quando lui passava,
la condensa della nebbia sulla pelle si intensificava,
simulando sui volti un pianto costante,
che brillavano alla luce di Serva Luna calante.
Il silenzio piombò su noi due l’uno all’altro assai temuti,
quasi come se fossimo gli unici sopravvissuti.
Né un sibilo né un lamento,
solo io e il Conte, con il suo tormento.
Era ovvio, evitai in nessun modo di parlare,
evitando con il silenzio di potermi individuare.
Gattonai sulla riva e mi addentrai nel bosco,
pensai che mi fosse amico, ma fui boicottato da quel posto losco.
Infatti, gli alberi di pioppo e alcuni dei faggi sembravano al Conte dov’ero suggerire,
ferito e agonizzante aveva ancora in corpo la forza di reagire.
Accorto del tradimento, più in largo e lontano preferii andare,
da nessuno e da qualunque cosa lì in quel bosco mi potevo fidare.
Avevo paura, lo ammetto,
quel Conte aveva più vite di un gatto.
“inutile è la tua fuga dal mondo,
dovrai pure fare i conti con esso un giorno,
ho occhi pur sotto la melma dove cammini,
e avvoltoi affamati che aleggiano sulla tua testa come aguzzini!”
Fantasmi eravamo l’uno a caccia dell’altro,
una preda scialba e un predatore scaltro.  
Lui mi raggiungeva al doppio del passo che mi allontanavo,
forse era il mio affanno che la mia posizione a lui segnalavo.
Dovevo prender fiato e dietro al tronco di un olmo trovai riparo.
Mi aveva raggiunto, avanzava da me ignaro,
Serva Luna lasciò entrare nella bruma la sua luce per pochi secondi.
“Ti sento piccolo uomo, non vale più la pena  che tu ti nascondi!”
Fu così la luce di Serva Luna mi aveva tradito,
rilevato dov’ero e da stupido non mossi un dito,
cosicché la spada del conte si precipitò alle spalle a colpirmi,
ma fortuna volle che mi scansai in tempo dopo che il buio ritornò a coprirmi.
La spada nel tronco si era conficcata,
Con l’aiuto della gamba la estirpò con forza dato che era bloccata.
“Non è carino da parte tua fuggire al tuo evento
la morte è la nostra gemella dalla nascita, vive con noi ed è pronta in qualsiasi momento. 
No, … non è follia la mia,
è solo della vita la sua più crudele sinfonia!”
Mi nascondevo, saltavo tra un tronco all’altro come un grillo affamato,
il cuore il gola e ormai dalla paura rimasi senza fiato.
Desideravo la pace della mia collina, la cara luce e dei pini il loro manto profumato,
come un sognatore innamorato.
Ad un punto gli alberi sembravano tutti uguali, ogni direzione era identica,
trovai un tronco cavo, pensasi che fosse un ottimo rifugio dalla corsa frenetica.
Entrai e con le ginocchia alla gola guardai ansioso entrambi le estremità.
Pregai che fosse tutto finito e per un attimo ebbi la beata sensazione di tranquillità.
Un eco sordo fu per la mia ansia l’innesco,
la foresta fu ai miei occhi un luogo per la mia paura  pittoresco.
Ne un sibilo di vento, ne il cadere di una foglia, ne del conte il rumore delle scarpe,
la bruma entrò nel tronco lento e tortuosa come una serpe. 
Nel beato silenzio poi si scatenò la furia,
in un lampo come il coltello in un’anguria,
vidi la lama delle spada penetrare decisa nel tronco,
colpì di striscio la mia gamba sinistra pochi centimetri in più e ora sarei monco,
scattai fuori in un istante, il Conte con la sua spada perseverava nel colpirmi,
sperando che il mio claudicare potesse tradirmi,
e fu cosi che inciampai con un sasso,
caddi, e mi rigirai guardando il Conte venire verso di me glorioso per il mio trapasso.
“Muori bestia, muori!!”
Il suono della paura e quella della vendetta furono emessi dai nostri batticuori.
Gridò impugnando la spada con entrambi le mani insanguinati,
la sollevò sulla sua testa impregnata di odio puro e occhi invasati.
Quando poi mi rassegnai al suo volere,
fu di colpo al rovescio si pose la condizione, iniziando di nuovo a credere
fu infatti il giovane prete a prendere in pugno la condizione sotto il mio stupore, 
con il suo cavallo bianco come un eroe senza alcun timore.
Un calcio del cavallo scaraventò il Conte sul tronco lontano,
intanto che il prete dal cavallo mi tese la mano,
“Coraggio amico mio,
le tue preghiere sono state accolte con grazia all’orecchio di Dio!”
Salii in groppa assieme a lui in quel momento memorabile,
impennando, il cavallo corse via dal Conte, lontano il più possibile.
“Perché alcune cose accadono al momento e nel posto giusto?”
“Ancora domande amico mio?  Nonostante un tal trambusto?
Le cose giuste accadono sempre nello spazio e nel tempo opportuno
per il volere di Dio è ovvio, pensa, che io senza di te sarei ancora un nessuno!
Con il tuo pensiero hai cambiato il mondo che vive attorno a te
e ora della tua vita sei tu il giusto re!”
Galoppammo fin all’estremo della foresta,
mai il cavallo fedele dal peso o dalla velocità esitò alcuna protesta.
“E ora che ne sarà della gente, e di te prete?
Non in questo stato per me la lascerete?”
Dissi guardandomi alle spalle fissando del cavallo le sue impronte,
e udendo l’eco delle grida di odio del Conte.
“Siamo liberei adesso, se il destino nostro è morire,
a Dio da uomini liberi ci uniremo senza mai più soffrire”
Gli alberi di faggio, gli olmi e i pini, si allontanavano lentamente.  
Il prete tirò le redini e il cavallo si fermò bruscamente.
“ora devi continuare la tua strada da solo,
così potrai volgere nella tua vita ad un nuovo capitolo,
la tua storia e la tua amicizia sarà viva in eterno nel mio cuore.
È questa l’unica eredità fatta con il vero amore,
troverai quel che cerchi al di la di questa foresta ne son molto sicuro,
una vita di pace e di armonia a te auguro!”
Mi aiutò a scendere dal cavallo e quando fini di parlare,
subito iniziò nell’interno della foresta a galoppare,
scomparendo nella bruma poco a poco come un sogno sfocato,
guardai la bruma verdastra pensando a cosa per me il prete avrebbe ora affrontato.
Pensieroso, mi indirizzai verso il cammino che il prete mi aveva indicato,
nella fredda notte si amalgamava con la nebbia il mio caldo fiato,
la bruma alla mia pelle si era avvinghiata persino i miei occhi aveva coperto,
come il freddo che pizzicava le estremità di ogni mio arto,
il dolore alla gamba andava man mano a scomparire,
forse per il freddo perché nemmeno l’altra gamba inizia poi più a sentire.
Il freddo era un enorme peso sulla mia spalla che mi schiacciava a terra
e nella mia testa tormentava il forte pensiero di quella guerra,
lasciata al suo destino, come avrei voluto sapere gioiose notizie,
che il Conte sia ormai un vecchio pensiero e di quelle nobili amicizie.
Serva Luna giocava allegra a rimpiattino con la bruma persistente
incurante della mia sofferenza crescente.   

Il giudice


S
paventato, per l’atmosfera cupa,
e per gli esseri che quel posto a mia insaputa occupa,
“giorno, dolce giorno,
quand’è che arrivi e infondi la tua luce a tutto ciò che ho attorno?
Mastro Sole, aspetto con ansia il tuo tepore,
aspetto il tuo dono nel ridar al mio viso il suo vero colore”
Il bubolare di un gufo attirò la mia attenzione,
i suoi occhi rapaci esaltò l’orrore di quella situazione,
era in piedi in cima ad un albero ad osservare il più piccolo dei miei movimenti,
bubola e gongola, gli passai dinanzi con movimenti cauti e lenti,
la sua sorveglianza era impeccabile,
saggia quale fosse, il suo becco era temibile,
le sue penne sul capo formavano una folta criniera,
una sentinella che esaminava i passeggeri alla frontiera,
con il potere di giudicare chi poteva passare,
o indietro doveva ritornare.
Mi lasciò passare sotto i suoi occhi vigili,
se mai dovesse scender giù non saprei cosa potesse fare con quei suoi artigli.

Il cimitero

Gli alberi che incontravo non erano più alti e robusti,
anzi, erano esili, vecchi,  bassi,  con forme tetre e rami angusti,
spogli, senza fogliame di nessun genere,
come se fossero pronti alla brace e diventar cenere.
Tremavo sì, ma non distinguevo se per il freddo o per il tenebroso scenario.
Quel posto sembrava fermo da tempo, ogni cosa ricordava pezzi di un antiquario.
Nell’osservare la scena con il mio insicuro passo,
inciampai e caddi a terra su di un sasso,
fra la nebbia non vidi cosa era, ma alle mie mani sospettose,
notarono che la superficie di quel sasso era troppo liscia priva di punte dolorose,
nell’ispezionare della sua forma grazie al tatto fui in grado di calcolare,
mi accorsi che era perfettamente simmetrica e rettangolare,
quando mi accorsi dell’incisione,
fu allora mi accorsi dell’illusione.
Una lapide in marmo, da un lato inclinato,
poiché ero in un cimitero abbandonato,
poco a poco la bruma scopriva le lapidi e a me svelò lo stupore e lo scandalo,
come se stesse scartando ansioso, un inaspettato regalo,
ve ne erano di ogni dimensione e forma esistente
piccole, grandi e persino un mausoleo fatiscente.
Gli alberi attorno ne facevano una perfetta cornice
e il più imponente era di certo quello più grande, un sommo salice.
Ampio quasi venti metri ricurvo e dagli anni affranto,
con lunghi tentacoli che scendevano dai rami simulando il suo lungo pianto,
emergeva sul colle più alto, dominava quel luogo sperduto,
lo copriva e ne sembrava compiaciuto.
Iniziò così il nuovo dramma,
questa volta ero pronto ad affrontarlo con molta calma.
Seduto con le spalle volte al tronco del salice,
scorsi un uomo, il capo chino, infelice.
Le braccia abbandonate al terreno appariva come un cadavere,
morto ormai da molte primavere,
ma quel che vidi era solo la sagoma di un ombra vista da lontano.
Cauto mi addentrai, forse aveva bisogno di una mano,
ai miei lati, lapidi divorate da edere e muschio,
e il fogliame, come una calda coperta, copriva le tombe prive di coperchio,
Nomi vaganti erano, e nessun di essi raccontava la storia del defunto,
ciò che li distingueva l’uno dall’altro erano poche iniziali seguito da un punto.

La mamma e la bambina

Alla mia destra, molto più infondo, vidi poi un'altra ambigua figura,
una donna esile e di bassa statura,
china dinanzi alla tomba che spazzolava i capelli della povera figlia spenta.
Lei con gesti cauti e lenti la accarezzava e sorrideva contenta.
Tutto era predisposto per un pic-nic domenicano,
quasi rinnegava quel posto sacro con quel fatto profano.
La piccola tomba ben rassettata,
non era come le atre laggiù dimenticata,
anzi, essa viveva.
Ne una foglia li intorno a terra giaceva,
ben riposto nel terreno e un bel fiore bianco nel buio risplendeva.
La donna, una povera madre dalla sua follia consumata, la morte di illudere credeva.
Canticchiava con tono dolce, cercando al tempo di trarlo in inganno,
capì che ella si recava lì ogni sera di ogni mese di ogni anno.
Un cestino ci canapa, una torta farcita, biscotti caldi e una teiera bollente,
tutto per la sua piccola che credeva dormire dolcemente. 
Non aveva gli occhi per guardare il corpo raggrinzito e putrefatto,
ma la sua mente vedeva ancora la pelle colorata e sorriso astratto,
una ninna nanna le cantava all’orecchio sussurrando,
come una mamma premurosa la tenne in braccio vogando,  cullando
“Oh buon Dio misericordioso,
perché tedia il piccolo angelo il suo beato riposo?”
Esclamai all’agghiacciante scena,
finché alle mia spalle sentii il cigolare di un’altalena.
Il suono non aveva un origine,
echeggiava nella bruma quel sibilo nato dalla ruggine,
ma lei come un pittore dipingeva sulla tela della sua fantasia,
continuava a canticchiarle la sua ninna nanna,
calcando alla sua ragione una gelida condanna.
Si girò lentamente, gli occhi si incrociarono per alcuni istanti,
ai miei occhi inorriditi lei rispondeva con i suoi dal dolore agonizzanti.
puntò il dito alle labbra e lasciò lentamente scivolare dalla sue labbra
un “SHHHHH!” per poi ritornare al suo canto nella sua penombra.
Non osai aggiungere altro, e di averla disturbata mi senti pentito,
come me, anche lei la strada aveva smarrito,
il dondolare dell’altalena si udì ora costante,
guardai oltre la madre dal dolore soffocato,
ad un ramo di un albero si schiariva un fascio di luce su di esso concentrato.
Pendeva un’altalena, due corde sudice e un’asse di legno dal tempo fradicia,
e l’albero che giorno dopo giorno sempre più alle sue radici di accascia.
La bruma come un sipario di un teatro si levò del tutto,
ebbi cosi un immagine chiara e nitida che ai i miei pensieri ebbe un gran conflitto.
Una bimba, o meglio la bimba che le sue spoglie giacevano nelle braccia materne,
là sull’altalena a dondolare solare e in carne.
“Lei non sa che sono qui!
Non mi vede, eppure son qui ogni dì!”
Disse la bambina trovandomela al mio fianco,
con il suo vestitino della domenica color pesca con un colletto bianco.
Si avvicinò all’orecchio della madre e con tono aspro urlò.
“Mamma! mamma ! Perché fai finta di non vedermi!” poi le braccia incrociò,
con il broncio  rimase a fissarla.
Nulla poteva in questo mondo riuscire consolarla.
“Tu sei passata!
Lei non ti vede perché al di la del tuo corpo sei andata!”
Dissi io fissando lo spettro,
ma lei continuò a gridare alla madre con dispetto.
“NO! non è vero! Non sono scappata.
È lei che mi ha abbandonata!”
Ora era accanto alla sua lapide e sul volto si lacerava un lungo sfregio,
un artiglio invisibile la segnava come in un sortilegio, 
un marchio indelebile nella forma di un graffio,
vidi modo di leggere sulla lapide epitaffio: 
Nulla l’eterno dona alla terra
e noi all’eterno offriamo la vita.
Essa e in essa, mai si erra.
Con la nostra eredità spirituale,
ricca di sapienza infinita,
rendiamo l’eterno un posto ospitale
Maryrose, fu l’unico indizio di questa avvenuta disgrazia,
ne un quando e ne un come di questa assurda pazzia.
“Forse mi sono nascosta bene e non riesce a trovarmi,
non voglio  più  giocare, voglio andare a casa a riposarmi!”
Disse la bambina quasi piangendo,
dopo tutto questo tempo ancora non si rese conto cosa le stesse accadendo.
“Ormai è tempo di comprendere della vita e cosa di essa comporta,
guarda piccola Maryrose, non volge più in là il suo sguardo perché tu sei morta.
C’è ogni tempo per ogni cosa che sia breve pochi istanti o lunghi molti anni.
Il tuo è finito e ciò ha recato nella sua mente molti danni!”
“No, non è vero!…io sono qui tu mi vedi, mi senti non sono morta!
tu sei un uomo cattivo,  quello che tu dici non mi importa!”
Andò via, verso l’altalena trovò rifugio,
la sua pelle cambiò il suo colore, dal candido rosato a sporca in varie scale di grigio,
le sue vesti dal tempo divennero consumati,
e gli occhi, nell’orbita incanalati.
Un forte vento spazzò via il fogliame brutalmente, 
la sua simbiosi emotiva con la natura era assai evidente,
il buio ci inghiottì entrambi,
scomparve l’albero e l’altalena, il cestino e la madre con i suoi modi strambi  
“credimi piccola, la verità non è cattiva, la verità è ….solo la verità.
Il tuo posto è proseguire nel tuo cammino, in pace, nell’aldilà;
restare qui fa star male sia a te a chi ti sta intorno 
strana la morte, ma non ne esiste di buona o di cattiva, e ahimè neanche il ritorno!”
La bimba, al confronto di quel mondo proposto,
si piegò sulle ginocchia iniziò a piangere con il viso dalle sue mani nascosto,
quel suono del suo pianto fu un forte eco,
la sua figura iniziò a divenire opaca e poco a poco un ricordo bieco.
Il Sommo Salice

Il vento si ingrossava come un mare in tempesta,
un onda di foglie gialle, rosse e arancio mi avvolse dai piedi alla testa,
come uno sciame di vespe assassine,
su di me accanite a dozzine,
mi trascinarono, tiravano e scorticavano 
verso un profondo burrone non molto lontano.
Mi gettai di colpo a terra, afferrandola, stringendola nella stretta del mio pugno,
ma dalle mie dita, la terra fuggiva via come acqua con disdegno,
come dicendomi “io non appartengo a nessuno”
 ansioso della speranza di trovare un appiglio opportuno,
 “ora basta!”
Un grido forte placò la tempesta di vento, lo sciame e la poca luce rimasta.
“Chi osa disturbare, dei non viventi, il sonno di pace? 
E pur terra sacra dove i pensieri con il loro cuori infranti nella terra giace”
La quiete fu trionfante.
Il silenzio nelle orecchie era risonante.
Mi alzai con il cuore in gola, il cimitero riprese forma e con esso la bruma e la paura
“Chi sarà mai che alla mia vita, in questo luogo di morte, abbia avuto cura?”
“Taci ! che muoiono le tue parole,
Oh, le mie povere orecchie, cosa avranno mai fatto di male per udire tali bazzecole”
La voce ora, rauca e traballante proveniva dal salice,
i cui rami si aprirono svelandomi il tronco e ciò che era al suo pedice.
Lo scheletro di un povero viandante,
morto da anni probabilmente.
 Si udiva un lento respiro e un ronfo di sognatore,
di chi dormiva tranquillo da lunghe ore.
“Siete voi che il vento avete fermato,
con  il solo vostro fiato?”
guardai lo scheletro, pensavo che lui avesse parlato,
dato che a quel punto tutto mi sarei aspettato,
“dove pone il tuo sguardo?
Quello è uno scheletro non vedi, e anche morto da codardo!
Rimembro ancora il tendere della sua corda,
legata al mio ramo, e lo stridere della sua voce sorda”
Mi girai ed era il tronco del salice che aveva parlato.
In esso vi era il volto di un vecchio uomo immortalato,
le rughe della corteccia ne calcavano la sua età.
Trattai questa volta l’evento con gran serietà.
“Oh siete voi!”
Ormai avevo accettato la cosa, non mi bastava altro ne un seguito ne un poi.
“Certo che sono io, chi credevi ch’io fossi?
Pochi brandelli di carne … e un mucchio d’ossi?
Esclamò l’albero scontento del mio entusiasmo,
e beffandomi con il suo sarcasmo.
“Perdonate signor salice,
ma ormai tutto è divenuto ai miei occhi così semplice!”
Ci fu silenzio e poi di nuovo il ronfo, il salice di nuovo si era addormentato.
Sorpreso dal suo sguardo muto e nel tempo congelato.
Al più possibile mi avvicinai cosi che in una delle sue radici ebbi inciampato,
catapultato al tronco ero aggrappato.
“Chi osa disturbare, dei non viventi, il sonno di pace? 
E pur terra sacra dove  i pensieri con il loro cuori infranti nella terra giace”
Con testuali parole il salice disse nuovamente,
dal colpo svegliato bruscamente.
“Son sempre io, ricordate?...vi siete di nuovo addormentato,
dallo sciame di foglie poco fa mi avete salvato?”
“Oh, le mie povere orecchie, cosa avranno mai fatto...”
““di male per udire tali bazzecole”… lo avete già detto!”
“Osi prender burla delle mie parole?”
“No, non oserei mai, perdonate questo equivoco spiacevole!”
Il salice assonnato, ingoiò un grumo di saliva che aveva nella gola.
“Beh sì, accetto il tuo perdono e che sia l’unica, la volta sola!”
Ancora silenzio, aveva il sonno facile,
e al primo ronfo udito gridai al vecchio salice.
“Signore, perdonate
Ma occorre che di nuovo non vi addormentate!”
“Chi sei tu? Cosa ci fai tu qui, questo non è ne il tuo tempo ne il tuo posto
Vai via! ... via! Vattene, prima che i vermi ti divorino ad ogni costo!”
“Se son qui, in questo posto, a parlare con lei, vuol dire che c’è una ragione,
anche la più vaga, ma di certo non è una semplice combinazione!”
“parli come un saggio …..ma sei giovane, troppo per la mia udienza.
Ritorna quando avrai più esperienza!”
Disse mentre i suoi occhi lentamente si chiusero,
ma i suoi rami piangenti al mi torso si avvolsero.
“Ma signore, un uomo smette di acquisire saggezza,
un attimo prima che ha della sua morte la certezza,
anzi è la morte stessa un’altra, l’ultima, esperienza,
forse la più matura di tutte, che mette a dura prova la coscienza!”
“Oh, guarda chi doveva capitarmi alla mie età …
Un filosofo o un burlone che fa un uso sconsiderato delle parole, dimmi tu la verità!” 
Ridendo quasi con disgusto.
“da quanto capito voi siete colui che domina questo posto?”
 “Tu mi chiameresti, usando le tue effimere … parole …, il giudice;  
decido chi può restare e chi invece deve andare, un concetto  tanto semplice!”
Mi sollevò dal terreno e mi scostò di qualche metro verso le tombe anonime.
“quindi siete voi che giocate con le anime,
e nel tempo, con i loro cuori, i rancori e le paure, le tormentate!”
“Sei in errore giovanotto, io giudico le persone come loro vogliono essere giudicate.   
Se vogliono, sono loro che tormentano se stessi,  
le paure, i rancori, i sogni dimenticati e  pensieri depressi!”
Il vecchio salice nel sonno ricadde di nuovo con il suo lento ronfo,
i suoi rami piangenti lasciarono la presa e a terra caddi con un grande tonfo.
“Chi osa disturbare, dei non viventi, il sonno di pace? 
E pur terra sacra dove  i pensieri con il loro cuori infranti nella terra giace”
Ancora disse svegliandosi di soprassalto,
i suoi rami mi agguantarono e come un prigioniero, mi sollevarono, in alto.
“Signor giudice son sempre io, mi avete appena raccontato la vostra storia!”
“Chi sei tu? Io di te non ho memoria!”
“Io so chi siete voi e quel che sono io non ha gran importanza,
di  cosa fate ne ho abbastanza !”
“Un affronto è questo?”
“il vostro lo è con questo gesto!”
Mostrandomi divincolante a più di due metri di altezza,
legato stretto, mani e piedi per l’esattezza.
“tu sei quel che sei, lo rinneghi?”
“No signor giudice, non rinnego, quindi per favore mi sleghi!”
Mi lasciò andare con un gesto impulsivo.
“Un uomo, sei tu un uomo, e per di più ancora vivo!”
Poi aggiunse brontolando,
anche se lui sapeva che io lo stessi ascoltando.
“Perché se venuto fin qui… in questo posto dalla morte persuasa?
Non hai un posto dove rifugiarti la sera, non hai una … casa?”
“E’ quel che io cerco nel mio cammino dopo tante rivelazioni,
 è un colle assolato con poche abitazioni,
con due pini, una quercia, un salice  e una casucola in cima,
in legno antico a cui tengo una gran stima,
 e di un ruscello dove sgorga acqua color cielo e limpida come la neve,
e sentirsi lieve e sazio quando uno la beve,
e della terra sotto ai piedi puoi assaporare,
morbida e fertile sulla quale poter coltivare,
e di stelle, tante stelle che nella notte ballano contente,
attorno alla luce della Serva Luna assai potente,
che di lei luce rispecchia la chiesa dal portico al suo apice,
un alto campanile le sta accanto come un suo amato complice!”
“beh il posto che tu cerchi non è qui, mi dispiace.
Questo è solo un luogo dell’eterna pace!”
“credevo che voi ….”
“Che io sapessi indicarti la strada, è questo quello che vuoi?”
 Il salice rise con una risata sfarzosa,
mi guardò e disse con tono austero e la faccia boriosa.
“non è certo un mio problema!
Non mi importa della tua situazione che sia irrilevante o estrema!”
 Smosse qualche radice e il terreno sotto ai miei piedi franò,
scaraventandomi via dal quel declivio, di andar via mi ordinò.
Ritornò in un batti baleno al suo sonno eterno.
abbandonato a se stesso e al suo corrotto governo.
La fioca luce verde salmastra lentamente sfiorì,
ingoiando il vecchio giudice che nel  buio assopito morì.

Il mucchio di scheletri

Il vento ritornò di nuovo, muto questa volta, privo di alcuna pietà,
freddo e così aspro da attraversarmi il petto con pura libertà.
Una lieve frana del terreno, smosse le tombe e le lapide accantonate,
su se stesse, sprofondando nel centro della terra furono condannate.
I poveri scheletri adagiati e mescolati nel terriccio, intonavano un coro lagnoso,  
imploravano pietà per una onesta sepoltura, per ritornare al loro riposo, 
se pur degno, meritato o accidentale.
In ugual misura cantavano come un piccolo coro di Natale.
“Da pure al mondo le tue carni,
ogni tuo valore che dai ai tuoi giorni; 
ma dai a Dio la sua anima,
essa l’appartiene poiché fa di noi la vera stima” 
Appigliati alle ossa sporgenti,
lembi di abiti sventolavano ai forti venti.
Un vecchio cappello a cilindro appartenuto forse a un nobile,
diamanti luccicanti in un anello fra le falangi di una nubile,
un encomio, fra le costole di un generale, dal tempo consumato,
aggrovigliato fra le vertebre di un semplice soldato, 
su di esso il generale pesava,
schiacciandolo come una dimostrazione del grado che mostrava.
Una vecchia tuba di un musicista solitario,
il rachide ricurvo di un onesto contadino, esili e calcato da logorio.
Beni materiali mischiate con le loro ossa,
forma empirica di non fede, forse, fede gettata li fra le tante cose ormai dismessa,
un oggetto usato sol quanto si voglia dalle più nobili alle più comune genti,
un capro espiatorio negli inspiegabili eventi, 
un premio per una buona condotta, una filosofia ai sentimenti umani adattata,
usata, sfruttata, abusata e dalle malignità umana violentata.
Che orribile scenario è per la mia anima oltre per i miei occhi,
ammassati come sterco, buono solo per vermi e per il picchiettare degli uccelli coi becchi
quel che prima erano persone viventi,
camminanti e pensanti,
ora, con la terra dovevano far i conti,
implorando che non la divori e che del loro ristagno si accontenti.
Fui attratto da quell’orrore,
al punto da provare al petto per loro un gran dolore.
Quel coro sinfonico di dolore continuò a travisarmi il cuore,
parevano aggrapparsi alla terra per da essa sfuggire,
ma essa con impeto vuole tutti loro inghiottire, 
Con l’aiuto del tempo, la terra ci sarebbe riuscita.
Un orrore che ti induce a pensare di cosa ne fa  Dio della nostra vita.
“Ahimè. Quale utilità hanno tutti quei nomi, le date, le croci,
teschi sorridenti da ghigni feroci,
le lastre di marmo e icone dell’Arcangelo Michele Beato,
che con quella spada perisce il lato maligno che Dio ha lui stesso creato,
in quel posto che anche Mastro Sole ha da tempo abbandonato?
Ciò che serve questo posto è una mano tesa di coloro che hanno amato,
una mano di un parente o la stessa mano di chi in questo mondo l’ha mandato”
fu quello che capì dallo sguardo di uno scheletro dagli altri distaccato,
come se alla cima si fosse trascinato.
lo vedo nei miei occhi, si, lo vedevo vivo e vegeto nella mia mente proietto,
con le carni e il cuore che gli batteva stremato nel petto,
poco più di un ragazzo, dalla fame razziato,
ucciso per il solo senso di esistere da chi del potere ne fa degli altri il fato.
Un tozzo di pane implorava,
ecco perché tendeva la mano mentre dalla paura tremava,
quegli occhi vitrei del ragazzo scintillavano come i raggi di Mastro Sole,
che urtavano contro lo specchio d’acqua, della vita lui non era stanco ma debole,
il suo cuore voleva vivere, voleva essere grande, voleva essere uomo,
voleva, ancora, essere …
e non morire per poi finire nella terra le sue viscere,
ora dalla mano destra tesa ne è rimasto solo le falangi color avorio,  
rimaste li nel tempo congelato, come un oggetto qualsiasi, un comune accessorio,
come un dipinto che la morte poteva guardare  compiaciuto come il suo preferito,
il suo capolavoro che ha sempre desiderato con merito,
l’ulna, il radio e l’omero protesi in avanti ancora in cerca della speranza,
che però ha dato in dono alla sua anima pace in abbondanza,
riposarsi, saziarsi e dissetarsi in eterno,
lasciando a noi umani in nostro inferno. 
Ora, ne rimane uno scheletro, il più piccolo di tutti.
Quante storie potevano raccontare quegli scheletri dalla  morte distrutti, 
gli occhi ritornarono al giovane soldato,
egli rivisse di nuovo nella mia mente, lo vidi ed era dalla guerra terrorizzato,
lui che il voler uccidere un suo simile era un enorme abominio,
ma costretto di chi ha del suo volere il dominio,
aveva ancora un fazzoletto rosa fra le mani rovinate di chi aveva l’incarico ai cannoni,   
e non una pistola o una spada a differenza dei suoi commilitoni,
forse fu per questo che due colpi gli trapassarono da schiena a petto,
dai suoi pensieri felici e pieni di pace distratto,
era della sua amata, lui l’adorava,
in memoria dell’amore che provava,
morto nel pregare  di rivederla, sorridente e magari in un bagliore di luce,
ma fu la luce di un esplosione a non essere più della guerra un reduce. 
Un suono ingombrò di impatto quel coro.
Difficile fu il distacco, quasi nella scia dell’oblio mi trascinarono loro.

Il becchino
  
Il cupo tonfo del ficcare  nel terreno una vanga,
ovviamente, come tutto, non sapevo assolutamente da dove esso provenga.
Poi, fra il buio tenebroso,
spuntò un’ombra, che sembrava essere con la terra molto laborioso.
“voi laggiù …..so che ci siete,
vi ho visto e anche sentito … Orsù, rispondete!”
raggiunsi frettolosamente l’ombra nel buio poco distante,
scavalcai un declivio e lo raggiunsi in un istante.
I contorni di delineavano man mano che mi avvicinavo,
di chi fosse o cosa fosse non più ci pensavo.
Uno spettro, un albero parlante,
o un prestigioso mago dall’abito galante,
non importava, ciò che contava aver contatto con qualcosa di concreto,
un qualcosa che mi distaccava dalla morte e dai morti, stenderci sopra un grosso tappeto  
un punto di luce rossastra  dalla bruma intravedevo,
Ma nulla di normale era,  ma ci credevo.
Il punto di luce era il bruciare della cartina di una sigaretta,
che fumava quel tizio con la vanga e la bombetta.
Quando ebbi la sua immagine non fui affatto sorpreso, era il becchino,
una giacca logora e un orologio con una piccola catena  che pendeva dal taschino.
Fui impressionato quando vidi che nello strappo sua della camicia stretta,
Non vidi la carne del suo petto, ma le costole fumanti dal fumo della sigaretta.
Un morto vivente sembra che si dice,
canticchiava, mentre la sigaretta ondeggiava sulle labbra come un’appendice.
Privo di occhi, labbra color della Serva Luna e  la pelle che pendeva come liquefatta. 
Impegnato a scavare una fossa perfetta.
“Non fissarli ti dico!”
Disse il becchino muovendosi traballando spasmodico, 
come un burattino senza fili,
privo di profili.  
“Se no, i morti  ti parlano”
Giunse scostandosi la bombetta con le dita che tentennavano.
“Beh credo che sia già avvenuto,
i morti già mi parlano e nelle maniere più assurde che hanno potuto!”
“Cenere alla cenere, polvere ecco quel che siamo!
Niente di più semplice, aria che noi poi respiriamo”
“E dopo?...cosa succede dopo?”
era della mia domanda lo scopo.
L’affossatore si fermò,
e una lunga scia di fumo della sigaretta sbuffò.
“Dopo?.....non c’è un dopo!”
Misantropo.
“Se vuoi un dopo allora te lo devi costruire da solo, c’è chi questo lo apprezza!
Scavo buche tutti il dì, in uguale larghezza, lunghezza e altezza. 
Sempre uguali, per conti, generali e assassini,
anche per mucche, porci e asini!”
Ah la morte!… magari fosse cosi semplice.
Nulla in questa vita, questa è quell’atra è davvero facile!”
Scavò canticchiando le sue assurde parole vaghe e privo di alcun valore. 
 “Oh vi sbagliate caro signore,
voi non credete ad oltre perché siete ancora qui intrappolato,
dai vostri compiti terreni con o senza significato,
ma c’è io ve lo giuro! io ci credo,  
io ci credo!”
Il becchino mi guardò,
alzò le sopracciglia, o quel che rimanevano, e con l’indice la strada mi indicò.
A nord, poi da uno sbuffò con il fumo della cicca scomparve.
Seguii  la sua direzione, un sentiero piccolo, scuro e pieno di curve.
Io, deciso andai,
e nel sentiero senza paura mi inoltrai.



La bruma danzatrice

Le cime aguzze delle pietre sotto ai miei piedi,
consumarono le mie misere scarpe, cosi in pasto alla terra le diedi.
Scalzò continuai il sentiero,
stretto, con arbusti taglienti con uno strano siero, 
che al contatto con la pelle bruciava,
e complice con il freddo si arrossava.
A notte fonda ogni passo era una impresa,
ammorbato dal gelo che attendeva la mia resa.
Il fiato tremolante dalla mia bocca sbuffava in curiose forme,
fiato dopo fiato le forme si plasmavano in forme pi grosse a volte persino enorme.
“come puoi amico fiato, anche tu farmi degli scherzi nel mio stato,
burlarti con i tuoi giochi visto ch’io stesso t’ho creato ?”
Sbuffai e il fiato emesso non si dileguò facilmente,
anzi rimase raggrumato lì davanti ai miei occhi incassati dal freddo pungente.
Lentamente un altro sbuffo si uni ad essa,
che poco a poco formò una struttura assai più complessa.
Mi fermai di colpo dubbioso di ciò i miei occhi vedevano.
“Ora anche la mia aria vuol prendermi in giro !” dissi sventolando la mano.
Ma incredibile fu che la nube disfatta,
ritornò ad essere ancor più compatta,
fin a che dianzi ai miei occhi vidi formarsi una autentica danzatrice,
una sagoma di donna fatta interamente di aria e bruma con intenzione adulatrice,
si divincolava, incurvava, come una danzatrice del ventre,
la sentivo ridere e venirmi a dosso e scontrarsi e attraversare il mio corpo e passare oltre
un gioco nel quale lei si divertiva,
beffa o no, non poteva portarmi come la linfea alla deriva.
“Chi sei tu?...ti avverto non sono molto paziente ”
Dissi io ma lei catturò le mie parole e le sussurrò alle mie orecchie nuovamente,
orbitava intorno a me e fissava i miei occhi.
Le piaceva quel gioco ero per lei il paese dei balocchi.
“Se non sai chi sei…allora saprai cosa sei?”
sussurrò di nuovo le mie parole cosi capi che era solo tempo che con essa perderei
“Addio chi o cosa tu saresti!”
Incamminandomi ma la sagoma si pose dinanzi con gli occhi tristi.
“Devo proseguire nel mio cammino!”
La sagoma fece un educato inchino,
e un nido fra i rovi indicò.
“entra” volle dirmi con i suoi gesti ed io feci quel che mi ordinò.

Il ritorno a casa

Una tana di una volpe o di un qualsiasi altro animale poteva essere,
ma nel suo interno un punto di luce fluttuante vidi e senti il benessere.
Ne freddo ne dolore.
A cavalcioni come una tartaruga poi strisciai verso il buon odore.
Il cuore batteva come un tamburo tribale,
e il fiato si calcava nel petto, profondo che dallo stomaco alla gola sale.  
Ecco la fine del tunnel, uscì allo scoperto.
Mi alzai ma nulla vidi perche tutto dalle nuvole era ricoperto,
sentii un gallo cantare e una stella brillare nel cielo,
vedere poco a poco la nuvola scoprire un colle come da un velo,
sentii di una chiesa giù in valle lo scampanare felice,
poco a poco scoprire la cima di un quercia, due pini e un salice.
Ecco poi comparire la mia casucola in legno antico,
riemergere da un sogno fantastico.
Un inno alla gioia del famoso compositore,
sentivo dentro come l’adrenalina di un vincitore.
Ci fu l’alba, il cielo si tinse in mille colori.
Le lacrime scivolavano sulle guance come la rugiada sui petali dei fiori.
Un corvo gracchiò su un ramo di un melo alle mie spalle,
un vecchio amico assomigliava, lo salutai con inchino e lui volò giù a valle.
Tutto era al suo posto,
ogni cosa esisteva nel modo giusto.
Vidi spuntare trionfante Mastro Sole.
dai colmi e dai comignoli delle piccole casucole,
ed io quel giorno nacqui, io quel giorno per il mondo inizia a vivere.
Io quel giorno smisi di far domande e a me stesso cominciai a credere.




-FINE-