Genesi
Di una storia vorrei parlare
senza nulla poter tralasciare,
di dettagli ne racconto volentieri
per poter aggiungere ai vostri, i miei pensieri.
Come un solco nella roccia che viaggia nell’ eterno
così io posso impressionarvi nel vostro interno.
C’è uno spazio di tempo in ogni racconto,
ma non nel mio ne terrete conto,
dove lo spazio con il tempo c’è un continuo affronto,
come la gioia dell’alba di Mastro Sole, e il suo infelice tramonto.
Il senso delle due cose è un continuo paradosso
che il mondo intero nei loro indefiniti significati ha sempre percosso,
ed è con loro che la mia rabbia si concentra
la solita vita di ogni giorno, monotona, lo stesso posto, obsoleto, che
mi tormenta;
mai nel cielo una nuova scintilla,
mai un autentica emozione nelle mie vene zampilla.
Un lento torpore assopisce l’anima mia inquieta,
attende, ansiosa, una notizia assai lieta,
attende, essa attende la sua avventura
il momento di gloria per poterlo gridare al mondo senza paura.
La cittadella
Tanto fu il tempo che è ormai
passato dall’inizio di questa storiella
che ormai non ricordo né il
come né il perché ero nella cittadella,
tuttavia, fu inequivocabile
il ricordo di essermi perso
e di far loco nella mia
mente della strada di ritorno non vi fu verso.
Stranito dalle tante
case, le une sulle altre affollate
e dalla tanta diffidente
gente, dalle tante lingue parlate,
tutti insieme lì a formare
un nessuno, volti vaganti, ostaggi delle proprie abitudini
in un assurdo mondo
frenetico e terribili abomini dimenticate dalle loro consuetudini.
D’improvviso, l’istinto
sopravalse tutti i miei lungimiranti pensieri,
mi spinse a percorre la
strada verso Mastro Sole, infilandomi fra piccoli e loschi sentieri
cosicché in un ceco vico
finii. Confuso, rimasi senza parole,
“strano!”pensai, all’arrivo
nella cittadella avevo alle mie spalle Mastro Sole.
Per ore e ore vagai fra vie,
traverse e vicoli,
gallerie, ponti e persino
due piccoli cunicoli,
“E della mia strada? … cosa
ne sarai mai accaduto?
Eppure da una di queste
strade sono venuto! ”
Dissi fra me e me
perlustrando con cura ogni singolo angolo
nel modo in cui faceva il marinaio
sull’albero di vedetta con il suo binocolo,
con l’ansia nel poter
gridare “Terra!” al primo punto scuro all’orizzonte
o a tal punto nel creare
l’illusione nella sua mente.
Stanco nel vagare
nell’ignoto, feci la cosa più ovvia e meno complessa:
far appello agli altri della
strada persa.
Il nobile informatore
Un giro intorno con occhi
tesi nella ricerca di un valido informatore
quando ai miei occhi colse
d’improvviso un alto e distinto signore,
dalla postura eretta ed età
modesta, i baffi ben drizzati ed beneducata voce.
Senza dubbio di nobile
istruzione, sicuro del suo cammino e il passo veloce,
con un finissimo bastone di
acero bianco che dondolava dalla sua mano
e un alto cilindro sul capo,
di certo, il mio cercare non sarà vano.
Con ugual decisione nel
passo,
a lui mi avvicinai fermandolo
con il suo permesso,
“Perdonate buon uomo,
disporreste della facoltà nel dar indicazioni
a un giovane che ha smarrito la via di ritorno a casa
senza privazioni?
Poco più di due ore di
cammino al di fuori di questa cittadella
su un colle dove al di là
nasce Mastro Sole che la notte cancella ”
Il nobil uomo, con animo
gentile diede mostra della sua formazione
affabile, disponibile e privo
di indugio alla situazione,
“Mio caro giovanotto, se un
colle e il Sole cerchi,
devi certamente indirizzarti
dove i galli cantano parecchi!”
Con un rapido gesto col
cappello mi pose un saluto, io rimasi perplesso,
della sua risposta rimasi
fermo lì a fissarlo andar via come un pesce lesso.
Come indicato, seguii la
nobile indicazione,
analizzando le parole di
quella sua interpretazione.
Di tristi giardini blindati
da inferriate con un insipido colore di fiori vedevo intorno,
ricoperti da lunghe ombre da far confonder ai pochi
uccelli la sera con il giorno.
Il Fattore
Abbandonai Mastro Sole come guida e mi recai dove i galli c’erano in
abbondanza
giungendo ad un allevamento,
convinto che sia il posto giusto con forte costanza.
Dal centro alla periferia
passai
ma non del tutto la
cittadella abbandonai.
Eppure, né di colline verdi
e né il radioso Mastro Sole, erano presenti.
Solo un gran schiamazzo e il
gran tanfo sussistevano e anche più che consistenti.
Il fattore vidi da lontano,
con un mezzo sacco di chicchi di mais a tracollo,
un cappello di vimini gli
copriva il viso e un rosso fazzoletto gli fasciava il collo.
Solitario era, con centinaia
e centinaia di galli, polli e galline
altri si beccavano fra loro
mentre altri facevano moine,
e un cane guardiano che gli faceva da
compagnia.
Lavorava tra il ronfo del
cane e i canti dei galli in completa armonia.
Le galline povere e
ignoranti, rastrellavano la terra con impazienza
quasi come interrare il cibo del fattore che c’era in abbondanza,
cosi esclamai “Beata
ignoranza!
non godono né di furbizia e
né di intelligenza!”
Giunto all’ingresso, un
gallo balzò con furia dallo steccato della sua cella
al ramo dell’albero
arruffando le penne come per dire “Alto là!” di una sentinella.
E proprio osservando
quell’albero del gallo sentinella che scoprì alla mia mente
di due pini, una quercia e un salice dipingevano la mia collina con un verde
accogliente.
Contento di questa mia nuova
traccia, chiesi al fattore
anche se ero insicuro che
poteva rendermi il favore.
“Buondì buon fattore, chiedo
a voi l’indicazione per una strada
che mi porti su un colle con
due pini una quercia è un salice ricchi di rugiada!”
Il fattore alzò lo sguardo
al cielo levando il cappello e asciugando la fronte,
Lento era nel rispondere, ma
riflettere pareva indicare l’orizzonte.
“Figliolo, la mia vita è fra
i polli spennati e galli canterini
di alberi io non ne comprendo, che siano querce, salici o pini!
Ma di certo alberi troverai
da chi con gli alberi vivere ha imparato!”
La sua onestà e coscienza di
ignoranza mi ha molto impressionato
Indirizzandomi il sud, in
cammino mi misi.
Ma in dove stavo andando, i
miei pensieri erano indecisi
eppur ero convinto che la
strada giusta non era,
colline verdi assolate, pini
e di querce non ne vidi fino alla sera.
Mastro Sole calante tinteggiò
di rosso la cittadella che per uno strano caso lì ritornai
di altre strade non esistevano,
stanco affamato in un posto tranquillo mi riposai.
Man mano la notte si
ingrossava, la nostalgia di casa assaporai.
La vecchia Ballerina
Ora nulla potevo fare, andar
da chi vive con gli alberi era tardi ormai,
allorché come un angelo
mandato dal Signore,
una gentil donna anziana con
simpatiche guancie di colore,
aprì le sue porte di casa e
con un gran sorriso mi invitò ad entrare.
I miei occhi si riempirono
di gioia, siccome di persone così gentili d’oggi giorno son rare,
“Cosa fa al calar della
notte, in mezzo alla strada, un giovane cosi scaltro?
… stanco e affamato aggiungerei senz’altro!”
Ricurva per la tenera età, boccoli
d’argento che cadevano fin sopra le spalle
con un luccicante cammeo
color avorio univa i lembi dello scialle.
Un timballo morbido e caldo dall’odore
saporito subito mi si presentò davanti.
La cara vecchietta contenta
del mio appetito, mi riempì di storie con occhi traballanti
di un tempo andato via, di
amori perduti e ricordi vivi e giovani più che mai
per l’intera notte ascoltai
ma stanco non fui, perché sentirla mi appassionai.
Ricca era di vita e di
esperienze,
trasferiva in me la sua
unica eredità senza mai avere nei ricordi lacune o carenze.
Un ricco capitano, con una
misera nave la foto mi mostrò
di un virtuoso artista, un nobile e di un
cuoco poi mi raccontò,
un gradevole tepore emanava
il camino con un’alta fiamma che danzava
sinuosa
seduti su dondoli di vimini con le ombre agitate come una folla
ansiosa,
che ci prestavano la loro
compagnia mentre aiutavo la nonna e il suo filo di lana
con le mani, l’una ben
distante dall’altra mentre lei raggomitolava assai lontana
da est ad ovest il lungo
filo di lana ne era protagonista finché
il sonno non mi colpì
in balia delle storie della cara vecchietta
che di raccontar ancor non finì.
Di anni di continua lotta e
sacrificio con il rimpianto di voler amare,
sapeva che ero addormentato,
ma continuò a raccontare,
come fa una mamma ad
addormentare il suo bimbo con la sua ninna nanna
giacché la solitudine era
ormai la sua condanna.
Il mattino arrivò presto e
dolce fu il mio risveglio,
con un caldo odore di una ricca
colazione, non seppe la nonna svegliarmi meglio.
La sua casa era piccola e in
tre livelli
Zeppa fin l’orlo delle
pareti di foto sue dei tempi belli,
una scala in legno, un
tappeto che ricopriva i gradini e un candelabro acceso.
Ogni piano era per lei un
mondo già vissuto, ogni cosa aveva per lei un gran peso
colmi di souvenir di ogni
posto visitato
e di doni dei giovani amanti
del tempo passato
mai lei, li avrebbe
dimenticato
custodito nel cuor suo con
un valore inestimato.
Salimmo le scale e gradino
dopo gradino esisteva per me una storia.
Breve o corta, bella o
brutta lei la raccontava nel modo più buffa o alquanto seria.
Quanto c’era da dire, una
vita intera formata in aforismi e aneddoti
che avrebbe tanto voluto
raccontare ad una marmaglia di nipoti.
Le foto, i ritratti erano
prove empiriche delle sue storie
cosicché da rendermi conto
che le sue non erano vicende illusorie.
Chiedeva compagnia
null’altro più, un po' di tempo a cui esprimere la sua dotte,
a dare un consiglio o
semplicemente un qualcuno a chi dire buonanotte.
“Ebbene, sei tu forse stanco
delle mie storie vecchie?”
Dissi di no ovviamente ma in
leggero disaccordo furono le mie orecchie
“Le cose che ha dire la mia
mente sono mille, milioni o forse
infinite
Tuttavia, è al mio cuore che
invito ad aprirsi, che ahimè ha posto con me il limite”
Disse sospirando con fatica rattristando
il volto,
lasciando la suggestione di
un mistero irrisolto.
Dinanzi a un immensa
biblioteca personale,
iniziò a sfogliare libri,
tomi, volumi ricche di parole assurde con un senso banale.
Foto, dipinti, su carta
semplice o su tela e cornici,
stemmi, loghi ed emblemi storici.
Tutto mi mostrò
e nulla nei dettagli
tralasciò,
delle due sorelle gemelle
zitelle
il padre panciuto con le
bretelle,
la zia severa e
aristocratica
e del cugino politico con la
moglie bisbetica,
un albero genealogico pieno
di nomi, figure e titoli illustri
medici, conti, parroci e semplici maestri.
Beh, il bello fu quando mi
portò nella sala grande, dove mi raccontò la grande sua storia
dove si svelò la sua
gioventù fatta di fama e gloria
la prima danzatrice lei era,
bella, agile con la pelle
liscia come la cera.
Conservava ancora la
locandina del suo primo debutto
in un teatro dove il lusso
era dappertutto.
La sala, dove le pareti
erano coperte da locandine, libri e vecchi dischi,
fu di colpo trasformata un
immagine proiettata del palco, degli applausi e dei fischi
rose gettate sul legno ancora caldo e la platea che gridava,
gridavo i nobili spettatori,
soddisfatti e compiaciuti “BRAVA!”
Gridavano in coro al suo
inchino sulle punte dei piedi assai disinvolta
pronta ancora per un’altra
chiamata alla ribalta.
I riflettori la seguivano
passo dopo passo,
e qualche volta, una lacrima
gli scivolava furtiva dall’enorme successo
le tracce delle impronte
lasciate dal talco dei piedi della ballerina
scintillavano come gioielli della
corona di una reggina.
Gli occhi della ballerina
erano gli stessi della cara vecchietta
che ormai al chiodo aveva
appeso la sola rimasta scarpetta.
Curiosavo nel momento in cui
lei ricordava la sua vecchia fama,
il vecchio grammofono grosso
quanto una carrozza la mia attenzione richiama.
Un pulsante e il disco
iniziò a girare
cosicché “Lo schiaccianoci”,
iniziò nella sala a risuonare.
Tutta una storia di eredità
ne parlava la vecchietta con
piena libertà.
“… è il rimpianto a
consumare la mia esistenza
non la vecchiaia, essa è
solo una fase espressa dalla saggia sapienza!”
disse sedendosi su un enorme
poltrona
che della stanza faceva da
padrona.
“Cosa rimpiange cara
signora?
Avrei tanto voluto una vita
come la sua,
così piena di rispetto e
proficua,
ha visto e vissuto in tutti
quei posti,
una casa e una famiglia dalla
società preposti,
gioielli, fama e successo
per tutta la gioventù
ha avuto tutto, dei poni e
persino un caribù!”
Indicai la testa di un caribù
impagliato appesa al muro,
impressionava quelle grossa
corna, lo sguardo fisso e il pelo scuro.
“Si ho tutto quelle cose che
hai elencato e non ho nulla, un niente,
povera, vuota, … come alberi
di pesco in un inverno dal freddo insistente.
Rimpiango di non aver mai
amato di non aver aperto il cuore a chi meritava.
Ma la mia fama, il successo,
il dovere di fare meglio e subito, mi accecava.
Vorrei tanto provare
quell’amore
che i scrittori ne parlano
tanto con onore!”
A quelle parole tristi non
aggiunsi altro che il mio silenzio,
privo di ragione al formar
un giusto giudizio.
Giunse infine il tempo di
lasciar la cara vecchietta e di ringraziarle di tutto il suo aiuto,
ma fui io a ricevere
ringraziamenti e le lodi di avermi conosciuto,
e per me pronti già erano biscotti
caldi e pan di zenzero
per il tragitto, non si sa
mai, di aiuto potranno essere e di certo
ne sarò fiero.
Poi
di colpo esclamò “Quisquilie e pinzillacchere! …
Non
hai avuto l’occasione di dirmi il tuo nome con le mie chiacchiere!”
“Non sono i nomi a dar forma le persone,
ma le sue gesta e le sue buone intenzioni!” Senza
parole rimase con la mia affermazione.
Non mi importava come gli altri la chiamavano
abitudinariamente
di lei resterà solo il ricordo della sua bontà nella
mia mente.
Il Capo
corvo
Ritornai ai miei passi nel trovar “chi con gli
alberi vivere ha imparato”
imboccando strade sconosciute,
ormai all’ignoto abituato.
Dubitai amaramente del mio
istinto,
“Perché mi ha tradito quando
di riaver trovato la via ero convinto?”
Mi fermai a pensar ancor per
un altro indizio,
se pur piccolo, effimero o
fittizio.
Tuttavia il nulla velava i
miei pensieri,
quel che riuscivo a vedere,
erano solo alberi, steccati e piccoli sentieri.
Vagai con la mente e con gli
occhi, pensai cosa di strano mi era capitato
quando sedendomi, la terra
avevo con le mani toccato.
“La Terra!” Esclamai,
attirando l’attenzione di uno strano tizio,
“avevo la terra sotto ai
piedi e non queste vie in laterizio!”
Guardai avanti, dove allo
zenit Mastro Sole esercitava la sua luce di solstizio,
la strada finiva e non vidi
colline, ma solo un precipizio.
Il boscaiolo
Poco lontano dalla cittadella arrivai in un fitto bosco,
circondato da alberi alti e
brama pomeridiana, un posto che apparve un po’ losco.
Il rumore di una sega e di un fischiettio era più in là potente.
Avvicinandomi ad un albero
assai imponente,
vidi il boscaiolo tagliare con
cura il tronco di un pino da lontano
con lunghe bretelle e un
foulard sul polso e sulla mano.
Muscoli ben tracciati e
forza ne facevano da padrone,
Una chioma folta e lucente e
occhi di smeraldo facendone di costui un vero Adone.
“CADEEEE! Con la mano alla bocca gridò il boscaiolo con
voce prorompente,
cade l’albero per i quale
aveva tagliato pazientemente.
“Salve , amico della natura,
son qui in tua visita per alcune indicazioni
Per trovar un colle assolato
con poche abitazioni,
con due pini, una guercia,
un salice e una casucola in cima
in legno antico a cui tengo
una gran stima,
e di un ruscello dove sgorga acqua color cielo
e limpida come la neve
e sentirsi lieve e sazio
quando uno la beve!”
Il boscaiolo dall’aspetto
affascinante,
portò la mano al mento poi
un occhio socchiuso e l’altro al cielo per un istante.
Furbo appariva ma non assai
intelligente.
Perso nelle nuvole pareva, e
certo col pensiero assente
“Se cerchi acqua dissetante
e una casa in legno antico
son certo che troverai la
strada giusta oltre quel vico!”
Indicò un vialetto fra un
vasto meleto
dove i corvi, a stormi
interi, profanavano i frutti senza alcun
veto,
due steccati ambo i lati ne
delineavano del vialetto i cigli
Affrettandomi, al boscaiolo
non chiesi altri consigli.
Lui però iniziò così una
parlantina loquace.
Credevo che lui non fosse
capace,
ma ahimè, parlò e parlò, di
boschi e alberi e soprattutto di legna si intende,
la sua vita era tutto ciò
che la legna comprende.
Cortecce lisce e ruvide,
scure e chiare, profumate e maleodorante
una scienza, l’unica la sua
che riteneva importante.
La contemplava, la lodava e
la adorava
quasi ad essa si
inchinava.
Ne parlava il modo in cui
essa fosse la sua prediletta amata
come se la terra nella sua
totalità di legna era formata.
Ringraziai il baldo giovane
che alla sua fatica dedicò tempo senza esitazione
sperando in nessuna altra
sua spiegazione.
Il meleto
Così, armato di buona volontà,
mi imbarcai nella nuova strada indicata,
aspettandomi un armistizio
fra l’esercito di corvi con la mia indifferenza sfacciata.
Cento, mille … ma che dico
forse milioni !!!
di principi dal mantello
nero con cattive intenzioni.
Becchi gialli irti come
aculei di ricci irosi
artigli e occhi dagli
sguardi altezzosi,
comunicavano, bisbigliavano,
malignavano fra loro le bestie,
fissando il mio pedaggio
come una platea con spettatori pronti alle molestie.
Il gracchiare era man mano
più potente in ambedue i lati
facendomi largo fra torsoli
di mela beccati.
Con occhi attenti fissavo
si, dove mettevo i piedi
ma soprattutto controllavo
ogni loro movimento evitando così possibili assedi.
I becchi gialli però aspettavano
con ansia una mia falsa mossa,
le braccia avvolte al torace
come un forte scudo dando al mio passo una grossa smossa
inoltrandomi fin oltre il
mezzo cammino, con la paura fino alle ginocchia.
Il silenzio piombò di
improvviso, freddandomi poi, nell’avanzare di una cornacchia.
L’unica a muoversi e a
svolazzare per poi ai miei piedi atterrare.
Ecco la mia paura realtà
diventare.
Quel corvo giunto ai miei
piedi, era diverso dagli altri
più grosso e vecchio ma da
movimenti ancora scaltri,
un petto decorato da penne
bianche era il suo più accentuato particolare
come i gradi di un valoroso
militare.
Tutti stettero a fissarlo
per il seguito che fu assai strano.
Il corvo, il capo, gracchiò
guardando curioso quello che avevo in mano.
Tentennava con il capo da
destra a sinistra, il alto e poi verso il basso
cercava forse un pegno per
il mio passo?
Stretto lo trattenevo, era
il sacco con i biscotti e il pan di zenzero della nonna cara
e fui allora che capii, come
un fulmine al ciel sereno, una verità assai amara.
Guardai attorno e non vidi
altro che torsoli di mele, e poi mele rosse, gialle e verdi.
Nient’altro che mele, a
colazione pranzo e cena, … di domenica sabato o venerdì.
Assaporai così il loro
dispiacere
così da prender i biscotti e
il pan di zenzero e condividerlo con loro con piacere.
Il capo corvo era assai
soddisfatto che pareva tanto ringraziare
del gentil gesto che avevo
avuto per loro, per le mele con altro cibo da rimpiazzare.
Erano cosi felici i corvi
che il gracchiare divenne per le miei orecchie elogi ed applausi.
Nel mondo ora loro non erano
più esclusi,
condivisero la nuova
specialità con gusto tutti insieme come una famiglia,
come la nonna cara aveva
fatto la sera prima con meraviglia.
Dopo il delizioso pranzo, il
capo corvo con un solo e austero gracchio,
scacciò via le mie paure
come per loro fecero con lo spauracchio.
Riunì i corvi più fidati per
consegnarmi una ad una le mele più belle.
Fui felice anche io e
fiducioso in quelle nobili creature con gli occhi come perle.
In pochi istanti vidi
davanti a me lo splendido dono
e mi affrettati a
assaporarne una, di altro frutto non c’è ne di più buono.
“Quasi quasi domando loro la strada di
ritorno”
Pensai che loro, i corvi,
fossero gli unici a saperlo qui attorno
e la cosa strana amici miei, è quel che pensai feci senza alcun paura
dagli altri derisi
Parlando alle bestie e la
mia ragione e razionalità sottomisi.
“Ditemi amici miei, voi che
dominate gli alberi e sulle nuvole volate,
verso le stelle come gli
antichi greci puntate,
dall’abito nero ma composti
da cuori con nobili intenzioni;
sapete voi la strada su un
colle assolato con poche abitazioni
con due pini, una guercia,
un salice e una casucola in cima
in legno antico a cui tengo
una gran stima
e di un ruscello dove sgorga acqua color cielo
e limpida come la neve
e sentirsi lieve e sazio
quando uno la beve
e della terra sotto ai piedi
puoi assaporare
morbida e fertile sulla
quale poter coltivare?”
Il capo corvo inchinò la
testa con eleganza e riverenza,
notando ciò che era paura
prima ora era solo apparenza.
Portandosi con se tutti i
suoi amici, il capo corvo balzò in un volo strepitoso
che gli alberi abbandonarono
lasciandomi al quanto sospettoso.
I corvi, sparsi nel cielo
come una nuvola da temporale,
e come aerei da ricognizione
sfrecciavano gli uni sugli altri senza farsi male,
finché poi il capo corvo
volò in picchiata al mio cospetto
“Ho trovato quel tu cerchi!” sembrava avermi
detto,
volò in aria, comandò ai suoi amici di volare nella
direzione opposta alla mia
non aver inteso le buone
intenzioni del capo corpo, aspettai che loro andassero via.
Il Capitano
Continuai per il vialetto la
cui destinazione aveva un che di vago
e come per magia mi ritrovai
dinanzi a un immenso lago.
L’occhio mio si perse nella
ricerca del suo orizzonte
dalla modesta presenza di un
piccolo monte
assieme agli alberi
sempreverdi ne facevano da cornice.
Alberi che con i loro fiori sembravano imbattersi in
una danza adulatrice
per la colei albero accanto
un ricco dono fatto di fiori
di pesco, melo e arancio
fatti per la ricca stagione degli amori
che gli alberi come gli
animali si univano felici per sempre,
e il vento, con il suo
sfiorare malizioso, i colori della primavera sulla terra copre
con i loro profumi si
amalgama in una torsione di amore
colorando l’acqua di mille e
forse più aurore.
Uno specchio grande quanto
di Mastro Sole il suo ego.
All’improvviso, ci fu un
qualcosa laggiù, a riva, che tuttora non mi spiego,
di assurdo finora avevo visto,
e nel raccontarlo poi nessuno ci avrebbe creduto,
il come di una casa essere
un tutt’uno con una quercia aveva potuto.
Casa poi non era, bensì un
veliero assomigliava,
con tanto di sirena a prua e
passerella che dalla terra ferma alla poppa galleggiava.
Il bompresso[1] spiccava nel cielo come un
parafulmine nel vento
sospesa sull’acqua come il
respiro dopo uno spavento.
Scricchiolante e
traballante, quasi piangeva
su un enorme scoglio a riva
del lago sorgeva.
Una bandiera al culmine
dell’albero maestra sventolava,
irrazionale era la casa ma
più assurdo doveva essere colui che ci abitava.
Un simpatico e armonioso
suono di una fisarmonica mi fermai ad ascoltare
intanto che una rete piena
di pesci dal lago sulla nave un uomo sembrava tirare.
Bizzarro era di sicuro, una
grossa pipa, il berretto e la divisa indossava
barba bianca aveva ed encomi
sulla pattina della tasca portava.
Due gabbiani fedeli alla
nave, aspettavano il pranzo con ingordigia
con una stupida presunzione
versando sul fratello volatile una tedia cupidigia.
Due giri completi intorno
all’albero di trinchetto[2]
e poi sul pennone[3] dritto di petto.
“Ehilà!” gridai poiché lui
mi possa sentire,
e l’uomo legò la cima[4] alla rete per impedire ai
pesci di poter fuoriuscire.
La curiosità del mistero di
tale nave e della storia di quell’uomo mi affascinava
tanto a non tener conto delle
nuvole che dal maltempo tuonava.
Grossi cumulonembi neri come
carboni, avanzavano dall’orizzonte del lago
e se non mi affrettavo dalla
burrasca ne uscivo di certo come naufrago.
“Ehilà, buon uomo!” gridai
ancora non trovando un battente o un campanello
“Per tutti i mari di
Nettuno!... , sei tu che urli come uno strimpello?”
Esclamò aggrappandosi alla
balaustra con ambedue le mani,
intanto che mi osservò con
minuscoli occhi fini e castani.
Poi esclamai: “Non vedo
altro chi possa essere stato!”
guardandomi intorno non
vedendo altro che la nave e il vecchio abbandonato.
“Giovane di un mozzo
impertinente, … nella tua burla c’è il vero,
E che il cielo mi fulmini se
non son sincero!”
con un lieve sorriso,
imboccando la sua pipa che dalle sue labbra ciondolava
fintanto che alle sue spalle,
fra le nuvole lampeggiava.
“S’i fossi in voi non
sfiderei tanto la vostra buona sorte
che una violenta burrasca
sta alle porte!”
Gridai per il forte vento
tanto che entrambi le
mani unì al mento.
“Dannazione, sangue da
marinaio scorre nelle tue vene,
ma sei ancora impreparato
per il mare e le sue pene,
sali a bordo finché c’è
tempo per cui sperare,
una buona zuppa di pesce c’è
da trangugiare !”
Un invito assai carino fu da
parte sua
che subito mi imbarcai per
visitare la misteriosa nave da poppa a prua.
Con il fascino di un veliero
a tutti gli effetti era, in legno chiaro che d’oro appariva
ma che cosa ci facesse sopra
un albero ancora non si capiva.
Cime e nodi di ogni tipo, un
ancora d’argento e un grosso e lustro timone.
Bussole, sestanti e cartigli
di ogni mare e terre in ogni direzione.
Fui attratto dalla nave
riempiendo il mio animo come un vero avventuriero
finché la burrasca che osservavo
dagli oblò mi rese nella stiva un prigioniero.
“Hai tutta l’aria di aver
perso la bussola mio caro ragazzo?”
Mi disse il capitano mentre
alla tavola imbandita mi lanciai come un razzo,
gli scricchiolii della nave
incominciai più forte ad udire
ed ad oscillare iniziai poco
a poco a percepire.
Gli oggetti e le cose non
fissate incominciavano a tentennare
e i lampadari e le lanterne
a dondolare.
“Avete inteso benissimo la
mia bizzarra situazione
e son qui per chiedere
clemenza di una vostra giusta direzione”
Dissi al capitano seduto
nella sua sedia da re con mille decorazioni nel legno inciso
“Qual è la tua rotta e dove vorresti approdare di preciso?!...”
Iniziò poi un suo lungo
saggio con accento calmo e pio
su rotte di navigazioni, e i
venti che lui amava chiamarli gli 8 soffi di Dio,
e poi ancora di mari e della
sua impeccabile e amata stella polare
continuai a mangiare
lasciando il capitano per ore a parlare.
“Racconta tutto ragazzo mio,
tutto quello che serve ed inizia sempre dall’inizio!”
Ed ecco che alla mia mente
si aggiunse un altro indizio,
Cosi pensai:“le stelle, ma
certo le stelle e le sue costellazioni”
“Cerco un colle assolato con poche abitazioni
con due pini, una guercia,
un salice e una casucola in cima
In legno antico a cui tengo
una gran stima
e di un ruscello dove sgorga acqua color cielo
e limpida come la neve
e sentirsi lieve e sazio
quando uno la beve
e della terra sotto ai piedi
puoi assaporare,
morbida e fertile sulla
quale poter coltivare
E di stelle, tante stelle
che nella notte ballano contente
attorno alla luce di Serva
Luna assai potente!”
“per le sirene di Nettuno, conosco quel posto!”
Esclamando scattando verso
l’uscita come un pirata che ha appena trovato il suo tesoro,
lo raggiungevo a fatica
“Aspetti!” gridai assieme ai tuoni in coro,
il lusso interno della nave,
in balia delle ondulazioni lasciai
e allo scoperto nel bel
mezzo della forte burrasca scaraventato mi trovai.
Il vento mi scaraventava da
babordo a tribordo come un bambino seduto sul dondolo
restavo in piedi a malapena
aggrappandomi alla nave che pareva prender il volo.
Lampi, tuoni e la pioggia
erano abbondanti da non vedere a un palmo della mano,
la nave scricchiolava
fortemente, intanto che cercavo disperato fra la pioggia il capitano.
“Il buon marinaio si riconosce nel mal tempo!” gridò come un folle agitato
come se aspettava questo
momento da quando era nato.
Slegò tutte le cime delle
vele che svolazzavano senza dominio.
“Senti la potenza del soffio di Dio, ragazzo mio!?!”
Uno dei tanti pazzi che
avevo incontrato era
e io lì avevo incontrati
tutti dalla mattina alla sera.
“Che ti succede? Non mi
dirai che di un venticello e due gocce d’acqua hai paura
perché chi non s’avventura,
non ha ventura!”.
L’albero che reggeva la nave
si piegava, curvava e crepitava
intanto che il vecchio pazzo
al timone giunse e ad esso si aggrappava.
“Buon Dio perché mi hai
condotto in questo inferno?
Volevo solo semplici
indicazioni non del destino un tal scherno!”
Le onde del lago si
ingrossavano fin a raggiungere il ponte
e il capitano sghignazzava
timonando la nave determinato come
Caronte
“Ci siamo, guarda
attentamente il bompresso figliolo, sarà l’ago della tua bussola!”
Barcollando, raggiunsi il
ponte del timone con il cuore alla gola.
E il peggio non era ancora
arrivato perché, il capitano afferrò le caviglie del timone
e con una forte spinta virò
tutto a tribordo guardando la nave nella confusione
tutte le vele si gonfiarono
allo stesso tempo dal forte vento
intanto che lo
scampanare della campana sul ponte di
prua mi dava il tormento.
Gli arredi di lusso della
nave sbatacchiavano da lato a lato,
dalla chiglia[5] al ponte di coperta, e mentre
mi aggrappavo come un disperato,
un complesso armamento di
ingranaggi , puleggi e argani,
le vele girarono nel senso
voluto fra il vento impetuoso e lo svolazzo dei gabbiani.
L’ancora d’argento salì dopo
che il capitano tirò giù una leva,
Calò il capo, la Boma[6] girò sulla sua testa come
se sapesse già prima ciò che accadeva.
Il bompresso che dapprima
indicava il lago aperto, cambiò rotta improvvisamente
così davanti ai miei occhi
lo scenario cambiò bruscamente.
Su una giostra che girava
vorticosamente,
la nave fra il vento e i gabbiani, virò
rapidamente.
Sembrava vagare nell’aria
tanto da pensare che l’albero di supporto
ci avesse lanciato fra le
onde grosse, per alcuni secondi credevo di essere morto.
“EEHHHHlllAAAA!...vai tesoro
mio, vai!”
Gridava il capitano con
vitalità più che mai,
come un cowboy che cavalcava
su un stallone selvaggio,
l’inerzia mi aveva sbattuto
sul ciglio della nave attaccandomi ad esso con coraggio.
“Ci siamo ragazzo, quello è
il posto che tu stai cercando!” disse con orgoglio.
Il capitano corresse la
rotta con il timone e con l’indice indicò verso lo scoglio
“Lascia che l’onda passi e
la marea s’abbassi!
Segui la Dea dell’amore e
casa tua sarà a due passi!”
“Folle di un uomo cocciuto!
ma su questa nave non ci
resto nemmeno per un altro minuto!”
Non mi importava a cosa
andassi incontro, ma qualcosa dovevo pur fare
afferrai un salvagente e mi
buttai in mare
lasciandomi alle spalle la
nave che girava come l’ago di una bussola impazzita
anche se il ricordo della
nave e del capitano sarà mio per tutta la vita.
Il fischietto del capitano
già da tempo era svanito nel mare
intanto che verso la costa
mi affrettai a nuotare.
Un salmone controcorrente
sembravo,
guizzando sui cavalloni per
prender aria, se no affogavo.
Il Pastore
L
|
a burrasca era finita da un po'
di tempo ormai.
È tutto finito, e quel
giorno pure, pensai,
supino sulla riva a fissare
le nuvole che liberavano il cielo
poco a poco scoprendo le
mille stelle da un bianco velo,
impregnato d’acqua dalla
testa ai piedi, ringraziai Dio di avermi dalla burrasca salvato.
Ascoltavo la risacca del
lago, appassionato.
Ripresi fiato ma a fissar le
stelle mi incantai
grandi, piccole, … c’erano
di ogni tipo notai,
alcune timide e nascoste e
altre superbe e brillanti,
chiunque ha dedicato
briciole del suo tempo alle stelle, anche se per alcuni istanti,
egli pensa, perché fissarle
il pensiero si organizza,
e frasi, persone, luoghi, e
tempo della sua vita con attenzione analizza
un forte tornaconto è restar
solo con le stelle
da far venir d’oca la pelle.
Le vidi brillare fin a notte
fonda
riflettono, vanitose, sul
lago la loro luce fin all’altra sponda;
ne vidi una, forse la più
brillante, ma non era la stella polare …
Finché ricordai che quella
era Venere, che al capitano ho sentito parlare
“Segui la Dea dell’amore e
casa tua sarà a due passi!”
furono le sue esatte parole
prima che dalla nave, mi gettai nel lago e nei suoi abissi.
Mi alzai scrollandomi da
dosso la sabbia,
e il notar di aver perso
tutti i miei averi mi fece gran rabbia.
Padrona del cielo prima
dell’arrivo di Serva Luna, la stella Venere brillava,
pregando a lei che lungo la
mia rotta nell’incontrar nuovi personaggi si limitava.
La notte intera era d’avanti
a me, solo io, Venere e i miei strani
pensieri
di sorte, fortuna ma anche
di paura e difficoltà trascorsi dall’oggi allo ieri.
Rallegrato della compagnia
della buona stella, iniziò così all’improvviso l’alba,
osservai Mastro Sole
sollevarsi, dando luce e colore alla giornata un po' scialba
“Chissà cosa è in servo per
me quest’oggi” fra me e me dissi combattuto
fissando cumuli di nuvole
affrettarsi a coprir il cielo di nuovo con occhio acuto.
Gli occhi dal fissar il
cielo alla vista del lago caddi bramoso
cercando di intravedere la
nave galleggiante e il capitano curioso,
finché non mi accorsi il
lago di veder, da una scogliera alta e frastagliata
“Quanta strada ho fatto” convinto
che anche questa, non sia quella sbagliata.
Poi un belato forte e
intenso attirò la mia attenzione.
Di una pecora era, belando
in richiesta di aiuto trovandosi in una brutta situazione,
un passo azzardato aveva
fatto finendo così, sul ciglio del dirupo franoso.
Di ritornar indietro tentava
la pecora, fissandomi con lo sguardo pietoso,
ma gli zoccoli agitati
rendevano la cosa ancor più nera
e se in tempo non faceva, la
sua fine certa era.
Poco più in là, dove il
pericolo non c’era, il gregge sereno pascolava
ignorando la pecora che
impaurita belava,
e il pastore, seduto su una
roccia con un coltello svizzero, tranquillo giocherellava.
Ignaro e indifferente dando
anime al legno che intagliava.
“Ehy!” gridai forte perché
lui mi potesse sentire,
ma lui e le pecore
continuarono della mia presenza a dissentire
Tempo più non c’era, poiché
sempre più giù la pecora cadeva.
In soccorso dovetti
intervenire, oltre a guardare, qualcosa dovevo pur fare
allungando la mano la
pecora di sicuro potevo salvare.
La trassi in salvo senza
alcuna paura
impedendo così una terribile
sciagura,
Il belato fu in lei più
calmo ora che il pericolo era un terribile ricordo
intanto che nemmeno di uno
sguardo si degnò il pastore balordo.
Con occhi vitrei la pecora
rimase ancora a guardarmi
come se volesse con quegli
occhi ringraziarmi
e con una dolce carezza sul
suo pelo la rasserenai
poi saltellando con le altre
fece ritorno felice più che mai.
Armato di rabbia e di
scontento,
dal pastore andai veloce
come il vento.
Il tempo passava lui, soave
e spensierato
con i riccioli color oro sull’erba che dal
legno lui aveva lavorato
“un pastore le pecore deve
guardare,
non passare il tempo con il
legno da intagliare!”
Dissi mentre lui adagiato
sulla roccia fischiettava
non curando delle parole e
di quel gli aspettava.
“Infatti è quel che faccio!
Eseguo alla lettera il mio lavoro …
Le guardo ma nulla c’è
scritto su tener conto delle mie gesta e delle loro !”
Da tutti i miei incontri
nulla era in confronto a quel pastore
è di gran lunga e senza
dubbio, il peggiore.
“C’è di certo differenza nel
restare all’ombra a guardare
nel prender iniziativa per
il meglio lavorare ?”
Dissi mentre le pecore in
coro espressero consenso con un lungo belato
“Non ho cura del tuo
giudizio poiché anche tu per alcunché sarai condannato!”
Parlar con il pastore
sembrar con il mulo ragionare
anche se quel che mi ha
detto un po' mi dette da pensare.
Le nuvole in cielo erano
pronte per un'altra tempesta da scatenare
Chissà se il pastore la
strada mi sappia indicare…
“Se le pecore non vuoi aiutare,
almeno dammi indicazioni
sulla strada che dovrei fare!”
“Segui il sentiero è quella
la strada giusta !”
Mi rispose interrompendomi
con voce infausta.
“Così, dai indicazioni senza
neanche sapere la mia destinazione?!”
“La risposta è ovvia, se
provieni da quella direzione
devi andare verso quella
opposta, alternative altre non vedo!”
Beh, il pastore, con mia difficoltà ad accettare,
aveva ragione
La strada intorno era una
sola e proseguirla era l’unica soluzione.
Fra boschi di cipresso,
ispidi pini e l’alta scogliera
altra strada in cui
imboccare non c’era .
“E’ ora di contare le
pecore!”
Poi disse sbuffando il
pastore
“Ma come, ora ti preoccupi
se son poche o numerose?”
Rimasi confuso ad osservarlo
mentre sotto un albero, sdraiato comodo si pose
“Amico mio, non hai ancora capito il senso
della cosa, te lo ripeto ad alta voce:
Conto le pecore così il
sonno mi vien veloce!”
Cosi, con animo distaccato,
con il berretto il capo nascose.
Lo lasciai solo con il suo
contare le pecore che a lui credeva dispettose.
Mi allontanai perdendo la
voce del pastore poco a poco.
Di seguir la stella Venere
era ormai un dolce sogno con Mastro Sole assai fioco.
Passai la scogliera, il
bosco e la pineta
per poi affrontare una
discesa ripida su una strada senza meta.
La Megera
G
|
iunto a valle, davanti a me si
spalancò un ampio campo di raccolto
di grano, orzo e pannocchie
dalle nebbie basse era avvolto.
Affamato e assetato, lì
oltrepassai per tutto il giorno
ero stanco di guardare
spighe di grano e chicchi di mais a me
intorno,
finché nel tardo tramonto,
ecco che si presenta un'altra avventura strana,
dopo chilometri di strada,
vidi da lontano una casa austera e vittoriana
torri alte con vetrate
semi-esagonale e tetti di color ardesia.
Nell’aria già dominava un
gradevole odore di fresia,
nel retro, una vasta serra
di vetro avvolta da piante di rosa e edera pendente
come la montagna domina la valle,
essa dominava la terra adiacente,
e di avere senz’altro tutta l’aria di essere accogliente,
ma all’ingresso ciò che appariva ospitale, si mostrò vecchio e fatiscente.
Il cancello malmesso e pezzi
del muro di cinta caduti erano sul prato
“Qualcuno dovrà pur viverci”
dissi dopo che alla porta ho bussato.
Riprovai ancora poiché
nessuno era alla porta arrivato
pertanto alla finestra nel
suo interno una sbirciatina curioso ho dato,
eppure fu cosa ancor più
ardua lo scrutare il suo interno
giacché i vetri sporchi e
opachi diedero alla mia anima il senso di prosterno.
Passò del tempo, molto
tempo, quando due uomini distinti e riverenti
aprirono la porta con testa
alta e occhi spenti,
da una veloce deduzione, dei
maggiordomi della casa dovevano trattarsi
dritti e fermi, gemelli
sembravano ma mai osavano l’uno all’altro guardarsi,
raffinati di certo, al mio
livello non potevano abbassarsi.
“Vuole di nostra grazia
presentarsi ?”
Disse colui che alla destra
si posava,
con fugale accento inglese
lui con orgoglio usava.
“Vengo da un lungo
viaggio, e imploro
alla vostra grazia da Mastro Sole, il
ristoro!”
“prestare conforto a un
povero viandante dalla lunga strada e dal forte calore
fa di noi e della padrona
umili e di grande onore!”
Un leggero inchino mentre si
spostarono simultaneamente
mostrandomi la strada e la hall della casa cordialmente.
Il lusso nella casa era
sottovalutato,
notando da per tutto
bioccoli di polvere e legno dalle termiti consumato.
“E ora?... dove sono
capitato?”
Fra me e me seguendo i
maggiordomi con lo stomaco affamato.
Di fronte a me si estendeva
fin al piano superiore un enorme scala
e dal soffitto, un pomposo
lampadario di cristallo dominava su tutta la sala.
La tappezzeria scura e
ingrigita
e sui muri i numerosi quadri
mi narrarono della casa la sua vita.
“La signora è di certo di
sopra che l’aspetta!
Ma sia cortese, la signora
dagli estranei la scortesia non accetta!”
Disse uno dei maggiordomi
con aria da presuntuoso
enunciandomi come uno
miserabile cencioso.
Fra la polvere intravidi il
pavimento in marmo antico
con emblemi e stemmi del
tipo bellico.
La Hall era enorme, ben
venticinque passi dall’entrata
ed era il cuore della casa
dove tutte le stanze ad essa era collegata.
Giungemmo all’inizio della
scala dove i maggiordomi all’improvviso si fermarono,
l’uno di fronte all’altro
con disinvoltura si voltarono :
“E’ giusto che passi prima
di me, mio caro, passi pure, prego”
“Non è questo il mio
momento, prendere il tuo posto non fa parte del mio ego”
“Oh no, ciò che è giusto è
giusto, quindi il primo passo è tuo, mio illustre amico”
“Insisto vecchio mio, che
nella realtà dei fatti passi prima tu ti dico!”
“Per la nostra fratellanza,
da fratello minore desidero che il primo passo sia tuo!”
“Che assurda illazione è la
tua congettura,
più piccolo sei di pochi secondi, non è tua
la colpa, ma del fato e della natura”
“Se non fossi mio fratello
maggiore mi spaventerebbe la tua umiltà!”
“Ma non quanto la tua
risoluta generosità !”
Fra i due iniziò una assurda
e durevole conversazione
che di certo per chi non lì
conosceva non aveva alcuna comprensione.
Il loro colloquio aveva le
basi per durare nell’eterno
era forte la voglia di
rifare indietro i passi e scappare via da quel duetto fraterno
“Basta con queste smancerie
e lusinghe, insieme salite e con comune accordo”
Dissi irato ai loro occhi
sdegnati, vorrei tanto che fosse tutto un brutto ricordo,
un forte silenzio si murava
fra me e loro, e la mano al petto portarono
fin quando imbarazzati per
la prima volta gli occhi, i maggiordomi,
si fissarono.
“Hai sentito il ragazzo?”
Disse all’altro guardandomi
dall’altro al basso come un pazzo.
“Si ho sentito, chiaro come
un giorno di primavera!”
Come giudicato da una giuria
arrabbiata, iniziai ad non avere una bella cera.
Entrambi, sembravano provare
molto indignazione.
“Il giovane errante ha senza
dubbio ragione!”
“Concordo con il tuo
pensiero, senza alcun paragone”
Fissandomi ora con
mortificazione.
“E’ senz’altro al problema
un ottima soluzione!”
“non da e non toglie nulla alla situazione!”
E in men che non si dica
iniziò un’altra insensata discussione,
è giunta l’ora che io prenda
in fretta una posizione.
“Se non sarete voi ad
accompagnarmi alla signora,
andrò io, così eviterò di
inceppargli in una delle vostre adulazioni ancora”
Feci largo fra i due
panciotti e guanti bianchi e con il primo gradino iniziai
finché giunto in cima, i tre
corridoi con ansia guardai.
La discussione dei due
gemelli alle spalle lasciai, non finivano mai,
ora il problema era diverso,
tre lunghi corridoi simili in lunghezza e in arredo
parati distaccati dalle
pareti e dipinti che ritraevano eroi dell’era passata vedo.
Difficile notar differenze,
neanche dal numero di porte o di infissi
fino a che non credevo
fermamente a quel che io sentissi.
Un soave suono fatto dal
matrimonio di melodia e sinfonia
dovevo decidere con raziocinio
oppure affidarmi al fato nel scegliere la via?
Questo era il mio dilemma ma
l’istinto mi ordinava senza esito a seguire l’armonia.
Il corridoio a destra, molto
infondo è lì dove nasceva l’eufonia.
Man mano che procedevo la
musica più chiara e nitida alle mie orecchie divenne,
camminando come un
esploratore all’avanscoperta, l’affanno mi pervenne.
Porta per porta, scrutavo
trovando poi della musica l’origine
fermando i miei pensieri e
tutto ciò rientri della mia indagine.
Era bellissima, capace di
plasmare l’ansia più acuta
in una beata calma in ogni
sua battuta.
Creava armonia e
assuefazione nel profondo dell’essere con quei suoni
spingendo i sentimenti e le
emozioni in un abisso di contorte passioni.
Esaltava, ampliava,
enfatizzava in un livello superiore ad ogni cosa
Dimenticavi gli ogni dove e
gli ogni chi , perdendoti nel nulla e nel tutto
dove mai il tempo poteva con
le sue intenzioni aver distrutto.
Ecco perché tutto li era non
curato,
l’unica cosa utile e
servizievole era la musica che la signora ogni dì aveva suonato.
Fermo là, dianzi alla porta
socchiusa sperando che mai potesse finire,
ringraziando il Dio che di
queste cose io potessi sentire,
del pizzicare di un arpa le
celestiali corde la dolce melodia
“E’ da scortesi origliare
alla porta” disse una voce femminile con misericordia.
A quel punto non vi fu
scelta e cosi entrai ma senza che la
musica si interruppe
una guerra di spartiti vi
era ovunque e gli strumenti erano le sue truppe.
Un nuovo mondo era, un
enorme sala dove la musica regnava
un lungo piano, bassi,
oboi e violoncelli ma l’arpa era senza dubbio la sovrana.
E poi ancora flauti,
clarinetti, violini e un grosso trombone
dal triangolo ad ogni tipo
di percussione,
e il solo esecutore, una
donna, che sicuramente la musica era la sua passione.
L’arpa era come la pozza
d’acqua in un deserto, e non era una allucinazione.
La donna indossava un abito
nero rifiniti con merletti trasparenti
un corpetto e crinolina, il
volto ricoperto da un velo e capelli lunghi e pendenti.
Poco si intravedeva del viso
pallido di porcellana e labbra rosse come fuoco,
assorta nella sua melodia
che suonava con lunga dita l’arpa come un futile gioco.
Aprì gli occhi in un istante
come una folgore blandizia
scoprendo grossi occhi verdi
e un sorriso con malizia,
“Chiedo, con vostro
permesso, perdono umilmente,
la sua musica è trapassata nel mio cuore come
nella mia mente!
Una splendida coesistenza di
note che crea incanto
come un canto di una sirena
che con il suo fascino da farisea
tentò Ulisse nella sua
Odissea!”
Dissi con occhi enormi quasi
traballanti
intanto che lei mi sorrise
con denti bianchi e accecanti.
“Ah, non sei un giovane
viandante illetterato
come i miei domestici mi
avevano di te parlato!”
Disse lei pizzicando una
corda provocando un lungo vibrato
“Oh no, mia signora sono
solo un giovane che la strada vorrebbe tanto ritrovare,
Non è di certo qui il posto
in cui dovrei stare!”
“ti piace la mia musica?”
“Oh si, certamente! Voi la
rendete cosi unica!...
Ho sentito di musica ma la vostra è arte
pura!”
Dissi con lo sguardo
arrossendo e senza censura.
“Come sei gentile e profondo
con le tue parole!
Ma ahimè, le parole
rimangono tali, non fanno certo di me la mia mole!”
“Perché siete triste, mia
signora?...il vostro è un dono che vi giunge dal signore!”
“E’ proprio per il signore
che son triste, che ha chiamato a se il mio unico amore”
Asciugandosi una lacrima che
brillava sulla guancia come un diamante
interrompendo la sua musica,
ma solo per qualche istante.
Bellissima come una rosa di
Maggio,
con i suoi petali che dal
Mastro Sole rapiva un suo raggio
e quel vestito simile al più
ad un velo
era la splendida rugiada che
le sfuggiva da dosso su tutto lo stelo.
“Oh, mia signora, vorrei
tanto esprimerle il mio cordoglio …!”
“Ah sei sciocco! cordoglio
e dolore è di certo la cosa che più non
voglio!
Cosa posso farmene del
dispiacere altrui, di sicuro gli eventi non possono mutare.
Ciò che è fatto … è fatto,
non possono in nessun modo cambiare!”
Si alzò dal panchetto con
ira e furore che gli scintillavano nel suo petto,
avvicinandosi alla finestra
con rammarico nella gola e forse un pianto sospetto.
La mano era sul petto come
per coprirsi per pudore,
tremolante, bislunga e senza
colore.
“Il tempo mio caro, un frammento del tuo
tempo, è tutto quello che puoi darmi
che di certo gli altri non
hanno pensato in alcun che regalarmi
è la sola cosa più preziosa che possiedi
assieme al tuo respiro.
Tempo, ciò che un essere
umano ha di più caro ed è quello che da te io aspiro.
Ricordi sparsi nella mia
mente come le cornacchie in un campo di
grano
è tutto quel che mi rimane
di una vita, che di certo non voglio che tutto sia vano,
giorno dopo giorno l’ho impegnato
dando grossi e piacevoli frutti
ma anno dopo anno vedovo me
i miei compagni consumarsi e infine distrutti.”
Cosa diceva era chiaro solo
nella sua mente,
vidi poi, un fiore marcio e
fetido nel suo vaso che lei accarezzava dolcemente.
Da mesi, se non anni, ormai appassito posato su quel piedistallo
ma a cose strane ormai, io
ne avevo fatto un duro callo.
Vidi un gran amore ad esso dedicato,
come un prezioso cristallo
delicato.
Un breve silenzio avvolse la
stanza con i suoi strumenti,
si voltò di rapido scatto e
nei miei occhi mi invase con i suoi assai lucenti,
digrignò le labbra e
avvinghiò lo spazio, in poco tempo, che ci separava
veloce, che ai miei occhi
non apparve camminare, ma che nell’aria fluttuava
attimi prima era a più di
venti passi e quelli dopo era davanti a me che guardava,
ricordi sovrapposti che
sicuramente la mia mente per la sua bellezza scherzava.
Su di me con il retro delle
sue dita di ghiaccio, di senso e di colore,
sulla mia guancia scivolavano,
riaffiorando in essa un forte tepore,
come una lussuriosa carezza di
cui incerte le intenzioni e di sicuro malfido
che dall’Atlante alla punta
del Coccige irruppe un impetuoso brivido.
Dissipando i miei sensi come
fumo nella stratosfera
abbandonando ogni logica e
di quel che vi era.
Afferrò poi il mento con forza bruta fissando la mia
faccia un lato per volta
Poi un forte “mhhhh” con
l’aria assai assolta.
Poi disse alzandosi il velo
“Tu, giovane viandante, del
tuo tempo puoi darmelo ?”
Tenendo conto le assurde
situazioni di cui ho vissuto,
avevo paura nel rispondere e
di conseguenza rimasi muto.
La cosa più semplice: mai
rispondere quando non si ha giusta scelta,
e se è possibile la cosa più
ovvia svignartela alla svelta.
Furono le uniche espressioni
che riuscivo a pensare
ma il mio corpo in nessun
modo volle collaborare.
“Oh, la paura … è sempre
quella la sua espressione
e nella natura dell’uomo,
come la passione!”
Il suo riso colmò la stanza con
grazia e vitalità
in un attimo svanì in me
quella sua complicità.
“non
essere così di malumore,
tranquillo, è assolutamente
rapido e indolore “
la mano afferrò con enfasi e
allo sgabello del pianoforte mi fece comodo sedere.
Un burattino inerte sembravo
e nello stesso tempo curioso di ciò che dovevo vedere,
andò dal vecchio metronomo
sul ciglio del camino svegliandolo da un lungo sonno
infondendo nella stanza il
padrone Tic Tac attirando l’attenzione di tutto là attorno.
Scrutò sulla parete indecisa
nel scegliere, poi impugnò l’archetto,
e con l’ingombrante
violoncello si sedette al suo panchetto.
La luce nella stanza si
affievoliva poiché dalla finestra i cumulonembi erano più densi
“E ora voglio che dedichi i
tuoi pensieri a ciò che di me pensi”
Annuii al suo comando anche
se era evidente, era una giustificata bugia,
la luce era quasi scomparsa
come un’inspiegabile magia.
Come per dare inizio a un
maestoso concerto,
io, dal palco fungevo da
critico esperto.
Ancora un profondo Tic Tac
del maestro metronomo
che del tempo ne decideva il
lento o il veloce, l’unico che dal tempo era autonomo.
La signora iniziò cosi il
suo assolo e quando meno io me ne potessi accorgere,
il suo basso dello strumento
penetrò istantaneamente nel profondo del mio essere.
La sinfonia era confusa in
principio
fin quando mi accorsi che lo
spartito ero io,
La signora con occhi
sbarrati dalle palpebre e orecchie tese pronte ad ascoltare
nei miei pensieri sembrava furtiva,
curiosare e indagare.
Raggiunse il suo scopo, poiché
dalla musica ne fui di nuovo attratto,
trascinato e stravolto dalla
melodia e scontento non fui affatto.
Sensazione beata e
avvolgente,
da perdersi in essa nella
vastità di una valle prorompente.
Il forte legame armonia e
sinfonia fu tale da appellare il senso di tutti gli elementi
che dall’assolo del
violoncello si associarono uno ad uno tutti gli altri strumenti,
in ognuno vi era un anima e
incoraggiava l’altro come timidi fratelli,
evolvendosi in una solida
orchestra inclusi i timpani e i campanelli,
pochi avevano l’elogio di
ascoltare tal musica dal cuore espressa,
ma rari riuscivano a vedere
i suoi effetti della non coscienza di essa,
il dispiacere più grande era
il sapere che quella magia doveva finire
e con esso il mio beato
momento nell’aria svanire.
Quando accadde fui impresso dall’esame che alla mia mente fu
imposto
l’armonia finì e i pensieri
e gli tutti elementi tornarono al loro solito posto.
Aprii gli occhi e vidi la
luce padroneggiare il posto, rendendolo ricco e brioso.
Infatti, perché fuori c’era
Mastro Sole assai vigoroso,
i colori mi accecavano,
poiché nella stanza, enorme, ora c’era la vita.
Ne polvere grumosa sul
pavimento ma un luccicante parquet e la sala era ben pulita
al suo centro, un lussuoso
lampadario di cristalli luccicanti
un enorme tappeto rosso
scarlatto e una lunga navata di colonne portanti.
Rimasi senza fiato,
avevo senz’altro luogo
cambiato.
Al posto del fiore marcio e
insecchito, ora c’era un florido
tulipano.
Persino l’abito della
signora che da un lungo abito nero vittoriano,
ora indossava un lungo
completo bianco, tutto in seta
con tanto di Tournure[1] che la figurava assai discreta,
persino il volto era di rosa
colorito
dall’aspetto tetro quella
casa ora aveva un buon invito.
Colori accesi, particolari
evidenziati dal pulito e il benestare,
profumi di deliziosi sapori
nell’aria si poteva ora assaporare.
“Cosa sarà successo mai?...
ho tutta l’aria di essermi appisolato.
Poco fa tutto era diverso e
ora è cambiato
anche se il dubbio incoraggia
che il tutto avrei sognato!”
La donna posò sorridente un
libro nell’alta libreria con una raffinata incisione
ponendo molta attenzione
alla dimensione, l’ordine di lettera e la descrizione.
“oggi è un nuovo giorno, bello e assolato,
sento che la tua fame è
atroce, parleremo del se e del poi dopo che avrai mangiato!”
Disse la signora osservando
il mio sguardo per l’appunto affamato
“Sento di essermi perso… con
il pensiero intendo, almeno cosi credo
la mia mente si diverte a
farmi scherzi al tal punto che non mi fido più a quel che vedo!”
“Sono sicura che tutto e
tutti i tuoi pensieri andranno al loro solito posto
un rinfresco al di là di
questa mura è quel che ci vuole in questa giornata di Agosto!”
“Agosto?.... credevo che fossimo in Aprile!”
Nel mio stato era
accettabile confondere colori ma cinque mesi persi era incredibile.
Qualcosa nel mio istinto non
andava, ero stanco e per un niente sudavo,
avevo persino dimenticato la
ragione del perché in quel posto io mi trovavo.
“Su avanti, un buon pasto ci
acclama!
Vorresti, baldo giovane accompagnare
una dama?”
Invitò la signora con la
mano tesa.
Mi spinsi a prenderla come
un galantuomo accorgendomi una fra noi strana intesa.
Il perché , il come e il
quando sia nata
È ancor della mia mente un
mistero di come l’abbia dimenticata,
e nel giungere la mia mano
con la sua,
apparivo essere allo stretto
comando del suo viso innocente, da ingenua.
Inoltre mi occorsi che il
mio abito da sciattone era del tutto svanito
sarà forse magia, perché al
suo posto vi era in nero un elegante vestito.
Attraversammo contenti e
felici la casa del tutto cambiata
accompagnati dai discorsi di
lei e di chi un tempo era sposata.
Soprammobili passati al
lustro e arredi rassettati,
tende nuove con fiori e
farfalle e un profumo di vaniglia che traspirava dai parati,
persino i quadri erano
distinti e allegri,
con cornici in risalto e
tela del tutto integri.
Insomma, tutto appariva come
se il tempo mai fosse passato
ed io della mia integrità di
pensiero ero assai preoccupato.
Vidi cristalli in ogni forma
e vetrate di ogni tipo,
per soggiornare poi nella serre dove ogni bocciolo era fiorito.
Profumi che deliziavano
l’olfatto e colori che gioivano alla vista
si mescolavano in uno
scenario dove solo Dio poteva essere l’artista,
come l’Eden doveva apparire
dove pace e tranquillità si
poteva percepire.
Attorno ad un tavolo immenso
seduti eravamo,
intanto che strani e rari
uccelli volavano tranquilli di ramo in ramo.
alle nostre spalle i due
maggiordomi gemelli sembravano circondarci
e in ogni mossa come bambini
monelli vollero accontentarci.
uno sbattere delle mani
della signora e senza nemmeno alzar un dito
biscotti appena sfornarti e
te caldo ci fu servito,
ne concordi e ne discordi i
due gemelli apparivano senza fiato
come se il loro stato d’animo
avevano tramutato.
“non è affascinante il
tempo?... tutto in esso è collegato
dall’Universo inesplorato,
agli elementi di cui esso è
combinato…
Peccato che nessuno fin ora
l’abbia mai notato”
Con enfasi esclamava
intanto che con gioia fiori
di fresia annusava.
“ma nello stesso tempo
ingannevole, un amante infedele
senza origini, senza meta,
spietato e crudele!”
affermai notando sul viso
della signora lo scontento.
Dovevo in alcun modo
svegliarmi dal quel incanto
o mai sarei ritornato ai
miei passi.
“NO!” Gridai deciso
rifiutando quel ben servito.
“No?....che valore ha un
No…in un bel mondo così colorito”
Disse la signora con voce
tremolante,
gettando i biscotti e il te
nel vassoio seduta stante.
Non fu rabbia ma paura, il
volto suo si dipinse cambiando d’aspetto,
il suo plagio su di me aveva
perso il suo effetto.
“Credo che il mio tempo qui
sia scaduto,
devo tornar sulla mia strada
che ricordo di aver tempo fa perduto”
Mi alzai dal tavolo con sua
meraviglia,
con l’intendo da quel posto
di andar via.
“Aspetti, non vada via, la prego!
Sapevo che voi eravate dagli
altri diverso, quindi ora tutto vi spiego,
il perché voi siete ancora qui
e che abbia fallito il mio sortilegio
è per me un tragico evento,
dinanzi alla tua forza di resistenza è per me un privilegio”
Con tristezza la signora si
portò sconvolta la mano al petto,
mentre notai che quel
vestito iniziava ad andarmi stretto,
e il cantar degli uccelli
svanire
come il colore dei fiori in
un lampo scomparire,
su tutto lo scenario scese un
cupo velo grigio
pronunciando la fine di
quello strano prodigio.
“No signora, non sono
spiegazione quel che io voglio
mi dispiace, ma è giunto la
fine di tutto questo imbroglio!”
Scostai la seggiola
violentemente
e verso l’uscita, scansando
i due maggiordomi, mi spinsi fortemente.
“Aspetti non vada via, la
prego!!!
mai nessuno aveva detto no
in quella maniera alle mie lusinghe, non lo nego,
solo un altro po' di tempo insieme
il buio della mia fine il
pensiero mi preme!”
Dovevo scappare via da quel
posto stregato,
ma raggiunto la hall nel pavimento
ero intrappolato.
I miei piedi con il marmo
erano un tutt’uno, corpo e pietra in un amalgama
che mi trascinava verso la
fame della loro dama.
Il terrore mi colpì alla
gola, anche se avrei gridato,
nessuno mai mi avrebbe
ascoltato.
Saette, lampi e fulmini dalle
finestre e dalle vetrate si intuivano
come brividi di paura, i
cristalli del lampadario tentennavano,
un forte vento sventolava le
tende e le finestre d’un tratto si spalancarono
i maggiordomi con ghigno morboso
a me si avvicinarono,
il cambio di scenario fu
drastico e in forte progresso
mentre pochi passi ci
dividevano fra me e la porta di ingresso.
“Fermo!” Gridò la signora
con la mano tesa e l’abito mescolato in due parti
dal nero vittoriano al
bianco completo, l’unione perfetta dei due scarti.
Il legno delle scale
scricchiolava ripetutamente,
si essiccava, deformava e
dai giunti e dai chiodi si scollava precocemente.
Ai piani superiori, rumori degli
strumenti al tempo persi e abbandonati,
corde stridule simili a
lamenti, pianti, e degli archi e del piano da tempo scordati.
“Mi dispiace, signora ma non
avete più la mia grazia,
ormai della mia carne
dovreste essere già sazia.
Questo posto è la vostra, non
la mia di prigione!
e nulla potrà intrattenermi,
nemmeno il tempo che sia schiavo o padrone!”
Qualche pietruzza dai miei
piedi riuscì con forza a smuovere,
davanti a me c’era la
libertà ed era un occasione che non potevo perdere.
“Fermo! Ti dico, le tue
parole non sono di certo un lasciapassare!
Ti ho ingannato ma ti prego,
dammi l’opportunità almeno di spiegare!”
Mi voltai e vidi il suo
volto, formato dallo scontro dei due periodi,
due volti uniti fra loro con
due o più nodi,
tra il volto pallido e
freddo con quello rosato e gentile
ormai allo scoperto, la
finzione dove signora viveva divenne fragile e sottile.
“Sei una strega una megera?
O una semplice ladra… e
questa volta, pretendo che tu sia sincera!”
I due maggiordomi, le
braccia mi afferrarono,
dal pavimento in un lampo mi
alzarono.
Trascinandomi dinanzi ad
essa
dove costrinse il mio cuore
nel credere che era depressa.
“Tu cosa rappresenti in
questo tuo mondo pieno di male?
Sei qui per nutrirti del
tempo altrui come una creatura infernale?”
“Niente di tutto questo, è
ovvio,
sono solo una povera donna
che vaga senza un tempo nell’oblio
vivendo con il triste
terrore della morte pessima
così cruda, così prossima …!”
In quel momento mi accorsi che quella casa era in realtà la sua tomba,
in preda alla fine del suo
tempo con la ferocia solitudine che su di lei presto incomba.
“Io non sarò mai una vostra
preda
la morte e la sua paura è un
vostro problema e per il tempo, lascia che esso proceda
nel suo normale corso come è
sempre stato, equilibrato fra bene e male
facendo di noi, della nostra
essenza dall’inizio alla fine un processo normale”
con il solo atto di ciglio,
i due maggiordomi mi
lasciarono nel completo scompiglio.
“Tu sei giovane, pieno di
grinta, stracolmo di passione,
che ne sai tu del tempo che
ti bracca ogni giorno che passa come un affamato leone,
paura della morte neanche
immagini cosa significhi: un infido amante
ecco cosa è, perdere se
stesso e ciò che hai creato in un istante!”
L’agitazione in essa e in
tutto ciò che le era attorno si placò poco a poco
Disorientata e arresa, la
signora era ormai cenere di un ardente fuoco.
“lasciami andare via per la
mia strada che io adesso ricordo di aver perso
e io dimenticherò così il
torto del tuo gioco perverso”
La signora esaltò con
scherno alla mia richiesta senza alcun rispetto.
Esausta si appoggiò alla
parete simulando forse, un lancinante dolore al petto.
“E’ dunque è questo che fin
qui ti ha portato
Volevi solo indicazioni per
una strada che hai dimenticato..”
Affermò con sdegno e affanno,
intanto che i maggiordomi
erano preoccupati del sul malanno.
“Beh, ora che è tutto
finito, non mi rimane che aiutarti!
Non voglio che abbi su di me
un brutto ricordo prima che parti”
“Aiutarmi?... ora mi da il
suo aiuto?
dopo tutto quel che ha
compiuto?”
Dissi confuso e con ritegno,
poiché vidi nella signora e
nel sul volto la vecchiaia che lasciava precoce il suo segno.
Timida, tremolante e colma
di vergogna
La signora, ormai vecchia
nascose il volto con il velo, pronta per la gogna.
“Malgrado i miei tentativi,
ho concluso che sono le nostra gesta a essere eterni.
Ho visto il mio malessere
con occhi esterni
e la redenzione è l’unico
modo per finire,
lasciare che il tempo
azzanni anche la mia carne, amara o dolce, lui non sa percepire.
Voi due, portatemi il gioiello
del fuoco di vita e un coltello con la sua fondina !”
Emise il suo ultimo ordine
ai due fidati maggiordomi, stanchi e con la schiena china,
che orami, esili e
afflosciati, anche loro alla morte prossima sono destinati
alla signora come il guscio
alla tartaruga, sono legati.
“Tu quindi, con il cuore
pentito,
puoi rilevarmi la strada che ho smarrito?”
“Io non conosco ne strade e
ne vie al di là di quel muro
ma posso indicarti la persona, il Conte Magno,
lui lo sa di sicuro,
ha calpestato i cinque continenti
e attraversato i tre oceani
chiedigli consiglio e i tuoi
sforzi non saranno vani”
“come posso fidarmi?
Come faccio a sapere che non
sia uno dei tuoi malefici per di nuovo incastrarmi?”
Solo uno dei maggiordomi
arrivò con un vassoio dalla ruggine logorato,
sul quale vi era un coltello
e un astuccio foderato
La signora afferrò il
pugnale,
stringendolo con affetto fra
le mani senza farsi del male
“Questo è il pugnale del mio
defunto marito,
ahimè, che senza, non
sarebbe mai partito;
Ti aiuterà a sopravvivere e
a superare gli ostacoli che di certo troverai
perché nel bosco, le linfee
di certo incontrerai,
mai dovrai perdere questo
gioiello
è il lascia-passare per il
Conte nel suo castello,
senza di esso sarai un semplice straniero, ai suoi occhi,
irrilevante
ostile, se ti opporrai al
suo desiderio di essere per la gente importante,
avvinghiandoti nel suo
delirio
sarà difficile uscire dal
suo martirio!”
Strinse il gioiello nelle
mie mani
come se non volesse farsi
vedere da occhi lontani,
l’orologio a pendolo iniziò
il suo scampanare
segnando così l’ora nella
realtà di tornare.
Gli eventi di nuovo si
infuriarono
lampi, scricchiolii e la
puzza di marcio ci circondarono
il maggiordomo a terra si
afflosciò senza forza vitale,
scaraventando all’aria il
vassoio emanando un frastuono infernale,
con affanno era pronto per
il suo ultimo fiato,
la signora, decrepita,
iniziò a tremare terrorizzata, guardandosi intorno in ogni lato.
L’enorme lampadario dal
soffitto per la vecchiaia si staccò
cadendo a terra in miriadi
di pezzi si frantumò.
La vecchia scheletrita, alle
mie braccia cercò appoggiò,
crepe nel soffitto si
crearono,
nel tempo in cui gli arredi
nel marcio a terra si adagiarono.
Con le resta del maggiordomo
ormai putrefatto,
lo sgomento di terrore, di
quel mondo che marciva cosi in fretta mi rese stupefatto.
“duecento passi dopo i campi
di grano
Troverai il bosco di re Quoia
, oltrepassalo e il suo castello vedrai da lontano”
Un altro rintocco e la scala
cadde al suolo sollevando un ampio rimbombo
dal piano superiore il
pianoforte crollò come piombo.
“ora vai mio giovane
viandante.
Il tempo sulle mie spalle si
è fatto troppo pesante!”
Fiati corti accompagnati da
pietose lacrime sul volto che un solco parevano scavare.
Dal velo logoro i suoi occhi
potetti l’ultima volta osservare.
“Come faccio a sapere che la
scelta è quella giusta?!”
Avevo fra le mie mani i suoi
preziosi doni ma ancora il mio istinto di lei si disgusta
finché lei, all’estremo
delle forze, con tremore alzò la mano per accarezzarmi il volto
e fu allora che la pietà, il
mio cuore aveva coinvolto.
“Mio giovane viandante, la
scelta è quella giusta solo quando di essa si è soddisfatti!
Ora va, va … , segui le mie
istruzioni, restare qui è da matti!”
Afferrai il pomello, ma dal
fradiciume dalla porta si distaccò,
buttai giù la porta e la
vecchia signora a terra si accasciò,
in un batti baleno
all’esterno mi scaraventai
mentre la casa su se stessa
si accasciava e io la sua fine con occhi aperti osservai.
La pioggia cadeva a
catinelle sul mio viso.
Le saette le macerie
illuminavano, come avvoltoi e il loro perfido sorriso.
Iniziai cosi un frenetica
corsa verso la fine dei campi,
senza mai fermarmi, fra fango,
sassi e lampi.
La Linfea
F
|
antasia, realtà,
allucinazioni, sogni e magia…
Furono i miei pensieri assieme al mio animo pieno di nostalgia.
Avevo già oltrepassato il
bosco che sia di re Quoia non ne ero sicuro,
l’unico nei dintorni,
circondato da querce dando forma un alto muro,
fu come attraversare la
giungla, fitta di arbusti e selvaggia nella fauna
ero stanco come non lo ero
mai stato, e a convincermi a fermarmi, fu Serva Luna,
gridava l’ora, del riposo
meritato, da non molto arrivata.
Accesi un fuoco dopo aver
trovato un riparo per la notte che da ore era calata.
“che la mia mente fosse
malata?”
Domandai al fuoco dopo la
giornata passata.
La prova reale fu lo
scintillante pugnale e il misterioso gioiello,
che dalla fondina portai
alla luce per osservarne il modello.
Un cristallo era, nel quale
un fiamma viva nel cuore ardeva,
“Il gioiello del fuoco di
vita” era il suo nome e una garanzia per la vita racchiudeva.
Che tutto poteva dipendere
da un futile ed effimero oggetto,
quindi era ben prudente e
ragionevole tenerlo stretto al petto.
Appeso al mio collo quel
gioiello faceva un grande effetto
che fosse magico o simile
ormai non avevo più nessun sospetto.
Tutto è possibile in questo
mondo, questa era la conclusione a cui
io avevo fede,
poiché si tende a credere
una cosa sia impossibile fin quando poi non accade,
ed io ero uno di quelli,
dove A+B=C era il suo perfetto ordine da me assai stimato,
ma dopo le cose che ho
visto, ho notato che quell’ordine era troppo limitato.
Dopo ore con lo sguardo
perso nel fuoco,
con la speranza di pisolarmi
con l’incanto del suo gioco,
qualcosa o qualcuno annullò
l’ipnosi, alla ricerca dello sguardo in un lampo scossi
poiché dei rami nei cespugli
là in fondo si erano mossi.
Uno spione o un feroce
predatore notturno ?
Avevo fra le mani il pugnale
e la cosa più saggia era essere taciturno.
Un solido scudo, alle mie
spalle, era un’imponente arbusto,
mai di certo avrei sognato
di usare quel pugnale anche se ero nel giusto.
Non ero ne preparato e ne
convinto, nella giusta maniera, di saperlo usare
ma fortuna volle che tutto
nella quiete e nella pace iniziò a placare.
L’ultimo tozzo di legno era
arso del tutto, e il freddo nelle mie carni si celava,
l’ultima lingua di fuoco
poco a poco si attenuava,
e con essa i miei occhi, troppo
stanchi nel tentare di restare sveglio
quel silenzio attorno era senz’altro
un comodo giaciglio.
Una culla piacevole nel
perder i sensi e nel sonno lasciarsi andare
così che il fuoco si spense,
dispensato da ogni difesa e dal buio lasciarsi dominare.
Un’imprudenza devastante fu
quella di addormentarsi
e l’arte di sopravvivere la
mia mente non volle cimentarsi,
perché qualcosa di brutto
stava per avvenire,
ed io di lasciare la
bambagia dei sogni non ne volli sentire,
un forte gracchio mi riportò
alla vita reale
mi svegliai di colpo, subito
mi accorsi di un qualcosa di anormale,
i cespugli frusciavano,
c’era qualcuno nascosto,
strinsi con forza il pugnale
e restai fermo al mio posto.
Dovevo attendere il peggio,
poiché di essere braccato,
lo ero dapprima che trovassi quel posto da campeggio.
Un altro gracchio mi indicò
la zona in cui gli occhi puntare,
ma io stupido inesperto, il
cielo iniziò ad osservare,
cosi all’improvviso, un lupo
dal pelo bianco e occhi color smeraldo, uscì allo scoperto
attaccò e su di me si
scaraventò, il pugnale a terra fini per lo spavento,
azzannò il mio braccio
sinistro che usai come scudo per la mia gola,
vidi la furia nei suoi occhi
scatenarsi e dopo mi accorsi la lupa non era sola,
altri due lupi vennero in
suo aiuto,
così pensai che ormai ero
ben che defunto.
La gamba e la spalla destra
erano ora le vittime,
mi agitavo, gridavo,
esultavo pietà, ma ero solo ahimè, solo io, i lupi e le mie lacrime.
Sentivo le zanne penetrare
la mia carne e la forza ormai era allo stremo,
un altro sforzo, l’ultimo ed
era quello supremo.
Ci vu un attimo in cui, fra
paura e dolore,
che giurai che la lupa gli
occhi cambiarono di colore,
e che non fosse sua
intenzione uccidermi,
perché dopo tutto questo
tempo dall’attacco, tre lupi erano solo riusciti a ferirmi.
I lupi non temporeggiavano
con le prede, grosse o piccole, era indifferente,
bastava un semplice morso al
posto giusto e la morte era imminente.
Un aiuto dal’alto mi fu
dato, perché alcuni rami caddero dall’albero,
creando così, un varco fra
il fogliame d’acero,
nel quale la luce della
Serva Luna fece irruzione
afferrai uno dei rami
dandomi l’opportunità di cambiare la situazione,
e con forza lo conficcai nel
fianco del lupo allentando la presa sulla spalla martoriata
mi trascinai sul terreno
scansandone un altro sulla testa con una forte calciata,
approfittando dell’occasione
afferrai il pugnale e lo
conficcai nel collo della lupa senza esitazione.
I lupi da me si
allontanarono, storditi e feriti,
per poi fuggire con la coda
fra le gambe impauriti.
Non sapevo di aver fatto un
torto alla sorte
giacché essa mi tenta e mi
sfida fino alla morte.
Ed ora ero lì a terra,
straziato dalla furia della battaglia,
nemmeno era, quella, la pena
per una perfida canaglia.
Il destino ha voluto il
confronto,
e neppure immagino per quale
altra cosa sia pronto.
Risicai nel passare il
restante della notte ad attraversare quella maledetta foresta,
Sporco, zoppo, sanguinante e
un terribile mal di testa.
Agli alberi mi aggrappai,
come un vecchio e il suo bastone, per affrontare il cammino,
l’emorragia alla gamba fermai
con la resina di un albero di pino,
con denti digrignati attraversai
il crepaccio, una caverna e un dirupo
di intanto in tanto mi
fermai a fissare sul pugnale il sangue di lupo,
come un trofeo o come la
testimonianza di un miracolo divino,
mi affiancai poi a un
ruscello, un lago o un fiume doveva essere vicino.
Ecco l’alba, un irradiante
luce sovrastò ogni cosa,
aprendo come un sipario ai
miei occhi una scena meravigliosa,
l’alba è il momento in cui
Dio trova l’ispirazione per creare,
pochi istanti per noi
uomini, eternità del ciel divino in cui poter sperare,
la tetra foresta si era
tramutata in rigoglioso paradiso,
Mastro Sole con i suoi raggi fece un ottimo lavoro, colorando
il mio pallido viso.
Sorgere dalla luce radiante,
lui, re Quoia, era lui che il territorio
dominava.
Una sequoia, la punta più
alta di tutti, come un ispido monte la valle incantava.
Il dolore era quasi
scomparso al piacere di quella vista,
vedere gocce di rugiada
scivolare su articolate ragnatele, come il dito di un arpista.
Veder poi i fiori sbocciare
e gli uccelli fra gli alberi
sentir cantare.
Continuai finché il piccolo
ruscello mi portò ad una limpida cascata
che un laghetto, ben
nascosto tra gli alberi e le rocce, alimentava con la sua portata.
“Era proprio quel che ci
voleva!” esclamai con un sorriso assai buffo.
In fretta mi denudai per
lanciarmi in quello specchio d’acqua in un arduo tuffo.
Buttai il pugnale, non
serviva più ormai
ma il gioiello
istintivamente al collo lasciai.
Tra gli schizzi in
superficie, quasi il fondo toccai,
per poi risalire più
energico che mai,
sentire il pungere
dall’acqua fredda calcò tutti i miei sensi,
nuotavo felice fin
dall’altra parte poi, spensierato giunsi,
lasciai ripristinare ogni
lembo del corpo e rinvigorire da ogni debolezza
e fuggire via libero da ogni
stranezza.
Cullato dalle onde della
cascata e dalla sua brezza
galleggiai beato lasciando
il resto del mondo senza alcuna accortezza.
Mezzo dì gridava Mastro Sole
sulla mia fronte,
me ne infischiai volutamente
perché ero lontano dai guai e da qualsiasi altra fonte,
stare a galla sull’acqua per
evitare altri pericoli, questo era quel che credevo
ma purtroppo, quel pensiero
era solo una delle mie frivole illusioni, in fondo lo sapevo
nel tardi sarei diventato
ottimo cibo per pesci e di certo non era
la fine che volevo,
non di certo da codardo
fosse la mia fine,
e come raccontavo, i guai
mi perseguitavano come per abitudine.
Avevo dimenticato che ovunque
io mi trovi c’era l’imprevisto
infatti, fra il limpido
manto che la cascata formava, una lucciola credevo di aver visto
un scintillio, come in una notte buia si scrutava il
luccicare di una stella,
e che il cielo mi fulmini,
ma avrei giurato di intravedere una giovane donzella,
dovevo lasciar stare,
inquietava il mio istinto,
di abbandonare ogni tipo di
curiosità, ma al solito gli diedi per vinto.
Mi avvicinai al getto della
cascata
ed era vero, in mezzo al
laghetto, vi era una donzella su una rocca adagiata
dietro al velo d’acqua, in
una crepa della roccia ad un altro lago vi si accedeva,
come uno specchio, al quale
un altro mondo si vedeva.
Seduta sulla roccia, la
donzella era completamente svestita
da occhi invadenti poco
intimidita,
color argento era la sua
chioma, lunga fin sull’acqua poteva estendere
le copriva fugace l’intimo
essere,
abbracciando il suo petto
lasciandosi dolcemente vedere,
bella, come del Botticelli
la sua Venere,
da lasciare senz’altro senza
fiato.
Lei si accorse di me e del
mio sguardo per lei incantato,
come un alligatore
agganciava la sua preda con l’immobile sguardo
mi nascosi nell’acqua,
lasciando solo gli occhi allo scoperto, silenzioso e testardo.
Non ignorava la mia
presenza, anzi la stuzzicava,
con occhi vitrei e un
fievole sorriso mi ammaliava.
Scoprì la sua spalla con una
profonda ferita sanguinante,
lentamente voltò il capo e
sulla ferita iniziò a lambire come una intrepida amante.
Fu assurdo, perverso il suo gesto
da censura ad un pubblico
indignato e con lo stomaco indigesto,
ma ciò che poteva essere
immorale a noi uomini per lei era naturale,
come la pioggia in un
temporale,
cosi lei continuava in
quella maliziosa seduzione,
eppure quegli occhi li avevo
già visti, ma non ricordavo in quale occasione.
“Basta domande” pensai poi
“E’ tempo che mi cerchi da solo le risposte!”
Abbandonai i miei pensieri, scindendo
l’istinto e le emozioni in due linee opposte
la crepa della roccia era
troppo stretta per poterla attraversare,
c’era un cunicolo poco sotto
il livello dell’acqua e da li fui in grado di passare.
Non riemersi subito, c’era
qualcosa che li sotto mi attirava
suoni, fischi, echi, gemiti
e sussurri… simili al canto dei delfini sembrava,
verso la roccia sulla quale
la donzella mi aspettava, io guardai.
Non vi erano pesci di nessun
genere ma solo bolle che dalla terra uscir fuori notai,
riemersi e ripresi fiato,
la donzella era un palmo dal
mio naso ed ne ero infatuato.
Mi sorrise, e con lo sguardo
timido iniziò a canticchiare.
Non erano parole ma solo
vocali poco chiare,
continuava nel suo gioco
indifferente,
sentivo che già apparteneva
alla mia mente.
Mi guardava come se già mi
conosceva,
ed io ricambiavo come se
fosse creata per me, proprio come Adamo con la sua Eva.
“Chi sei tu?” dissi
attirando il suo sguardo “io ti conosco!”
forse era della mia mente un
gioco losco,
ma i suoi occhi li conoscevo
già, ma non riuscivo a ricordare …
Sembrava non capire quel che
io dicevo, neanche forse riusciva a parlare
lavanda era il suo profumo,
intenso e trascinante nelle più intriganti fantasie,
scatenano nel mio corpo le
più assidue frenesie.
Era troppo perfetta per
essere reale del tutto
“Sei una creatura magica o
semplicemente della mia follia il suo frutto?”
Alle mie parole sorrise e
con l’indice alla bocca mi ordinò di zittire.
Si alzò dallo scoglio e si
eresse su esso, stese ai fianchi le braccia senza nulla coprire
svelando nel suo corpo i
miei desideri che lei aveva pienamente svelato.
Pietrificato allo sguardo
della Medusa sembravo essere diventato,
in un tuffo perfetto
svanendo nell’acqua limpida si lanciò,
la cercavo finché lei non
usci e sulla riva si incamminò.
La sua immagine nella mia
mente si era tramutato in delirio,
il diritto di possederla mi
annebbiò i sensi senza alcun criterio,
una volta soli a riva, lei
si adagiò in un letto fatto con i fiori
di loto
Doveva essere il suo
nascondiglio per combattere la solitudine e l’ignoto.
Con malizia poi, mi invitò a
far parte del suo essere.
Cedetti alla libidine del
mio corpo e il mio buon senso smise di esistere.
Bruciando i nostri due semi
in una lunga passione
fondendo gli spiriti oltre
ai due corpi in una intensa unione.
Il conte
I
|
l tramonto di quel giorno,
fu per la foresta un tragico evento.
Due carrozze, trainate da sei
cavalli ognuna, cavalcarono come il vento,
lungo il suo cammino incuranti
di fauna e flora,
dei fulmini che cavalcavano
l’aria, di arrivare non vedevano l’ora.
I cocchieri, i quattro fanti,
apparivano tutti dei baldi giovani,
ben vestiti ed equipaggiati,
armi di lusso e scintillanti gioielli che ornavano le mani.
Fra gli alberi e gli arbusti
i cavalli volavano,
e nel silenzio i giovani gli
ostacoli evitavano,
ali nascosti negli
zoccoli e nessuno dei cavalli gli occhi nelle
orbite avevano
se non altro ne orme e ne
traccia lasciavano.
Arrivati all’improvviso,
dietro al giaciglio, il convoglio si fermò,
ne un nitrito ne un affanno
emettevano, il cocchiere le redini con rabbia tirò.
Uno dei fanti scese dal
cavallo apri la porta della carrozza,
al suo interno, un giovane
paladino uscì fuori mostrando a tutti la sua altezza.
Guanti bianchi, scarpe ben
lustre, cappello e bastone con un grosso pomo d’oro,
gli altri due fanti
portarono ai suoi piedi uno sgabello ornato da foglie d’alloro.
Al di fuori della carrozza
si guardò intorno nauseato,
si tolse i guanti e osservò
me che dormivo nel giaciglio beato.
Un perfetto dongiovanni,
avvenente d’aspetto ricco di potere,
dimenticando con i suoi
sottomessi gli usi delle buone maniere.
Si approssimò al giaciglio, oscillando
il bastone,
e testa alta si atteggiava
come un pavone,
un fiore color passione era
nell’occhiello, e da perfetto illuso
di tanto in tanto del suo
odore ne faceva uso.
“Costui è della mia linfea,
il profanatore?”
“Si mio signore, lo sento
dall’odore!”
Rispose evitando il suo
sguardo, il primo fante.
Infatti a nessuno era permesso
di guardare il suo viso “il volto altrui era irrilevante”
Affermava di continuo, era
permesso solo dalla moglie e alla sua amante.
“Bene, me ne compiaccio,
abbiamo dato un senso a questo viaggio estenuante”
Fu allora che quel signore
posò su di me il suo volto.
Impressionante per i
sottomessi, a pochi era concesso il suo guardo coinvolto.
“che orribile! è della natura il suo pessimo sbaglio,
svelarmi in un uomo ogni suo
sporco dettaglio.
Distogliete quest’uomo dal
suo sonno beato,
per il crimine commesso gli
farò pentire di essere nato”
I sottomessi mi afferrarono
subito d’impatto,
Alzandomi, bloccando ambo i
mie lati, come la camicia di forza per un povero matto.
“Cosa volete da me?”
domandai nella completa confusione,
mentre mi voltai per cercare
la donna misteriosa, ma fu altro che una delusione.
Sparita, come i miei vestiti
e il senso di orientamento per quel posto
“Taci, coprite questo
sgorbio con qualche straccio,
odio essere coinvolto con le
persone, soprattutto con un tal poveraccio!”
“Chi siete voi, signore per
impadronirvi del mio movimento e della sua libertà?”
Fissando i sottomessi che
mai alzavano lo sguardo senza alcuna dignità
“Non credo che possa essere
nella posizione giusta nel formulare alcuna domanda,
mostrami rispetto dovuto a
chi ora ti comanda,
per il crimine commesso ora
mi appartieni e mi servirai sotto il mio sigillo,
per il resto della tua vita
si intende, senza alcun clausola o cavillo !”
“Crimine?...quale crimine ho
colpa, non ha mai ne ucciso ne rubato!”
“Hai o non hai posseduto una
delle mie linfee, senza il permesso da me dato?”
Arrogante, pomposo e
saccente.
“Ho posseduto le sue carni
ma lei ha posseduto la mia mente!
chi era o a chi apparteneva non me ne
importava un bel niente ”
“bene, ottimo, il meschino
ha confessato l’atto compiuto spontaneamente …
ecco perché fa di te il mio sguattero per il resto dei
tuoi giorni nascenti,
pochi hanno assaporato la
mia clemenza, la pena era morte altrimenti”
“Essere innamorato non fa di
me un colpevole
ma solo superiore a chi
crede di aver per l’amore una gran mole!”
Il dongiovanni scoppiò in
una vivace e calorosa risata,
e con lui, i sottomessi si
accodarono come vecchi compagni in una scampagnata.
“Tu, credi che sappia
l’amore cosa sia,
credi che l’amore sia fatta
di fiori di loto e succo di ambrosia
pura aria, frammenti di
immagini spettacolari e pochi attimi di
frenesia?
la tua è solo una stupida
superiorità o una sporca gelosia!”
“Quel che sia, ma alla
vostra condanna ingiusta
ho diritto alla mia difesa,
e l’opportunità di uscire da questa situazione angusta!”
il dongiovanni rimase
stupito,
annusò il fiore
all’occhiello con il volto assopito.
I sottomessi e per fino i
cavalli mutilati ne furono spaventati,
da qualsiasi reazione o
gesti impulsivi su di loro venissero scaraventati.
“Diritti, opportunità, giustizia,…. Sono valori effimeri per le
persone non importanti,
li evochi ma non ne possiedi nemmeno uno,
creduloni come te ne ho visti tanti!
In questa foresta esigo un
diritto di proprietà in tutto ciò che in esso vive.
Ammiro la tua audacia nel
proteggere le tue assurde congetture poco creative.
Peccato che presto non avrai
più la lingua,
avere uno schiavo che parla
è per una situazione ambigua “
“Io non rinuncerò alla giustizia, troverò le
prove della mia innocenza
e ne risponderà solo dinanzi a chi la
giustizia ha la coscienza”
Dimenandomi ma i sottomessi
non esitarono per la loro irremovibilità.
Poi mi accorsi che nei loro
occhi non avevano alcuna personalità,
privi di anima, solo carne
cruda insipida,
una custodia vuota, marcia e
fetida.
Il dongiovanni saccente, con
ira funesta, i miei occhi a lungo nel silenzio fissò,
digrignò i denti, e
stringendo nel pugno il bastone a me si avvicinò.
“Io sono il Conte Magno, più
potente di un serpente con il suo veleno
posso essere chiunque io
desidero, avvocato o giudice in un battibaleno”
“Lei è il Conte? … credevo
che foste un esploratore e non un perfido dittatore”
Dissi senza pensare con vero
stupore,
cosicché con un forte
ceffone il Conte mi colpì.
Disgustato, poi le mani con
un fazzoletto bianco, accuratamente pulì
“Dovevo aspettarmelo da una
vecchia megera,
dopo che si sia cibata del
mio tempo, dovevo aspettarmelo che non fosse sincera!”
Dissi arrabbiato e con gran
dispetto,
attirando però l’attenzione
del Conte per quel che avevo appena detto.
“Hai visto la megera?...e sei riuscito a liberati di lei? …
E per giunta giovane ora
sei!”
Era la meraviglia quella nel
suo volto?
Pensai fissandolo sconvolto,
aver parlato della megera
crebbe il suo interesse in pochi istanti,
ero sicuro che lui e la
megera fossero rivali o addirittura perversi amanti.
“Si, son qui con le mie
giovani primavere
perché lei mi aveva
assicurato della mia strada voi avreste saputo riconoscere!”
“Strade?....io conosco tutte
le strade, vie e vicoli
dai grandi centri urbani fin
ai villaggi più piccoli,
ma nulla verrà rilevato
se un buon prezzo non verrà
stipulato,
magari con una cosa rara e
preziosa
che fosse piccolo e delicato
come una rosa
con colore vivace e composto
da un energia pulita!”
cosi gridai “Il gioiello del
fuoco di vita!”
utile per la mia garanzia
alla sopravvivenza e forse per uscirne da quella condizione,
ma quando mi accorsi che al
mio collo non c’era più, ebbi una gran delusione,
tralasciare la morte della
megera era forse un piccolo vantaggio,
ma ora affrontar la cosa ci
voleva un enorme coraggio.
“Esatto! E’ quello che dalla
megera da tutta la mia vita io bramo;
se lo possiedi puoi
considerarti libero da ogni vincolo e in ogni posto noi ti portiamo”
L’avidità del suo sguardo mi
trafisse il cuore da parte a parte,
scandalizzato di tal
superbia facendone lui una vera arte.
Mi tese la mano come per
stipulare un sacro contratto
come per diavolo e il suo
infernale patto.
“La megera nelle mie mani lo
ha consegnato
affinché io un buon uso ne
avrei fatto e sulla mia strada sarei ritornato!”
Far capire che lo avevo
perso sarebbe stato un grave errore,
per la mia vita, dovevo
giocare senza aver terrore.
“Signore, quando lo abbiamo
trovato,
nulla a dosso aveva, e nulla
c’è sul posto dove era adagiato!”
Disse uno dei sottomessi.
Le mie speranze di vita e i
miei pensieri di fuga ora erano compromessi.
“Ma certo, è ovvio …
dove è nascosto un gioiello
con tal valore lo so soltanto io !”
Il Conte notò l’improvvisata,
attimi di silenzio e poi
scoppiò in una pomposa risata.
“Cosi la linfea che hai
oltraggiato,
non mirava al tuo cuore infatuato,
ben sì, al gioiello che ti ha rubato
durante il tempo in cui
dormivi beato!”
Un’altra risata animò il suo
volto arrogante,
fintanto che inizia a sudar
freddo e a sentir l’aria pesante.
“Bizzarra la vita non trovi?
Da un giaciglio di
fiori in cui ti abbiamo trovato ad una
cella con un letto di rovi!
Credevi di ingannarmi con la
tua aria da relitto,
impersonando un sudicio eroe
che la megera ha sconfitto?
Ed ora pagherai per un tal
affronto,
la tua vita è il mio prezzo
che mi sarà pagato quest’oggi, al tramonto!”
Il Conte si voltò e entrò
nella sua carrozza d’oro decorata,
ed io fui sbattuto con forza
in una cassa, sul retro adagiata.
Quando il coperchio mi
chiusero in faccia,
il mondo e tutto il resto
non ebbe di me nessuna traccia.
Un bavaglio stretto
garantiva il mio silenzio,
e l’idea di dimenarmi e di
far rumore era impossibile dato che non vi era spazio.
La resa fu una decisione giusta
per quel trattamento abominio
recuperando forze, ossigeno
e forse il raziocinio.
L’Angelo
P
|
er tutto il viaggio pregai
per un idea.
La condizione dei fatti
aveva costretto la mia mente ad una lunga apnea,
con mani e piedi legati come
un porco pronto al macello,
fui trasportato fin del Conte
il suo castello.
Un buco, un semplice buco, grosso
quando un pisello,
era la mia finestra per il
mondo esterno, il viaggio terminò quando intravidi il cancello.
Ferro battuto e alto quattro
metri,
e un portone gigantesco,
combinato armoniosamente con vari e colorati vetri.
Mura di cinta che sembravano
palazzi e torri vigili sul territorio dominante,
pensavo d’essere entrato in
un castello di un gigante,
ma poi mi accorsi che quella
sua vastità,
non fosse altro che il
risultato di una mente insoddisfatta e piena di avidità.
Schiavi, servi, sottomessi
ne era zeppo …
tutti indaffarati nel lavoro
e terrorizzati nell’aspetto,
da far scolorire anche il
fiore più candido,
seguendo minuziosi un
silenzio così rigido.
Osservavo, cercavo di vedere
il più possibile,
la strada di ritorno alla
mia casa era per me oramai inaccessibile.
Ahimè così che mi arresi
alla volontà del mio crudele destino,
ormai non appartenevo più a
nessuna terra o colle ornato di pino
da custodire il mio piccolo fetta
di paradiso.
Non avevo più quella
casucola di legno antico con il mio nome sula porta inciso.
Non avevo più quel ruscello
che dal monte scendeva fin al mio declivio,
che si adattava al
territorio con la sua acqua pura e fredda ch’io ora tanto invidio.
Non avevo più la soffice
terra e i suoi meravigliosi frutti modesti.
Niente più sguardi
sorridenti della Serva Luna e dei suoi amici corpi celesti,
come in un libro, io ero all’ultima pagina,
dove mi aspettava con ansia
la fine, della speranza la sua assassina.
All’interno del castello,
chiusi gli occhi per rendere ufficiale la mia resa
e a me stesso non rimase che
un gran dolore e verso la morte una lunga attesa.
Ben presto, fui gettato come
un sacco di farina in un posto oscuro,
dove dopo tante capriole
fini a sbattere contro un grosso muro.
La luce era rarefatta, la
torcia da una fiamma viva era il mio nuovo Mastro Sole.
Mani legate e piedi liberi,
e un fetido odore si espandeva nella stanza come nuvole.
L’acque nere del castello
era tutto ciò che ora avevo,
dividere coi topi e i ratti
la cella dovevo,
come se lo spazio non fosse
per me abbastanza.
Due assi di legno fradici e
una balla di fieno era tutto ciò che c’era in quella stanza.
Non vedevo su cosa camminavo
e di certo il coraggio non avevo nell’accertarmene,
con rabbia e disgusto cercai
dalle mani, la fune di liberarmene.
“Perché tutto deve andar
storto?
Nella mia vita sono sempre
stato nelle cose accorto”
Gridai ai topi rabbiosi che
in gruppi aspettavano di assaporare le mie carni,
magari nel sonno o
addirittura aspettano un attimo di distrazione per dilaniarmi.
“Ho avuto raziocinio in
tutte le mie decisioni
e con spirito le affrontate
senza mai ripercussioni.
Per raggiungere che e che
cosa?
La compagnia di topi
affamati che della mia carne pensano assai deliziosa,
prima di una morta imminente
per un crimine da cui sono
innocente,
per dar ascolto al mio
istinto insistente
nel provare una emozione
assai potente!
L’unico mio crimine e di
avere reso privo alla mia vita il suo giusto desiderio
di vivere felice e senza
paura nelle conseguenze con il giusto criterio,
con il giusto sfogo e la piena tolleranza.
Solo ora che l’ho capito ne
sento la mancanza!”
Infatti cercando sempre la
soluzione con il male minore,
avevo dimenticato che ci
fosse anche il bene maggiore.
Dopo tanti e insensati
monologhi con i topi,
così tanto per spaventarli e
allontanarli dai loro scopi,
soffermai lo sguardo al
mattone e ai graffi di terrore,
su di esso inciso con malincuore,
mentre il tempo con i suoi
lunghi secondi mi trucidava il cuore,
trasformandolo in un ampio
guscio pieno di rancore.
“Cercavo tanto un’avventura,
una piccola, … una semplice …
Sfidando me stesso, ho
trovato la morte e io ne sono l’artefice
ho tramortito la mia vita per soddisfare un insulso piacere
cosi debole è il mio spirito
allora, per un niente è facile a cedere!”
“La vita di ognuno di noi è
una goccia che cade nell’oceano del Dio che amiamo,
e ciò che facciamo ci percuote
come le scia di onde che in esso provochiamo.
Nulla è insignificante o
importante una volta che ci uniamo in esso,
siamo tutti uguali, questo è
ciò che dimentichiamo spesso”
Fu quella voce che illuminò
di luce quella cella.
Stupito guardai là, in fondo, dove un fascio di luce mi guidò come
una stella.
Un foro, grande quanto della
mia mano il suo pugno,
era tutto ciò che avevo,
quel tanto che bastava per ripristinare al mio sfogo il ritegno.
Parole, parole di chi con la
fede, tutto il giorno vive senza nessuna spiegazione.
Parole che da un vago enorme
sanno dar luce ad una profonda introspezione.
Lumi di calore interno,
come fa Mastro Sole dopo un
lungo inverno.
La gioia di udire tal parole
mi rifugiai nel fascio di
luce con il suo intenso calore.
“Chi è che al mio povero
cuore da coraggio
in questa maledetta vita di
solo passaggio?”
“Non maledire il tuo santo
dono.
È a te stesso che devi
implorare perdono.
La remissione si ha solo
quando si ha conoscenza del proprio
misfatto,
e non di evitarlo, così da
diventar matto!”
Alzai gli occhi verso il
piccolo foro,
e un angelo, un angelo vero,
con ali e con tutto il coro.
Occhi blu in un rosato viso,
un ciuffo biondo sulla fronte pendeva,
e la luce, da lei intensa
nasceva.
Le mie pupille logore da tal
bellezza.
Il fiato mozzo, senza mai
sentire nei miei muscoli la stanchezza.
“Sei per caso di Dio la sua
serva?
E perché avrebbe mandato il
suo angelo più bello che della vita il sogno preserva,
per un uomo che della sua
vita solo osserva, inerte di fronte alla
sua morte,
inutile, e incapace di
reagire alle situazioni avverse della sua sorte ?”
“Domande, ancora domande sul
perché e del come delle cose che accadono …
L’unica risposta più chiara
è credere nelle scelte che alla vita appartengono.
Mai più rimorso logorerà
l’anima se al lato buono e saggio
dedicherai te stesso, liberandoti così dalla tua mente che ora ti
ha come ostaggio!”
Plasmò la mia mente con
enfasi dalle sue parole,
giuste e con tono assai
piacevole.
Poi accadde un qualcosa di
straordinario da render la mia mente muta dallo stupore.
Il fascio di luce che
inondava la mia cella, si raggruppò con un intenso candore,
nel dar forma di un corpo di
una donna con dell’angelo il suo volto.
Maestosa e divina, non c’era
alcun dubbio, dalla sua bellezza sembravo uno stolto.
Una tunica fatta da autentici
fiocchi di neve,
il tintinnare dei cristalli ascoltavo
volentieri, avvicinandosi con il passo lieve
“son qui nella tua cella a
far di te l’uomo del mondo nuovo
poiché sei tu ciò la storia
cambierà in un dolce ritrovo.
Con il tuo dono salverai ciò
che resta
di buono e di caro di questa
sofferente foresta.
Tutto ritornerà con il suo
giusto equilibrio come il giorno levante e la notte calante,
ecco perché sei di Dio assai
importante”
Tutto era a me estraneo, le
sue parole non erano più chiare.
Di una missione dettata da
Dio parlava, e di un dono che il mondo ho fatto cambiare.
Per alcuni attimi, la sua
evanescenza incominciava a vacillare,
capì che era tempo ormai che
lei doveva andare.
Galleggiando nell’aria, la sua tunica come tentacoli di polipi si
iniziò a ramificare
Il buio di quella dannata
cella sembrava che la stesse per divorare.
Il suo corpo si sdoppiò
d’improvviso, e la sua immagine divenne poca nitida.
Sovrapposte le due sagome di
luce, l’una più lenta dell’altra come scie di guida.
“Gesta, doni, … io sono
all’ombra di tutti questi fatti.
Del posto in cui vengo a
malapena ricordo a tratti!”
“Sei di Dio la sua più
nobile pedina,
con le tue domande più ovvie
e a pensare alla notte già di prima mattina,
ma ora tutto è compiuto,
dovrai solo tener tesa la
mano a chi ora ti chiede aiuto,
ecco la tua ultima
istruzione,
dopo sarai libero con nessun
altra preoccupazione!”
La sue parole finirono con
una potente esplosione di luce,
al quando riaprì gli occhi,
l’angelo era scomparso.
Ritornò aldilà della cella,
dove prima era apparso.
“perché scappi?...come posso
aiutare altri quando non riesco ad aiutare me stesso?”
Ritornò di nuovo il
splendido volto che nella mia mente era già impresso.
Un volto sfumato, non aveva
ne contorni e ne lineamenti
ma ugualmente bella, non
sarebbe un angelo altrimenti.
“Un amico, il più fedele d
tutti, ti darà ciò che occorre,
per fuggir via nella foresta
dove lui ti saprà condurre”
Un altro bagliore di luce per
poi scomparire
questa volta del tutto,
ricomparendo la sporca cella e il fetore violento da stordire.
Ritornarono i topi, il buio,
ma il ricordo di quel viso mi tenni nella mia mente stretto.
Dovevo ora elaborare di
quanto ciò è stato detto.
Una mano tesa è la sola mia
speranza,
ma fin ora non vidi ne aria
e ne sostanza,
fu il tempo a dar ragione al
mio istinto,
di una folle fantasia
dell’angelo la mia mente aveva dipinto.
Vidi e rividi il foro
dell’angelo,
ma nulla più che pietre e
uno squallido gelo.
E’l’alba o il tramonto,
giorno o notte?
Così continuavo con me
stesso ad affrontare stupide lotte.
Il prete
& lo stalliere
P
|
oco dopo, i centimetri
divennero chilometri e gli istanti in anni.
Lo spazio e il tempo avevano
alla mia testa recato molti danni.
La torcia viva, tutta l’aria
aveva consumato,
con sol fetore ora ero
abbandonato.
Un rumore, poi successe,
riaccendendo poco a poco il
mio interesse.
Un altro tonfo e poi un
picchiettio,
succedeva qualcosa, ma per i
topi, sembrava che lo sentivo solo io.
“Cosa sta provocando questo
rumore?”
Dissi io con gran ardore.
Di nuovo il rumore poi uno
strano verso,
poi nel silenzio mi son perso.
Nel dar pace alla mia
agitazione
dimenticai che il tempo è un
astuto dittatore,
cullato dolcemente dalla
speranza,
vacillava il mio desiderio
di una prossima creanza.
Un tuono e poi un lampo di
luce accecante,
sbagliando ciò che in natura
aveva il suo ordine inquietante.
Un corvo e il suo gracchiare,
mi spronò a non lasciarmi
andare.
Dal muro una buca con il
becco aveva creato.
“Come è mai possibile?”
subito ho pensato.
Il volo del corvo era sbizzarrito
in ogni parte della stanza.
Fra me e la buca c’èra molta
distanza.
Si avvicinò a me con
diplomazia,
mentre il mio pensiero era
quello di andar subito via,
ma il corvo sulle mie
ginocchia si posò,
con il tergiversare della
sua testa nei miei occhi guardò.
“Io ti conosco!” esclamai
contento,
fissandolo con lo sguardo
attento.
“Tu sei il capo corvo!”
Si scrollò la polvere dalle
penne,
finché il petto bianco il
piumaggio nero divenne.
Le porte del nuovo mondo si
aprirono,
la speranza di veder la fine
di quel giorno, all’istante raffiorirono.
“Che gioia riveder un anima
di grande carità,
nel dividere con me la sua
libertà.
Giunto da molto lontano,
solo per darmi nella fuga
una mano!”
Capo corvo gracchiò ancora
poiché della fuga era giunta
l’ora.
Mastro Sole alla fine del
suo ciclo era quasi giunto,
il cielo era tinto di rosso
per l’appunto.
I preparativi per la mia
esecuzione erano giunti al fine
e con essa anche la mia
solitudine.
Ora che capo corvo aveva
creato la mia evasione,
dovevo senza indugio creare
fra la folla l’agitazione.
Con affanno mi arrampicai al
muro di pietra viscido e con punte aguzze,
felice nel riveder il mondo
e le sue bellezze.
Il capo corvo era un gigante
di fedeltà ora che me lo aveva dimostrato,
era lui l’amico fidato di
cui l’angelo aveva parlato.
“Addio perfidi topi!
Ora è giunto il momento che
io concluda i miei scopi !”
Dissi vedendoli mentre
cercavano al muro di arrampicarsi,
con gran ferocia e abili fra
di loro nell’azzuffarsi.
Raggiunsi l’uscita con gran
gloria
per riprender finalmente fra
le mani la mia storia.
Capo corvo mi faceva da
sentinella,
la strada non era in
laterizio ma interamente fatta di carbonella,
dove gli schiavi e
sottomessi calpestavano con normal uso
annerendo non solo i piedi e
le ginocchia ma anche gli occhi dal tal abuso.
Gracchiò due volte capo
corvo, comunicandomi di rientrar nella cella,
ma il mio essere goffo impressionò
una contadinella,
nel portar notizia a chi deve
si accinse alla corsa in un amaro silenzio.
Capo corvo gracchiò con gran
strazio,
mi gettai fra la folla,
cercando un solido scudo fra essa sofferente,
ma l’indumento e il fetore
che portavo, la folla non rimase indifferente.
Ormai i sottomessi avevano
già lanciato l’allarme,
e da fuggitivo volevo ad ogni costo ingannare
la gendarme.
Con il continuo pensiero nel
fissare alle mie spalle,
inciampavo, mi scontravo, e
calpestavo finendo poi nelle stalle.
I sottomessi giunsero in
migliaia, capo corvo si elevò alto nel cielo come una freccia
ed io a guardare qui cavalli
senza occhi, con zoccoli d’acciaio da non lasciar traccia.
Rincominciai a vedere la
parte chiara del lato buio.
“Devo fare qualcosa o qui,
io muoio!”
Ne tempo a disposizione, non
ci fu altro per poter pensare
cosicché, subito l’idea di prendere un cavallo da poter veloce
cavalcare,
e scappar via fra la gente e
lontano dal castello superbo
confondermi e ingannare a
chi la mia vita così tanto teme con un tal riserbo,
come rocce di granito
restavano fermi l’uno accanto all’alto, gli oscuri destrieri,
facile da scambiarli in
sculture anziché considerarli cavalli veri.
Sull’unico cavallo con una
macchia bianca sul dorso salii in groppa goffamente,
così che il cavallo seppe
all’istante ciò che volevo dalla mia mente.
In una sbizzarrita impennata
mi colse di sorpresa,
scalciò sulle porte, e le
sfondò, ostile senza dubbio alla resa.
Sfruttando la sua crine come
redini mi impacciai nel volerlo guidare,
invece non ci fu il bisogno,
stranamente il cavallo sapeva già dove io volevo andare.
Non aveva occhi tuttavia
schivava, evitava, virava in perfetta armonia,
verso l’uscita, l’unica da
cui poter andar via.
I sottomessi avevano sbarrato la strada ma il cavallo li
evitò in un maestoso salto.
Volavamo insieme io e il
cavallo, atterrammo con disinvoltura dal problema risolto.
Via galoppando fra la gente perplessa e le
piccole bancarelle,
fra cunicoli e vicoli, su
strade in pietra, in fango e lunghe passerelle.
Oltrepassammo uno steccato
per raggiungere un cancello,
poi ancora vicoli e viottoli
in vari livelli guidati dal mio amico uccello.
Sapevo che non c’erano più
vie di fuga, così pure il cavallo,
un grosso cane rabbioso ci
bloccò la via d’improvviso come un sciacallo.
Capo corvo gracchiò scatenato
e il cavallo mi scaraventò a terra e dallo spavento scappò. Mi lasciò solo,
come una foglia d’autunno in balia dal forte vento,
impastato nel fango dov’ero
caduto mi rialzai dolorante,
intanto che la gente nel
vedermi scappava via terrorizzata e
tremante,
ne un appoggio ne una mano
tesa,
e i sottomessi erano a pochi
secondi dalla mia presa.
Mi girai in tondo, perso con
lo sguardo,
recarmi aiuto fu per la
gente un pericoloso azzardo,
fu appunto un vecchio
stalliere e un giovane prete
a placare della libertà la
mia sete.
Si gettarono nel mio
problema senza badare ai loro senza alcuna cautela,
nascondendomi sotto una
lunga tunica fatta da vecchi sacchi di tela.
“Perché vi curate delle mia
sorte?
Qui tutti hanno paura del
mio intento di rifiutare il Conte e la sua corte.
Nessuno mai vorrebbe
ritrovarsi ora nel mio stato!”
Dissi rannicchiandomi dal
forte dolore al costato.
Trascinato da loro al ciglio
del cortile,
lasciando così passare sotto
ai miei occhi la parata di sottomessi ostile.
“Quieta i tuoi pensieri caro
ragazzo.
Non è il momento di finire
allo sgozzo!”
Disse freddamente lo
stalliere
dagli occhi maligni tentava benevolmente di proteggere.
“Siamo umili amici in cerca
del tuo santo aiuto!”
Disse il giovane prete dopo
l’atto compiuto.
“Al sicuro noi ti portiamo dalle
malvagi gesta del Conte,
affinché tu compia il
destino a chi ormai al cuore ha chiuse le porte!”
“Io non credo che sia la
persona che voi tutti crediate,
un valido eroe voi aspettate,
non un goffo personaggio che
non ricorda neppure la strada casa
con la mente pienamente da
pensieri effimeri dissuasa!”
Lo stalliere mi interruppe
all’improvviso.
“Il Conte sta vendendo e di
certo non ama essere dalla gente deriso!”
“Che Dio ci aiuti in questa
ardua impresa.
Fa che nulla sia fatto
invano, dopo tutta questa attesa!”
Disse il prete stringendo
nel suo pugno il suo crocifisso.
“Ed ora amici miei cosa
faremo adesso?”
“Abbi fede, sono sicuro che
il buon Dio ci indicherà la strada giusta!”
“Vorrei che fosse cosi
facile, sarei già a casa a godermi dal mio colle la bella vista!”
Fu il frastuono della
carrozza a far andar nel panico il giovane prete.
“caro prete ... Preghiere? ...
è tutto quello che avete?!”
“teme anche la sua ombra!”
Disse lo stalliere, scrollandosi
un grosso sorriso dalle labbra.
Avevano l’aria di conoscersi
da tutta una vita come il fante e il suo
destriero
due individui opposti di
forma, credo, età e di pensiero,
che si ritrovano uniti per
la stessa causa per il bene comune;
nulla poteva dividerli, il
male era loro immune,
un Prete giovane, esile,
pelle chiara, sguardo ingenuo con folte sopracciglia,
ma senza dubbio ricco di
fede come dimostra il suo abito, lungo fin alla caviglia.
Lo stalliere invece, alto e
panciuto, scuro e con lunghi e strani baffi,
abile e sveglio e con abiti
vivaci e colorati e dal volto segnato con lunghi graffi.
“Ecco, quello è il nostro riparo!
È li dove ci nasconderemo dall’ignobile
avaro!”
Così fu fatto, chiusi
all’interno in un vecchio ritrovo abbandonato,
grosso quanto un posto di
cavallo poco distante dal grosso fossato.
Paglia sparsa sulla dura
roccia e una piccola finestra transennata,
la porta pesante dal muro
era distaccata.
Lo stalliere e il prete in
pochi istanti l’avevano sistemata,
uniti loro due, valevano come una grande e potente
armata.
La carrozza arrivò come un
lampo che squarcia un ciel sereno.
Sottomessi, fanti e
cocchieri si ramificavano nel piazzale come veleno.
Un serpe viscido appariva,
il Conte con i suoi vizi dalla rabbia
impazziva.
Tutti, i cittadini del
piazzale del castello, appena lo guardarono …
a terra nel fango ai suoi
piedi si gettarono,
persino i maiali sotto il
fango scomparirono,
ne oche e ne galli più
cantarono.
Sol una bimba fu onesta con
se stessa,
ne a terra e ne il capo
chinò, a quel livello di certo non si abbassa.
Sguardo serio ma non
intimidito,
e dal suo posto non si mosse
per nemmen un dito.
Con una brocca d’acqua sotto
al braccio portava,
abiti sciatti e sporchi
umilmente indossava,
alle spalle della carrozza
la schiera dei sottomessi si costruiva poco a poco.
Il Conte, indignato, dalla
carrozza scese rosso come il fuoco,
il candore del suo vestito
era accecante per quella povera gente,
persino le scarpe erano di
un bianco lucente.
Si coprì la bocca con un
fazzoletto rosso,
per il fetore che la gente lì,
portava a dosso.
“le tracce finiscono qui mio
distinto signore,
non riesco più a distinguere
il suo odore da questo orribile fetore!”
Disse il sottomesso con tono
tremolante,
mentre la bambina lo
guardava costante.
Il Conte evitò di fissarla,
tenne lo sguardo alto e
vista alta e lunga, più in basso non osava abbassarla.
“Chi di voi, fetida
gentaglia,
ha visto la fuga di un
meschino, cosicché denunciandolo evita una inutile battaglia?”
Ma nessun osò parlare,
e alcuni evitarono anche di
fiatare.
“Io lo so!”
Ruppe il silenzio la bambina
che il conte i suoi occhi su di lei posò.
Sembrò disgustato il Conte,
ma fu lui che si avvicinò lentamente.
“Io lo so, ve lo dirò ma
solo se me lo chiedete gentilmente!”
La gente la intorno, fu
rapita dalla paura,
per la probabile reazione
del Conte con la piccola creatura.
I sottomessi stupiti si
pietrificarono,
anche i cavalli, se avessero
gli occhi, di sicuro li spalancarono.
Ma il Conte, sotto lo
stupore di tutti, dinanzi alla bimba si tolse il cappello e si inchinò
e senza esitazioni, con
animo calmo per la sua insolenza si scusò.
Dinanzi a tal innocenza il Conte
era esente da potere,
ecco perché questo strano
paradosso stava per accadere.
“Ovviamente, le domando scusa piccola e
graziosa creatura.
La verità e l’innocenza
fanno parte della tua natura,
pura d’animo e onesta di
spirito,
che al mio cuore ha
colpito!”
“Le vostre scuse sono
accettate,
ora se volte esponete il
vostro quesito, o da qui è bene che ve ne adiate!”
“potreste essere cosi
gentile a delucidarmi,
a indicare il nascondiglio
del mio fuggitivo ai miei gendarmi?”
La bambina si girò intorno
fra il silenzio e la gente prostrata,
ma nulla le impedì di
rispondere alla domanda a lei impostata.
“è li dentro, al riparo,
il tuo fuggitivo
ma presto o fra poco non
sarà più vivo!”
puntò l’indice al nostro
ritrovo,
Capo corvo ritornò di nuovo,
si posò sulla carrozza e con
indifferenza e gran stile gracchiò,
fece sua tutta l’attenzione,
si lisciò le penne cosi il tempo prolungò.
“Uccello del mal augurio!
Mandatelo via prima che io
mi infurio! …
grazie della premura
madamigella,
la verità è, la più fedele
della vita, la sentinella!”
Chiamò gli uomini per una
imminente retata,
la mia libertà fu ormai negata.
Ben dieci dei sottomessi
sfondarono la porta traballante
entrarono trovando però una
scienza inquietante.
Quando il Conte entrò, ciò
che vide fu sconcertante
il buon prete, chino sulle
ginocchia pregante
per una estrema unzione a un moribondo
ormai già a metà strada
nell’altro mondo.
Il Conte esclamò con un
forte grido il forte disgusto
si abbandonò sull’uscio in
quel posto angusto
“In
nomine patris et filii et spiritus sancti…. se ha commesso peccati,
Il signore lo rialzerà e gli saranno perdonati!”
Disse il prete con le sue
preghiere, il crocifisso e una piccola Bibbia
e il moribondo… era lo
stalliere ricoperto di sterco sdraiato
su un letto di paglia.
“Tu, prete con la tua strana
fede farneticante
cosa ci fai al capezzale del
mio latitante ?”
“Eh sì, questo pover’uomo nel fruttuoso giardino dei
cieli è ora giunto!”
Si segnò il capo e il corpo
con il segno della sua fede,
baciò la stola e un lungo
sospiro sofferente diede.
“Il suo travaglio è stato lungo ma ora il suo
corpo è defunto !”
Riponendo la mano sul cuore
del morto presunto.
I sottomessi dall’orrore non
si mossero per un punto.
“Morto?....come può la morte
appropriarsi di un mio oppresso?
Nessuno può andarsene senza un mio permesso !”
“Mio caro Conte, non occorre
nessun permesso alla morte.
Apparteniamo tutti al
disegno divino, è la nostra sorte!”
“Mio signore il morto non è
il nostro ricercato
È grasso, è vecchio ed è malato!”
“Ma la bambina innocente che
ho appena sentito
non può in nessun modo aver
mentito!”
“Bambina ?... mio caro conte
di quale bambina state parlando
Ciò che vedo è solo un corteo
funebre che si sta preparando!”
Infatti quando lo sguardo di
entrambi fissarono il piazzale,
non ci fu una bambina ma
stele di lutto in tutto il viale,
e il capo corvo su un asse
di legno,
invitò al Conte di andarsene
con ritegno.
“Questo è ai miei occhi
impossibile.
State insinuando che ciò da
me detto non è credibile?”
Rivolgendosi al prete
irritato dalla situazione creata,
mentre i sottomessi in silenzio tenevano tutti la testa calata.
“Oh no, mio caro Conte,
giammai!!
Sarà forse i residui della
malattia, … è dappertutto oramai !”
“Di che malattia state
parlando, prete?
Di cosa è morto quell’uomo,
avanti … rispondete!”
“Non credo che vogliate
saperlo,
è contagioso anche nel
pronunciarlo!”
Bisbigliando al Conte la sua
illusione
creata da un affrettata
immaginazione.
“Son altro calunnie dettate
dalla tua sempliciotta religiosità,
nessun uomo teme le parole
se è degno di grande superiorità!”
Testardo, il Conte si
appoggiò al suo bastone,
ma da incoerente si tappò la
bocca con il fazzoletto, per precauzione.
“Non intendevo
sottovalutarla in nessun modo,
e in segno di rispetto vi
dirò quindi il nome del morbo!”
“Mio signore, conosco quella
malattia
è obbligo consigliarvi di
andar via!”
Disse il sottomesso fidato,
appostandosi al conte di
lato,
scoperta la malattia sconvolto
appariva,
ciò che aveva visto nell’animo
ne risentiva.
“Oh, per tutti i lumi, quelle
sono le piaghe del male.
Dopo che le hai avute, la
vita non ha più senso, come il pane senza sale!”
Esclamò il sottomesso fidato,
dopo che più di tutti abbia
indietreggiato.
“Eh si a malincuore ! …. Peste
è il suo nome, letale e assai contagiosa…
Si può guarire solo a chi
Dio pone la sua mano prodigiosa !”
“AH! Prete, questa è un
insulsa fandonia
di volgere il tutto nel fare
religione, è la sua mania!”
“Beh allora se è solo una
mia fantasia,
provi con i suoi occhi, così
potrà disperdere dal mio credo la mia frenesia.
Non è il primo con le sue
mani a voler toccare,
rende più concreto il poter
credere nel voler cercare.
È l’arbitrio che Dio ha donato
in favore alla nostra ragione,
poiché è essa che fa di noi
uomini nella nostra missione “
Il prete lasciò libero il
passaggio,
ma il Conte nel far un
piccolo passo non ebbe coraggio.
Confuso e disorientato,
sembrava provar compassione
per quel malato.
Ma di certo la sua domante
indole e la sua carica di nobiltà,
non permetteva nel mostrar alcuna volubilità,
il giovane prete era
rigidamente deciso nella sua interpretazione,
e il vecchio stalliere fece
appello a tutte le sue forze di sopportazione,
eppure il Conte notò fili
intrecciati nel suo pensiero dibattuto,
qualcosa di sospetto, di incoerente,
conosceva il prete ed era molto astuto,
così prese la situazione nel
pugno della sua mano.
“Dimmi, mio caro buon
samaritano,
come mai non vedo ne paura e
ne costipazione?
Il contagio letale che ha
accertato non fa alcuna distinzione
che sia servo, Conte o prete.
Come mai non trasuda terrore
nella morte imminente?
Crede che la sua fede la rende
cosi potente?
Allo scampare alla morte da
trovarlo divertente?”
Il prete silenzioso chiuse
la sua Bibbia e l’abbracciò al suo petto,
si avvicinò e lo fissò senza
alcun sospetto.
“Come san Francesco fa della
morte una sua sorella,
io ne faccio una compagna ,
della vita, vera e assai bella;
ne sono immune non per la
mia fede,
ma perché in passato sono
stato esposto e ha fatto di me della vita il suo erede.
In molti ho visto morire fra
le mie mani armate del solo mio credo,
aspettando da me dalla loro
vita sofferente, il congedo!”
Il Conte fu zittito e con
l’animo afflitto,
fra lui e il prete era un
eterno conflitto.
Il Conte tiranno con assurdi
ambizioni,
aveva il potere sul suo
corpo e delle sue azioni,
e il prete coscienzioso e
con tutti i suoi complessi
della sua anima e dei suoi
sentimenti più regressi.
“Bene prete, hai vinto, hai
ottenuto ciò che volevi nello sfidarmi.
D’altronde io sono un
signore e riconosco quando è il momento di ritirarmi…
Ti lascio con il moribondo,
sperando che porti anche te all’altro
mondo!”
Il Conte risalì veloce nella
carrozza,
abbandonando il rifugio al
prete con sul volto l’amarezza.
“Ascolta bene mio caro
prete, continuerò la caccia al mio fuggitivo,
ovunque io lo troverò che
sia morto o vivo!”
Intanto che il capo corvo il
rifugio raggiunse,
il Conte di nuovo poi
aggiunse.
“strano non trova ?... un
prete che parla di umiltà e carità,
ed è lei il primo che
giudica con grande superiorità!”
Il prete confuso si avvicinò
scontento,
e il Conte con una grande
risata nell’animo sospirò un gran spavento.
“non credo che abbia
compreso del tutto le sue parole mio illustre conte!
Conforto le persone affrante,
far capire loro che essi siano della luce la fonte ”
“ Lei è corrotto come
chiunque altro su questo pianeta,
concedere la vita alla morte
uguagliandosi a un santo profeta!
Allora dimmi mio caro prete,
con il suo aiuto forse risolverò questo losco imbroglio:
Chi è chi tra di noi che pecca di superbia e orgoglio?
Che io ricordi, fra i
capitali sia il peccato peggiore …
Questo di certo al suo abito
non le fa un gran onore!”
Una frustata ai cavalli
fantasma dal cocchiere,
e la carrozza volò via fra
lo sgomento del prete e la gente e le loro chiacchiere.
Il povero prete non aveva la forza più di stringere nelle sue mani la
croce,
aveva logorato la sua fede con le gesta nascoste dalle parole della sua stessa
voce.
I sottomessi del piazzale
passarono accanto al prete abilito,
invisibile ora era, sia di
corpo che di spirito.
Il suo Mastro Sole fu
coperto improvvisamente da folte nuvole,
il prete era giovane di vita
e fragile di coraggio ne era consapevole.
Dell’omicidio del suo credo,
colpevole era il verdetto.
Io, che tutto il tempo ero
nascosto nella paglia del letto
con indumenti di fortuna
assieme allo stalliere lo raggiungemmo.
“Sono parole dettate dal
demonio!” Gli dicemmo.
“Nessuno ha tanto chiarezza
nel suo spirito come tu l’hai avuta nel tuo!
Non distruggere ciò che ami,
è del male il suo continuo volere perpetuo!”
Disse lo stalliere
costruendo al prete il conforto e le speranze.
Capo corvo ci guidava
dall’alto e ci avvertiva del pericolo nelle vicinanze,
così riuscimmo a estenderci
ai confini del castello,
mescolandoci nel lavori
quotidiani e nascondendoci il volto con un grosso mantello.
Alla fine della via c’era la
chiesa,
ne una scritta e ne
un’icona, non c’era nulla sopra inciso,
dai due pali di legno legati
a forma di crocifisso si intuiva,
rudimentale e fatiscente ma
era là che la gente si riuniva.
Un luogo sacro con un grosso
tetto a falde,
piccolo, accogliente, in cui
si può restare al sicuro dalle persone spavalde,
da quanto vidi, era per
quella gente il loro piccolo paradiso,
dove poter chiedere asilo e soprattutto un piccolo sorriso.
“La chiesa!” Esclamai contento nel vederla dalla gente invasa,
poiché fu un altro indizio per il mio ritorno a casa.
“perché un tal stupore nel vedere la mia chiesa?
“Poiché è essa per me una piacevole sorpresa!
E’ quel che io cerco nel mio cammino dopo tante rivelazioni
è un colle assolato con poche
abitazioni
con due pini, una quercia, un salice e una casucola in cima,
in legno antico a cui tengo una gran stima,
e di un ruscello dove sgorga acqua
color cielo e limpida come la neve,
e sentirsi lieve e sazio quando uno la beve,
e della terra sotto ai piedi puoi assaporare,
morbida e fertile sulla quale poter coltivare,
e di stelle, tante stelle che nella notte ballano contente,
attorno alla luce della Serva Luna assai potente,
che di lei luce rispecchia la chiesa dal portico al suo apice,
un alto campanile le sta
accanto come un suo amato complice!”
Se pur misera, la piccola
chiesa,
il giovane prete resisteva in ogni modo nel
mantener quell’ardua impresa.
Alle mie parole rimase
deluso di se stesso,
non conosceva altra chiesa
fuor dalla sua, e quello lo rese perplesso,
del mondo intero che si era
perso,
nel tentar di salvar l’anime
di questo posto perverso.
Entrarono, non nell’umile
posto ma nella stalla dello stalliere,
separata dalla chiesa da un lungo
rigagnolo recintato come un cantiere.
Solo un piccolo ponte ne
forniva l’accesso,
un luogo buio e di cattivo
gusto, lo stesso stalliere lo aveva ammesso.
Due posti assai differenti e
angusti,
dai proprietari, due opposti
che cercano se stessi nell’altro, nelle gesta e nei gusti.
Capo corvo rimase a far il palo,
così in tondo a guardare,
un compito importante che
solo i suoi occhi attenti sapevano fare.
Grano orzo e fieno erano gli
alimenti che padroneggiavano nel locale,
dai cavalli assenti, al loro
posto una mucca e un maiale,
erano dello stalliere la sua
unica provvidenza,
di una donna e del suo
tocco non se ne vedeva la presenza.
“orsù amici miei , la mia
casa non è di certo un castello,
ma ci vivo e con il tempo lo
trovo anche bello!”
Ci disse lo stalliere
serrando lì per lì porte e finestre.
“Non so come esprimere la
mia riconoscenza sui vostri atti compiuti,
d’ora in poi non sarete per
il mio cuore due ignoti sconosciuti,
ma di coloro che di
sacrificio fanno dono l’anima,
per il sogno della libertà
che i loro cuori rianima!”
“Le tue parole fanno onore
al nostro compito
che ahimè non è ancora del
tutto finito!
Al suo termine avremo di
sicuro gran gloria dall’altra vita,
per cui ricordar questa di
vita ardita”
“Basta prediche prete! non è
di certo domenica!
Dobbiamo far filare via il
nostro amico, non lo avrai dimenticato mica?”
Spostò decine balle di fieno,
buttando qua e la oggetti e
strumenti senza alcun freno.
Poi, con l’aiuto del giovane
prete,
scostarono alcune assi di
legno della parete,
rivelando alla luce del
tardo tramonto,
un cunicolo privo di luce
ponendo cosi il loro destino a un serio affronto.
“di notte fonda, con la
compagnia degli schiamazzi dei sottomessi ebbri
abbiamo scavato un accesso
alla fuga per tempi ancor più tenebri,
con le soli mani nude pietra
dopo pietra,
abbiamo scosso il recinto
dalla sua luce tetra,
ed ora è il momento del
giudizio delle azioni “
“tutto purché volti al
meglio le nostre ambizioni”
Disse poi lo stalliere
seguendo del giovane prete il discorso,
come se fosse una persona
sola, un solo pensiero senza nessun rimorso.
Capo corvo gracchiò
persistentemente,
era il segnale, li avevano
trovati, doveva subito cambiar ambiente.
“Ora va giovane amico la
strada che dovrai percorrere,
dovrai affrontarla da solo e
da solo tutto il nostro destino dovrai sostenere.
Credi nella verità di queste
follie,
perché nel mezzo fra i due
confini troverai le meraviglie,
che Dio ha disposto per i
pochi che sanno vedere,
non con gli occhi ma con il
cuore il centro di noi uomini e del suo potere”
Capo corvo entrò gracchiando
come un forsennato,
la carrozza con il Conte era
alla porta ormai arrivato.
“presto vai prima che sia
troppo tardi!
Penseremo tutto noi a quel Conte
e ai suoi bastardi!”
Lo stalliere mi afferrò con
forza bruta,
e mi spinse nel cunicolo
cercando all’altro lato di arrivare con la mente arguta.
Ne un saluto e ne un addio,
lo stalliere sbarrò
l’entrata mentre la sua casa fu sotto
assedio.
Re quoia
Il
branco
P
|
rocedevo lento e a gattoni con
molta attenzione,
solo, costipato, con il buio
e il mio fiatone,
infangato dal terriccio,
ferito dai mattoni al di sopra della testa,
oltrepassai il grosso muro
di cinta per giungere poi alla foresta,
intuì una via, laddove ai
cigli vi erano folti cespugli di bacche rosse,
nascosti dalle ombre dei
faggi, pioppi e aceri da foglie molte grosse.
Capo corvo mi raggiunse con
fatica, mi gracchiò indicandomi la strada,
lo seguì fidandomi di lui
come ho fatto fin ora, tendendo i cattivi a bada.
Era difficile seguirlo, la
boscaglia era fitta,
temevo di perderlo anche se
la strada procedeva dritta.
Giungemmo al lago, l’ultimo
spicchio di Mastro Sole era quasi tramontato,
e come uno specchio vidi la
grossa sequoia dall’aspetto malato.
L’albero più alto di tutti,
padroneggiava, imponente come un re,
proteggeva con il suo manto
tutti gli altri alberi, da vero signore celebre,
come la chioccia faceva con
i piccoli pulcini,
Re Quoia era impavido, si
mostrava anche ai boschi vicini,
e il lago era io suo
specchio personale,
ma un fogliame giallastro e
rami afflosciati ci ribadiva che stava male.
Non era nella sua forma
smagliante,
eppure era il re, l’albero
che tutti ritenevano dominante.
Capo corvo, lì in alto nel
cielo, girava in tondo ammaliato dal suo riflesso,
il tempo passava e non
dovevo distrarmi spesso,
fin quando, dall’altra
sponda del lago giurai di aver visto la linfea a me stesso.
Per un attimo i nostri occhi
si erano incrociati ma lei si nascose dietro a un cipresso.
Mi decisi e corsi
nell’inseguirla,
dall’altra parte, lei
fuggiva, impossibile fra gli alberi riconoscerla,
scappava, lasciando dietro
di se, di fiori bianchi una lunga scia,
suscitando nel mio interno
una profonda angoscia.
Spariva fra albero ad albero
come per lei un facile gioco,
anche se non capivo della
sua fuga, lo scopo.
Poi ecco un fiume che
scorreva quieto,
e dall’altra parte, al posto
della bella linfea comparve un lupo mansueto.
“E forse il lupo che ha
tentato di strapparmi la vita con gran impeto?”
Ma il lupo non si mosse,
fermo e discreto.
Si girò alle sue spalle e dal folto cipresso,
uscì una lupa con il suo
branco appresso.
Uno ad uno spuntarono dai
cespugli,
e con orecchio attento
captavo fievoli bisbigli,
di una folla impaziente.
D’istinto guardai le mie
spalle, ma fortuna non vi era un bel niente,
capo corvo sorvolò sul mio capo,
nulla notò e volò sul fiume
da lato a lato.
I bisbigli crescevano quanto
il numero di lupi che vedevo apparire,
finché non vidi una lupa che
dal branco si distinse, “Eccomi” sembrò di sentire,
con intorno al collo il gioiello
della megera,
mi accorsi subito, il capo
branco lei era.
Si avvicinò al ciglio del
fiume con capo chino volto sull’acqua e animo soggiogato,
e a ciò che mostrò il
riflesso non avevo mai pensato.
Una lupa di pelo chiaro che
nella sua specie era bella come una dea,
che ha come riflesso dello
specchio d’acqua, una linfea.
Fui colpito da tal rivelazione,
che da allora cambiò ogni
mia azione.
Quella lupa era la linfea
che aveva impressionato i miei sentimenti,
ma tutt’altro che ostile si
comportava, avrebbe già attaccato altrimenti.
“Eccomi, sono qui al tuo
cospetto.
Il destino ci ha diviso, era
stato costretto.
Ma ora siamo qui per
ricevere il tuo aiuto,
e nella nostra famiglia ora
sei benvenuto”
La sua voce era, la sentivo
eppure non aveva emesso alcun fiato.
Pensai e ripensai, che io
aiuti, quell’ibrido di forma, sia il mio vero fato?
“chi sei e perché ti sento
vivo nella mia testa,
causandomi alla mia ragione
una forte tempesta?
Perché hai rubato il mio
gioiello ?
avrei evitato il cattivo
fato dei miei amici in quel maledetto castello!”
“me ne rammarico che a causa
nostra hai passato tempi cupi
la tua costanza nelle
domande fa si che assomigli a noi lupi,
impostando false orme nella
vostra evoluzione,
noi, che del pelo lasciamo
volentieri ma non la nostra perversione!”
“Perché hai rubato il mio
lasciapassare nel sonno?
La nostra intesa era quindi
solo un subdolo inganno?”
“Troppe risposte da
restituirti per la mia azione,
ma c’è poco tempo a nostra
disposizione.
Tempo fin all’ultimo raggio
di questo giorno,
per restituire la corona al
vero re e pace a chi gli sta intorno.
Il tuo gioiello nelle mani
sbagliate era assai pericoloso,
per questo ho corrotto con
facilità, la tua mente e il tuo cuore con un amore malizioso.
Ritroverai la strada per la
tua casa
ma prima, dovrai restituire
il nostro equilibrio, prima che la notte travasa.
Il gioiello con il suo
contenuto dovrai ad ogni costo proteggere,
in essa c’è la linfa del
fuoco di vita di Quoia, il nostro amato re!”
I lupi alle sue spalle,
mostrarono un educato inchino,
rivolto alla maestosa
sequoia da noi poco vicino.
Attraversai il rigagnolo con
l’acqua alle ginocchia,
osservando capo corvo che
sopra alla mia testa gracchia.
Il Conte con i sottomessi mi
avevano trovato,
così pensai “Troppe tracce
indietro ho lasciato”
“Fermati” cosi la lupa
bloccò il mio passo.
Mi gridò alla mia testa nel punto del rivolo più basso.
Dal suo collo sganciò il
gioiello con una stretta torsione,
lo gettò ai miei piedi,
nell’acqua senza alcuna preoccupazione.
“Poco tempo adesso tu hai
liberaci ora o più mai!”
I lupi da solo mi lasciarono,
corsero veloci in contro
alla carrozza del Conte, cosicché più
tempo di donarono.
L’acqua sulle mie gambe fu
assai imponente,
eppure il gioiello non seguì
la corrente,
di volontà propria con le
mie mani voleva andar via,
dal suo riflesso una luce
intensa nell’acqua lasciò una lunga scia.
Lo afferrai stretto nel
pugno della mia mano,
vidi la luce attraversarla e
assaporai un dolce tepore simile a quello umano.
“Si capo corvo, ho capito!
Devo compiere il mio destino
… da chi o cosa non so, sia stabilito!”
Gracchiò ancora e ancora fin
a sentirsi male,
come il suonare della campana in arrivo di un
temporale.
“Corri amico, presto corri!”
sembrava intonare,
“Fammi strada allora, non
posso affatto come te volare!”
Vinsi così, le mie paure,
ora avevo uno scopo anche se
le cause e gli effetti erano a me scure.
Ero finalmente un tassello,
coinvolto, un ingranaggio,
anche se pur piccolo e solo
di passaggio.
Ma d’altronde, una catena
era formata da piccoli anelli,
un coro da singoli voci, uno
stormo da piccoli uccelli.
La loro unione dava origine
alla forza,
come il branco di lupi che
corsero veloci alla carrozza.
L’assalto alla carrozza
Cornici in oro, veli color argento e tappezzeria rossa in velluto,
era quello della carrozza il
suo contenuto.
Proseguiva volando plasmando
la foresta lì intorno,
che dopo il suo passaggio
ritornò tutto al suo posto e adorno.
Veloci come aquile da caccia,
il Conte, seduto beffardo,
aveva un grosso ghigno sulla faccia,
composto con il suo abito di
lusso che lo ritraeva snello,
orgoglioso, vanitoso del suo
riflesso, che riteneva assai bello.
Attento alle pieghe dei
capelli, al dito un grosso anello,
e un eccentrica pochette rossa
all'occhiello.
Sicuro, con aria eccelsa della
sua vittoria,
come se avesse già vinto e
cambiato del tutto questa storia,
finché, ci fu un assalto
improvviso, nel pieno silenzio da non sembrar vero.
I sottomessi sui fanti, uno
dopo l’altro poco a poco scomparvero,
come se fossero inghiottiti
dalla foresta senza lasciare agli altri alcun sospetto,
come lo scatto improvviso di
una pianta carnivora nel divorare il povero insetto,
per la prima volta i cavalli
fantasma nitrirono,
su due zampe dallo spavento
impennarono,
virarono i poveri cavalli, lasciando
uno dei due alla guida cadere,
temendo i lupi, più della
frusta del cocchiere,
la velocità della carrozza fu
tale da sfidare il vento libertino,
i lupi si avvinghiarono alla
carrozza così da affrontare il Conte serpentino;
graffi, grugni, morsi, tutto
provarono per entrare,
la carrozza era solida, ma
non al punto da dover mollare.
Nel suo interno tranquillo
il Conte era,
un effimero ostacolo, privo
di senso, fermo immobile come una statua di cera.
Il re
Nel frattempo, la guida di capo corvo, lontano mi aveva portato.
La flora era fitta, spesso
molti metri avevo l’intralcio raggirato.
Combattere questa crociata
fu la cosa più importante che nella vita mi sia capitato,
abbandonarla fin ora mai ci
avevo pensato.
Oltrepassai un grosso tronco
quanto una casa,
un vespaio accanito e una
palude dalle sanguisughe invasa.
Nulla poteva fermarvi in
questa sfida verso la sorte,
avevo una valida ragione
dalla mia parte.
Sentivo in animo di non
esser lasciato solo in quei oscuri sentieri,
c’erano amici ovunque li
intorno fra piante, fiori e alberi,
anzi, le stesse piante,
fiori ed alberi erano miei amici, forse i più cari,
con le loro forme, colori e
profumi pronti a rallegrarti nei momenti più amari,
i maestri, gli alberi, ve ne
erano tanti di folte chiome e grinzose radici,
eterni, sapienti, calmi e
del creato degli inflessibili giudici.
Poi dietro a un frassino e
un alto faggio,
ecco il più grande e di
tutti il più saggio:
Re Quoia, incatenato dalla
maledizione,
lottava, per la foresta, la
sua liberazione.
Una radice assai grossa imprigionava,
della Signora Terra, le viscere,
offrendola compatta e sicura
per gli altri nel poter sani crescere.
Capo corvo ancora gracchiò,
e nel proseguire per la mia
strada indicò,
ma le radici del re erano
troppo lunghe poiché io possa raggirarle,
l’univa ovvia soluzione fu
quelle di scavalcarle.
Un lungo e lontano ululato,
indicò il mio tempo ormai
consumato.
“Si lo so amico mio, devo
affrettarmi,
ma la radice è liscia e non
c’è un gran che su cui aggrapparmi!”
Risposi al continuo
gracchiare di capo corvo,
un imperativo monosillabico
era il suo “gra!” ed io ero il suo servo.
Con fatica raggiunsi la cima
della radice,
le mie calzature malridotte
si squarciarono,
e come un giocoliere in
bilico sulla corda, il tronco del re le mie mani toccarono.
“Son arrivato dove tutti
volevano,
accettando la causa che
tutti mi proponevano,
e adesso appello la mia iniziativa
e alle mie intuizioni,
che un senso pone alle mie
azioni”
Saper fare le cose è assai
difficile,
ma bastava solo tener
la mente alle cose vigile.
Così dall’avvoltoio nei
panni del tempo, mi affrettai a trovar ciò che mi serviva,
e fu proprio lì a pochi rami
più in alto che la vista si accaniva.
Un nido di picchio appariva,
era li che il mio pensiero
colpiva,
un inizio, un probabile
accesso.
“Li dentro c’è la risposta!”
dissi a me stesso.
Mi aggrappai a Re Quoia come
un capace rettile.
La corteccia era liscia e assai
sottile,
ero curioso dei possibili
eventi,
per tutta la vita avrei
avuto il rimpianto altrimenti.
Ramo dopo ramo al foro
arrivai.
“Cosa dentro ci sarà mai?”
Capo corvo sulla mia spalla
sinistra si posò,
del suo interno, non avevo
paura neanche un po’.
Aguzzai lo sguardo e dentro
il buio padroneggiava.
Un cunicolo profondo e per
tutta la lunghezza di re Quoia passava.
Il Conte arrivò come un
pazzo,
carrozza fatiscente, cavalli imbestialiti e lui che lo
guardò con disprezzo.
L’unico sopravvissuto
dall’agguato dei lupi,
fu ora che lo vidi che i
miei pensieri divennero cupi.
Il suo bel vestito sgualcito,
e segni sul volto di essere
sia d’animo che sul corpo ferito.
Frenò d’impatto, i cavalli scapparono
irrequieti,
lasciando il Conte ai suoi
decreti.
“E così hai incontrato il
re, colui che della giustizia e della verità è simbolo!
Ma lui stesso ha reso la
verità un vero pericolo,
con la sua conoscenza ha
reso il resto del mondo … piccolo.
Vedere d’alto verso il basso
ha sfidato
quel che Dio ha di semplice
creato,
con la sua perseveranza nel
sapere ha abbandonato ciò che è più caro,
ciò che rende felice questa
gente è semplicemente l’ignaro!”
Disse il Conte sulla radice arrampicandosi,
in fretta e per nulla
affaticandosi.
Le sue parole alla
confusione mi avevano portato,
aveva un senso, ma non è
lasciarmi convincere quello che di certo
ho imparato.
“Credevo che non credessi a
nessun Dio, o per lo meno che credessi che fossi tu
ciò che tutto può, in
possesso di tutte le virtù …
Ma possedere la gente e il
suo fato,
non è meglio di ciò questo
re ha abbandonato!”
Il Conte si sedette con
l’aria tranquilla,
eppure sapevo dentro di se
l’ira lo assilla,
l’abito cercò di sistemarsi,
e i capelli di acconciarsi.
“Ormai il fatto è compiuto,
per la prima volta ho fatto
quel che davvero ho voluto!”
Dissi io guardandolo assorto
dalla sua vanità,
che non riuscivo bene a
capire quale fossero le sue priorità.
“Ebbene, per ciò che avvenga
il fatto,
occorre un oggetto che hai
perduto mentre eri dalla mia linfea distratto!”
Solo quando aveva finito di
parlare
aveva notato il gioiello
legato al mio collare.
Infreddolito si era convinto
di aver perso la battaglia,
tuttavia la fine di quella
guerra era lontana mille miglia,
e per la vittoria ne il Conte
e ne io eravamo i giusti paladini,
solo di una scala due
semplici gradini.
“Forse è questo che pensavi
nelle tua mani di possedere,
ma sono il solo a capire che
in questo gioiello non c’è niente da vedere?
Un oggetto rimane un oggetto,
non val la pena di render la
vita vincolata e manipolando ogni tuo progetto”
Il gioiello di fuoco di
vita, lo portai di nuovo ai miei occhi.
Capo corvo gracchiò segnando
l’ora come rintocchi.
L’incanto era forte di quel
gioiello,
ma effimero se pur bello,
“Non c’è niente da vedere,
lui dice.
Un oggetto, una misera cosa,
un’appendice…
Povero ragazzo ingenuo e
fiducioso,
non sa di aver fra le mani
un miracolo prodigioso!”
Con lieve sarcasmo il Conte
ribadiva intollerante,
intanto che dalla foresta
fra gli alberi alti e i folti arbusti
spuntarono dodici orsi bruni
massicci e robusti,
al comando pignolo del Conte
erano sottomessi,
feroci e rabbiosi
aspettavano un qualche mio errore che io facessi.
Li guardai, in ogni direzione
ve ne era uno, avevo paura,
e la giornata iniziò a farsi
sempre più scura,
dalla mia spalla Capo corvo
volò via,
nessuna soluzione o pensiero
ovvio dalla paura mi svia,
solo, da morte certa,
affrontai la situazione con
mente aperta.
“Visto giovanotto, anche se
riuscirai nella tua impresa
mai lascerai questo posto, dai
miei orsi con la loro presa!”
Gli orsi aggrappati al
tronco di re Quoia con lunghi artigli scorticavano la corteccia.
Il conte soddisfatto, andò
da loro accarezzando la loro folta pelliccia,
“A meno che non pensi ad
altre ovvie soluzioni,
lo so che ne sei capace,
pensare è una delle tue solide ambizioni!
Per esempio conoscerai
sicuramente il primitivo concetto di barattare,
così una giusta soluzione
potremmo contrattare,
uno scambio equo,
la tua libertà con il
prezioso gioiello, questo non affatto un patto iniquo!
Allora dimmi, può adesso ad
un oggetto dipendere la tua esistenza?
Se è solo un oggetto da essa
non avrai nessuna dipendenza ”
I miei lumi mi avevano
abbandonato,
come capo corvo la mia capacità
di cogitare via era volato.
Distrusse in un attimo tutto
quello che avevo creato,
usando contro di me le mie
parole, con bravura la mia mente aveva manipolato.
Cosa fare in occasione
simili, come agire per sbloccare la mia mente dal torpore?
Ciò che la mente ama
declinare il volere del mio cuore,
in quel momento rimpiansi di
essere un nessuno.
aggrappato alla terra e
avere scelte semplici al momento opportuno,
essere o non essere della
mia vita un traditore?
Mi sentivo come il figlio,
Amleto, dello scrittore.
“non ci sono molti parametri
in cui valutare,
anche se la tua scelta fosse
della foresta di salvare,
non avrai mezzi di come il
gioiello puoi tagliare,
a farsi che il contenuto
nell’interno del re si va a mescolare.
Il diamante, di cui quel
gioiello è composto,
e della più solida e dura
che la natura ha predisposto!”
Ciò appena detto dal Conte
per i miei pensieri fu letale,
non sarei riuscito ad aprire
quel diamante con la mia forza brutale.
“Non c’è forza più dura del
proprio volere!”
Esclamai pensando alle cose
strane di quello strano mondo ha visto accadere.
Fu così con estrema torsione,
il gioiello si aprì come in
un assurda allusione,
nel suo interno una stella
scintillante,
di energia e luce accecante,
impartendo il vero stupore
ai miei occhi con la splendida emozione,
avvolse me in una profonda
luce abbagliante ponendo me nella perfetta affiliazione
con le cose, il mondo e
soprattutto con me stesso,
eliminando per sempre nella
mia mente ogni suo complesso.
Un vento funesto nasceva dal
fuoco della stella,
inondala con la sua potenza
e una luce chiara novella.
Ogni cosa esistesse li
intorno e oltre in un piccolo momento,
gli alberi festosi del
compimento,
danzavano felici con il
forte vento,
mentre il Conte e i subdoli
orsi, era rannicchiato accecato dal glorioso evento.
Un nuovo Mastro Sole era
nato per la foresta.
Un nuovo uomo era nato
pronto per il mondo,
come re Artù impugnava la
sua Excalibur vittorioso con i cavalieri li in tondo,
dalla mia mano restituì al
legittimo re la sua corona.
Nel tronco, versai il
prezioso contenuto, così ne fece della sua vita padrona.
Svegliatosi da un intenso
letargo di un lungo inverno,
Re Quoia restituì a tutti
ciò che è di loro in eterno.
Libertà pura, il volere di
coscienza e la capacità di indipendenza,
e soprattutto imprigionò nei
loro cuori la sempiterna speranza.
La rivolta
R
|
igoglioso, Re Quoia incuteva
paura al povero Conte,
perso in questo nuovo
orizzonte.
Gli orsi fedeli erano del
tutti confusi di chi era al potere,
che il Conte cercava ad ogni
costo di riavere.
Un lungo tuono si udì da
lontano, seguito poi da forti suoni di subbugli,
un manto nero di elevò nel
cielo, lo stormo di corvi uscì dai cespugli,
capo corvo era ritornato e
con lui la sua fidata armata.
Guidavano la folla ribelle che,
dalle chiuse del castello finalmente era liberata,
frecce appuntite piovvero in
un istante dal cielo,
per colpire ciò che al Conte
ancora appartiene, la terra fu coperta
da un ampio velo
dopo gola, accidia,
superbia, lussuria, avarizia e invidia,
il Conte affogò nell’ira.
Malvagio fu il suo volto,
voltatosi alle spalle verso la folle avanzate,
punti di luce traballanti
apparivano dal lontano le numerose fiaccolate,
la folla, semplice e piena
di vigore nella causa,
armata con forconi, falci e
tridente, pronti per distruggere su di loro ogni accusa,
frecce e balaustre per i più esperti,
mai più della speranza
furono incerti.
“Ecco la tua fine, caro Conte,
l’aspettavi … come la megera non è vero?
Lo sapevo che un giorno
della speranza ne saresti diventato povero!”
Mi guardò il Conte scendere
dal re con i denti digrignati,
strizzando gli occhi dalla
sconfitta ormai accecati.
L’ovazione dei rivoltanti
era forte e prossima ad arrivare,
il buio della notte su di
noi iniziò a calare.
Non contento, il Conte con
il mio stato d’animo ricominciò a giocare,
questa volta non per
contrattare, solo e semplicemente nello far male e perseverare.
“E solo una battaglia persa,
come la tua!
Affrontare i problemi con la
tua anima ingenua,
non riuscirai mai a vivere
una vita serena
se ti prodighi a gettar via
anima e corpo a chiunque ti faccia … pena!”
Esclamò con raucedine,
giunto a quel che rimane della sua carrozza,
estrasse come per magia una
lunga spada scintillante dalla corazza.
La sguainò osservando su di
essa il suo riflesso,
vanitoso fin alla fine, era
forse il peggiore complesso.
“cosa intendi con le tue
parole articolate?
arrenditi e forse ti
lasceranno in vita, non hanno come te le menti malate!”
Giunsi sulla grossa radice,
mentre gli orsi continuarono
nell’essere fedeli al conte anche se significava essere infelici
“Io l’ho vista, l’ho vista e
ne ricordo lucidamente il cammino,
quanto ignari quel che tu
cerchi è qui vicino,
un colle, un sole, due
alberi di pino, una quercia e un
salice
un ruscello, una terra fertile e una casa in legno nella forma più
semplice.
So dov’è e la sua direzione,
ma non te lo dirò, sarà per te, la mia maledizione!”
Cercai di parlare ma la mia voce fu sopraffatta,
la folla invase lo slargo dinanzi a re Quoia, trasformandolo
in un campo di battaglia.
A capitanare la rivolta, con forte stupore, fu il giovane prete, con lo spirito
ardente,
implorando la libertà nel nome di Dio, in sella a un cavallo bianco
splendente.
Non vidi il simpatico stalliere,
ma negli occhi del giovane prete, il suo spirito audace riuscivo a intravedere.
La folla si gettò contro il Conte come la risacca del mare sugli scogli si
scaglia,
piovvero pietre sugli orsi, opera di ingegno di capo corvo e dei suoi
amici giunti a migliaia
la spada del conte era solida alle pietre, alle frecce e ai forconi tutti attorno,
ma di certo chi la sfoderava non lo era in eterno.
Purtroppo gli orsi non erano i soli al Conte gli alleati,
le aquile dall’ampio piumato giunsero in contrattacco ai corvi spaventati.
Becchi aguzzi e artigli affilati,
al loro destino i poveri corvi furono abbandonati.
Dagli arbusti, come viscidi serpenti velenosi,
si ramificavo veloci le radici dei rovi, con spine aguzze incutendo colpi sanguinosi.
Spuntarono dalla terra di scatto fulmineo,
travolgendo i contadini afferrandoli per le caviglie con un ordine
simultaneo.
Giunsero poi i ragni, grossi quante pantegane,
a tessere trappole vischiose per le perspicaci partigiane.
Nemmeno gli amici cani furono in grado di ostacolare la ripresa offensiva,
ma nonostante tutto la rivolta su di loro si accaniva.
Una battaglia epocale si stava svolgendo dinanzi ai miei occhi,
e re Quoia guardava i suoi sudditi travolti dagli attacchi,
fu cosi che poi stranamente dalla foresta si calò una corposa bruma.
Invase il campo con una
fosforescenza verdastra che tutto in essa amalgama.
Un dono di Serva luna a re Quoia, fu la nebbia,
che fu per gli orsi e le aquile un enorme gabbia.
La lotta continuava sotto quella coperta scura,
io sentivo dalle urla e grida di vittoria o di paura,
in mezzo al campo vacillavo nel buio pesto.
Avanzavo con le mani tese in avanti evitando con la lotta qualsiasi
innesto.
Sentivo la terra sotto i miei piedi e la luce di Serva Luna che dal suo
dono trapelava,
pochi passi ed ero già giunto all’acqua del lago che alle caviglie
arrivava.
Mi fermai d’improvviso siccome nella bruma un ombra vidi,
sembrava quella di un aquila, volare a bassa quota, da dar i brividi.
Veniva dritta nella mia direzione,
fin quando la sua ombra ebbe una trasformazione,
divenne in un batter d’ali quella di una sagoma di un uomo,
e man mano che si avvicinava, prese forma nel Conte,
con la spada nel pugno della sua mano per chiudere con me ogni ponte.
Ero pietrificato vedere sguainare la sua spada contro me stesso,
che rimasi a guardarlo avanzare nei passi della mia morte fermo, una
statua di gesso.
“La mia fine sarà la tua fine !”
Gridò mentre io schivai la spada gettandomi nel lago sul suo argine,
lo schianto della spada con una roccia diede vita a mille scintille,
che nel buio della bruma divincolavano come anguille.
“Non evitare il tuo fato,
che sia triste oppure beato!
La morte è ciò che accomuna entrambi,
non esiste ne tempo e ne spazio che tu lo cambi!”
La spada ebbe un elevato cambio di peso nelle mani del Conte,
con affanno, la trascinava cercando di orientarsi nell’ambiente.
Fece quasi un lungo solco nella fanghiglia quando lui passava,
la condensa della nebbia sulla pelle si intensificava,
simulando sui volti un pianto costante,
che brillavano alla luce di Serva Luna calante.
Il silenzio piombò su noi due l’uno all’altro assai temuti,
quasi come se fossimo gli unici sopravvissuti.
Né un sibilo né un lamento,
solo io e il Conte, con il suo tormento.
Era ovvio, evitai in nessun modo di parlare,
evitando con il silenzio di potermi individuare.
Gattonai sulla riva e mi addentrai nel bosco,
pensai che mi fosse amico, ma fui boicottato da quel posto losco.
Infatti, gli alberi di pioppo e alcuni dei faggi sembravano al Conte
dov’ero suggerire,
ferito e agonizzante aveva ancora in corpo la forza di reagire.
Accorto del tradimento, più in largo e lontano preferii andare,
da nessuno e da qualunque cosa lì in quel bosco mi potevo fidare.
Avevo paura, lo ammetto,
quel Conte aveva più vite di un gatto.
“inutile è la tua fuga dal mondo,
dovrai pure fare i conti con esso un giorno,
ho occhi pur sotto la melma dove cammini,
e avvoltoi affamati che aleggiano sulla tua testa come aguzzini!”
Fantasmi eravamo l’uno a caccia dell’altro,
una preda scialba e un predatore scaltro.
Lui mi raggiungeva al doppio del passo che mi allontanavo,
forse era il mio affanno che la mia posizione a lui segnalavo.
Dovevo prender fiato e dietro al tronco di un olmo trovai riparo.
Mi aveva raggiunto, avanzava da me ignaro,
Serva Luna lasciò entrare nella bruma la sua luce per pochi secondi.
“Ti sento piccolo uomo, non vale più la pena che tu ti nascondi!”
Fu così la luce di Serva Luna mi aveva tradito,
rilevato dov’ero e da stupido non mossi un dito,
cosicché la spada del conte si precipitò alle spalle a colpirmi,
ma fortuna volle che mi scansai in tempo dopo che il buio ritornò a
coprirmi.
La spada nel tronco si era conficcata,
Con l’aiuto della gamba la estirpò con forza dato che era bloccata.
“Non è carino da parte tua fuggire al tuo evento
la morte è la nostra gemella dalla nascita, vive con noi ed è pronta in
qualsiasi momento.
No, … non è follia la mia,
è solo della vita la sua più crudele sinfonia!”
Mi nascondevo, saltavo tra un tronco all’altro come un grillo affamato,
il cuore il gola e ormai dalla paura rimasi senza fiato.
Desideravo la pace della mia collina, la cara luce e dei pini il loro
manto profumato,
come un sognatore innamorato.
Ad un punto gli alberi sembravano tutti uguali, ogni direzione era
identica,
trovai un tronco cavo, pensasi che fosse un ottimo rifugio dalla corsa
frenetica.
Entrai e con le ginocchia alla gola guardai ansioso entrambi le estremità.
Pregai che fosse tutto finito e per un attimo ebbi la beata sensazione di
tranquillità.
Un eco sordo fu per la mia ansia l’innesco,
la foresta fu ai miei occhi un luogo per la mia paura pittoresco.
Ne un sibilo di vento, ne il cadere di una foglia, ne del conte il rumore
delle scarpe,
la bruma entrò nel tronco lento e tortuosa come una serpe.
Nel beato silenzio poi si scatenò la furia,
in un lampo come il coltello in un’anguria,
vidi la lama delle spada penetrare decisa nel tronco,
colpì di striscio la mia gamba sinistra pochi centimetri in più e ora
sarei monco,
scattai fuori in un istante, il Conte con la sua spada perseverava nel
colpirmi,
sperando che il mio claudicare potesse tradirmi,
e fu cosi che inciampai con un sasso,
caddi, e mi rigirai guardando il Conte venire verso di me glorioso per il
mio trapasso.
“Muori bestia, muori!!”
Il suono della paura e quella della vendetta furono emessi dai nostri
batticuori.
Gridò impugnando la spada con entrambi le mani insanguinati,
la sollevò sulla sua testa impregnata di odio puro e occhi invasati.
Quando poi mi rassegnai al suo volere,
fu di colpo al rovescio si pose la condizione, iniziando di nuovo a
credere
fu infatti il giovane prete a prendere in pugno la condizione sotto il
mio stupore,
con il suo cavallo bianco come un eroe senza alcun timore.
Un calcio del cavallo scaraventò il Conte sul tronco lontano,
intanto che il prete dal cavallo mi tese la mano,
“Coraggio amico mio,
le tue preghiere sono state accolte con grazia all’orecchio di Dio!”
Salii in groppa assieme a lui in quel momento memorabile,
impennando, il cavallo corse via dal Conte, lontano il più possibile.
“Perché alcune cose accadono al momento e nel posto giusto?”
“Ancora domande amico mio? Nonostante un tal trambusto?
Le cose giuste accadono sempre nello spazio e nel tempo opportuno
per il volere di Dio è ovvio, pensa, che io senza di te sarei ancora un
nessuno!
Con il tuo pensiero hai cambiato il mondo che vive attorno a te
e ora della tua vita sei tu il giusto re!”
Galoppammo fin all’estremo della foresta,
mai il cavallo fedele dal peso o dalla velocità esitò alcuna protesta.
“E ora che ne sarà della gente, e di te prete?
Non in questo stato per me la lascerete?”
Dissi guardandomi alle spalle fissando del cavallo le sue impronte,
e udendo l’eco delle grida di odio del Conte.
“Siamo liberei adesso, se il destino nostro è morire,
a Dio da uomini liberi ci uniremo senza mai più soffrire”
Gli alberi di faggio, gli olmi e i pini, si allontanavano lentamente.
Il prete tirò le redini e il cavallo si fermò bruscamente.
“ora devi continuare la tua strada da solo,
così potrai volgere nella tua vita ad un nuovo capitolo,
la tua storia e la tua amicizia sarà viva in eterno nel mio cuore.
È questa l’unica eredità fatta con il vero amore,
troverai quel che cerchi al di la di questa foresta ne son molto sicuro,
una vita di pace e di armonia a te auguro!”
Mi aiutò a scendere dal cavallo e quando fini di parlare,
subito iniziò nell’interno della foresta a galoppare,
scomparendo nella bruma poco a poco come un sogno sfocato,
guardai la bruma verdastra pensando a cosa per me il prete avrebbe ora
affrontato.
Pensieroso, mi indirizzai verso il cammino che il prete mi aveva indicato,
nella fredda notte si amalgamava con la nebbia il mio caldo fiato,
la bruma alla mia pelle si era avvinghiata persino i miei occhi aveva
coperto,
come il freddo che pizzicava le estremità di ogni mio arto,
il dolore alla gamba andava man mano a scomparire,
forse per il freddo perché nemmeno l’altra gamba inizia poi più a sentire.
Il freddo era un enorme peso sulla mia spalla che mi schiacciava a terra
e nella mia testa tormentava il forte pensiero di quella guerra,
lasciata al suo destino, come avrei voluto sapere gioiose notizie,
che il Conte sia ormai un vecchio pensiero e di quelle nobili amicizie.
Serva Luna giocava allegra a rimpiattino con la bruma persistente
incurante della mia sofferenza crescente.
Il giudice
S
|
paventato, per l’atmosfera cupa,
e per gli esseri che quel posto a mia insaputa occupa,
“giorno, dolce giorno,
quand’è che arrivi e infondi la tua luce a tutto ciò che ho attorno?
Mastro Sole, aspetto con ansia il tuo tepore,
aspetto il tuo dono nel ridar al mio viso il suo vero colore”
Il bubolare di un gufo attirò la mia attenzione,
i suoi occhi rapaci esaltò l’orrore di quella situazione,
era in piedi in cima ad un albero ad osservare il più piccolo dei miei
movimenti,
bubola e gongola, gli passai dinanzi con movimenti cauti e lenti,
la sua sorveglianza era impeccabile,
saggia quale fosse, il suo becco era temibile,
le sue penne sul capo formavano una folta criniera,
una sentinella che esaminava i passeggeri alla frontiera,
con il potere di giudicare chi poteva passare,
o indietro doveva ritornare.
Mi lasciò passare sotto i suoi occhi vigili,
se mai dovesse scender giù non saprei cosa potesse fare con quei suoi
artigli.
Il cimitero
Gli alberi che incontravo non erano più
alti e robusti,
anzi, erano esili, vecchi, bassi, con forme tetre e rami angusti,
spogli, senza fogliame di nessun genere,
come se fossero pronti alla brace e diventar cenere.
Tremavo sì, ma non distinguevo se per il freddo o per il tenebroso
scenario.
Quel posto sembrava fermo da tempo, ogni cosa ricordava pezzi di un
antiquario.
Nell’osservare la scena con il mio insicuro passo,
inciampai e caddi a terra su di un sasso,
fra la nebbia non vidi cosa era, ma alle mie mani sospettose,
notarono che la superficie di quel sasso era troppo liscia priva di punte
dolorose,
nell’ispezionare della sua forma grazie al tatto fui in grado di
calcolare,
mi accorsi che era perfettamente simmetrica e rettangolare,
quando mi accorsi dell’incisione,
fu allora mi accorsi dell’illusione.
Una lapide in marmo, da un lato inclinato,
poiché ero in un cimitero abbandonato,
poco a poco la bruma scopriva le lapidi e a me svelò lo stupore e lo
scandalo,
come se stesse scartando ansioso, un inaspettato regalo,
ve ne erano di ogni dimensione e forma esistente
piccole, grandi e persino un mausoleo fatiscente.
Gli alberi attorno ne facevano una perfetta cornice
e il più imponente era di certo quello più grande, un sommo salice.
Ampio quasi venti metri ricurvo e dagli anni affranto,
con lunghi tentacoli che scendevano dai rami simulando il suo lungo
pianto,
emergeva sul colle più alto, dominava quel luogo sperduto,
lo copriva e ne sembrava compiaciuto.
Iniziò così il nuovo dramma,
questa volta ero pronto ad affrontarlo con molta calma.
Seduto con le spalle volte al tronco del salice,
scorsi un uomo, il capo chino, infelice.
Le braccia abbandonate al terreno appariva come un cadavere,
morto ormai da molte primavere,
ma quel che vidi era solo la sagoma di un ombra vista da lontano.
Cauto mi addentrai, forse aveva bisogno di una mano,
ai miei lati, lapidi divorate da edere e muschio,
e il fogliame, come una calda coperta, copriva le tombe prive di
coperchio,
Nomi vaganti erano, e nessun di essi raccontava la storia del defunto,
ciò che li distingueva l’uno dall’altro erano poche iniziali seguito da
un punto.
La mamma e la bambina
Alla mia destra, molto più infondo, vidi poi
un'altra ambigua figura,
una donna esile e di bassa statura,
china dinanzi alla tomba che spazzolava i capelli della povera figlia
spenta.
Lei con gesti cauti e lenti la accarezzava e sorrideva contenta.
Tutto era predisposto per un pic-nic domenicano,
quasi rinnegava quel posto sacro con quel fatto profano.
La piccola tomba ben rassettata,
non era come le atre laggiù dimenticata,
anzi, essa viveva.
Ne una foglia li intorno a terra giaceva,
ben riposto nel terreno e un bel fiore bianco nel buio risplendeva.
La donna, una povera madre dalla sua follia consumata, la morte di
illudere credeva.
Canticchiava con tono dolce, cercando al tempo di trarlo in inganno,
capì che ella si recava lì ogni sera di ogni mese di ogni anno.
Un cestino ci canapa, una torta farcita, biscotti caldi e una teiera
bollente,
tutto per la sua piccola che credeva dormire dolcemente.
Non aveva gli occhi per guardare il corpo raggrinzito e putrefatto,
ma la sua mente vedeva ancora la pelle colorata e sorriso astratto,
una ninna nanna le cantava all’orecchio sussurrando,
come una mamma premurosa la tenne in braccio vogando, cullando
“Oh buon Dio misericordioso,
perché tedia il piccolo angelo il suo beato riposo?”
Esclamai all’agghiacciante scena,
finché alle mia spalle sentii il cigolare di un’altalena.
Il suono non aveva un origine,
echeggiava nella bruma quel sibilo nato dalla ruggine,
ma lei come un pittore dipingeva sulla tela della sua fantasia,
continuava a canticchiarle la sua ninna nanna,
calcando alla sua ragione una gelida condanna.
Si girò lentamente, gli occhi si incrociarono per alcuni istanti,
ai miei occhi inorriditi lei rispondeva con i suoi dal dolore
agonizzanti.
puntò il dito alle labbra e lasciò lentamente scivolare dalla sue labbra
un “SHHHHH!” per poi ritornare al suo canto nella sua penombra.
Non osai aggiungere altro, e di averla disturbata mi senti pentito,
come me, anche lei la strada aveva smarrito,
il dondolare dell’altalena si udì ora costante,
guardai oltre la madre dal dolore soffocato,
ad un ramo di un albero si schiariva un fascio di luce su di esso
concentrato.
Pendeva un’altalena, due corde sudice e un’asse di legno dal tempo
fradicia,
e l’albero che giorno dopo giorno sempre più alle sue radici di accascia.
La bruma come un sipario di un teatro si levò del tutto,
ebbi cosi un immagine chiara e nitida che ai i miei pensieri ebbe un gran
conflitto.
Una bimba, o meglio la bimba che le sue spoglie giacevano nelle braccia materne,
là sull’altalena a dondolare solare e in carne.
“Lei non sa che sono qui!
Non mi vede, eppure son qui ogni dì!”
Disse la bambina trovandomela al mio fianco,
con il suo vestitino della domenica color pesca con un colletto bianco.
Si avvicinò all’orecchio della madre e con tono aspro urlò.
“Mamma! mamma ! Perché fai finta di non vedermi!” poi le braccia incrociò,
con il broncio rimase a fissarla.
Nulla poteva in questo mondo riuscire consolarla.
“Tu sei passata!
Lei non ti vede perché al di la del tuo corpo sei andata!”
Dissi io fissando lo spettro,
ma lei continuò a gridare alla madre con dispetto.
“NO! non è vero! Non sono scappata.
È lei che mi ha abbandonata!”
Ora era accanto alla sua lapide e sul volto si lacerava un lungo sfregio,
un artiglio invisibile la segnava come in un sortilegio,
un marchio indelebile nella forma di un graffio,
vidi modo di leggere sulla lapide epitaffio:
“Nulla
l’eterno dona alla terra
e noi all’eterno offriamo la vita.
Essa e in essa, mai si erra.
Con la nostra eredità spirituale,
ricca di sapienza infinita,
rendiamo l’eterno un posto ospitale”
Maryrose, fu l’unico indizio di questa avvenuta disgrazia,
ne un quando e ne un come di questa assurda pazzia.
“Forse mi sono nascosta bene e non riesce a trovarmi,
non voglio più giocare, voglio andare a casa a riposarmi!”
Disse la bambina quasi piangendo,
dopo tutto questo tempo ancora non si rese conto cosa le stesse accadendo.
“Ormai è tempo di comprendere della vita e cosa di essa comporta,
guarda piccola Maryrose, non volge più in là il suo sguardo perché tu sei
morta.
C’è ogni tempo per ogni cosa che sia breve pochi istanti o lunghi molti
anni.
Il tuo è finito e ciò ha recato nella sua mente molti danni!”
“No, non è vero!…io sono qui tu mi vedi, mi senti non sono morta!
tu sei un uomo cattivo, quello che
tu dici non mi importa!”
Andò via, verso l’altalena trovò rifugio,
la sua pelle cambiò il suo colore, dal candido rosato a sporca in varie
scale di grigio,
le sue vesti dal tempo divennero consumati,
e gli occhi, nell’orbita incanalati.
Un forte vento spazzò via il fogliame brutalmente,
la sua simbiosi emotiva con la natura era assai evidente,
il buio ci inghiottì entrambi,
scomparve l’albero e l’altalena, il cestino e la madre con i suoi modi
strambi
“credimi piccola, la verità non è cattiva, la verità è ….solo la verità.
Il tuo posto è proseguire nel tuo cammino, in pace, nell’aldilà;
restare qui fa star male sia a te a chi ti sta intorno
strana la morte, ma non ne esiste di buona o di cattiva, e ahimè neanche
il ritorno!”
La bimba, al confronto di quel mondo proposto,
si piegò sulle ginocchia iniziò a piangere con il viso dalle sue mani
nascosto,
quel suono del suo pianto fu un forte eco,
la sua figura iniziò a divenire opaca e poco a poco un ricordo bieco.
Il Sommo Salice
Il vento si ingrossava come un mare in
tempesta,
un onda di foglie gialle, rosse e arancio mi avvolse dai piedi alla testa,
come uno sciame di vespe assassine,
su di me accanite a dozzine,
mi trascinarono, tiravano e scorticavano
verso un profondo burrone non molto lontano.
Mi gettai di colpo a terra, afferrandola, stringendola nella stretta del
mio pugno,
ma dalle mie dita, la terra fuggiva via come acqua con disdegno,
come dicendomi “io non appartengo a nessuno”
ansioso della speranza di trovare
un appiglio opportuno,
“ora basta!”
Un grido forte placò la tempesta di vento, lo sciame e la poca luce
rimasta.
“Chi osa disturbare, dei non viventi, il sonno di pace?
E pur terra sacra dove i pensieri con il loro cuori infranti nella terra
giace”
La quiete fu trionfante.
Il silenzio nelle orecchie era risonante.
Mi alzai con il cuore in gola, il cimitero riprese forma e con esso la
bruma e la paura
“Chi sarà mai che alla mia vita, in questo luogo di morte, abbia avuto
cura?”
“Taci ! che muoiono le tue parole,
Oh, le mie povere orecchie, cosa avranno mai fatto di male per udire tali
bazzecole”
La voce ora, rauca e traballante proveniva dal salice,
i cui rami si aprirono svelandomi il tronco e ciò che era al suo pedice.
Lo scheletro di un povero viandante,
morto da anni probabilmente.
Si udiva un lento respiro e un
ronfo di sognatore,
di chi dormiva tranquillo da lunghe ore.
“Siete voi che il vento avete fermato,
con il solo vostro fiato?”
guardai lo scheletro, pensavo che lui avesse parlato,
dato che a quel punto tutto mi sarei aspettato,
“dove pone il tuo sguardo?
Quello è uno scheletro non vedi, e anche morto da codardo!
Rimembro ancora il tendere della sua corda,
legata al mio ramo, e lo stridere della sua voce sorda”
Mi girai ed era il tronco del salice che aveva parlato.
In esso vi era il volto di un vecchio uomo immortalato,
le rughe della corteccia ne calcavano la sua età.
Trattai questa volta l’evento con gran serietà.
“Oh siete voi!”
Ormai avevo accettato la cosa, non mi bastava altro ne un seguito ne un
poi.
“Certo che sono io, chi credevi ch’io fossi?
Pochi brandelli di carne … e un mucchio d’ossi?
Esclamò l’albero scontento del mio entusiasmo,
e beffandomi con il suo sarcasmo.
“Perdonate signor salice,
ma ormai tutto è divenuto ai miei occhi così semplice!”
Ci fu silenzio e poi di nuovo il ronfo, il salice di nuovo si era
addormentato.
Sorpreso dal suo sguardo muto e nel tempo congelato.
Al più possibile mi avvicinai cosi che in una delle sue radici ebbi
inciampato,
catapultato al tronco ero aggrappato.
“Chi osa disturbare, dei non viventi, il sonno di pace?
E pur terra sacra dove i pensieri
con il loro cuori infranti nella terra giace”
Con testuali parole il salice disse nuovamente,
dal colpo svegliato bruscamente.
“Son sempre io, ricordate?...vi siete di nuovo addormentato,
dallo sciame di foglie poco fa mi avete salvato?”
“Oh, le mie povere orecchie, cosa avranno mai fatto...”
““di male per udire tali bazzecole”…
lo avete già detto!”
“Osi prender burla delle mie parole?”
“No, non oserei mai, perdonate questo equivoco spiacevole!”
Il salice assonnato, ingoiò un grumo di saliva che aveva nella gola.
“Beh sì, accetto il tuo perdono e che sia l’unica, la volta sola!”
Ancora silenzio, aveva il sonno facile,
e al primo ronfo udito gridai al vecchio salice.
“Signore, perdonate
Ma occorre che di nuovo non vi addormentate!”
“Chi sei tu? Cosa ci fai tu qui, questo non è ne il tuo tempo ne il tuo
posto
Vai via! ... via! Vattene, prima che i vermi ti divorino ad ogni costo!”
“Se son qui, in questo posto, a parlare con lei, vuol dire che c’è una
ragione,
anche la più vaga, ma di certo non è una semplice combinazione!”
“parli come un saggio …..ma sei giovane, troppo per la mia udienza.
Ritorna quando avrai più esperienza!”
Disse mentre i suoi occhi lentamente si chiusero,
ma i suoi rami piangenti al mi torso si avvolsero.
“Ma signore, un uomo smette di acquisire saggezza,
un attimo prima che ha della sua morte la certezza,
anzi è la morte stessa un’altra, l’ultima, esperienza,
forse la più matura di tutte, che mette a dura prova la coscienza!”
“Oh, guarda chi doveva capitarmi alla mie età …
Un filosofo o un burlone che fa un uso sconsiderato delle parole, dimmi
tu la verità!”
Ridendo quasi con disgusto.
“da quanto capito voi siete colui che domina questo posto?”
“Tu mi chiameresti, usando le tue
effimere … parole …, il giudice;
decido chi può restare e chi invece deve andare, un concetto tanto semplice!”
Mi sollevò dal terreno e mi scostò di qualche metro verso le tombe
anonime.
“quindi siete voi che giocate con le anime,
e nel tempo, con i loro cuori, i rancori e le paure, le tormentate!”
“Sei in errore giovanotto, io giudico le persone come loro vogliono
essere giudicate.
Se vogliono, sono loro che tormentano se stessi,
le paure, i rancori, i sogni dimenticati e pensieri depressi!”
Il vecchio salice nel sonno ricadde di nuovo con il suo lento ronfo,
i suoi rami piangenti lasciarono la presa e a terra caddi con un grande
tonfo.
“Chi osa disturbare, dei non viventi, il sonno di pace?
E pur terra sacra dove i pensieri
con il loro cuori infranti nella terra giace”
Ancora disse svegliandosi di soprassalto,
i suoi rami mi agguantarono e come un prigioniero, mi sollevarono, in
alto.
“Signor giudice son sempre io, mi avete appena raccontato la vostra
storia!”
“Chi sei tu? Io di te non ho memoria!”
“Io so chi siete voi e quel che sono io non ha gran importanza,
di cosa fate ne ho abbastanza !”
“Un affronto è questo?”
“il vostro lo è con questo gesto!”
Mostrandomi divincolante a più di due metri di altezza,
legato stretto, mani e piedi per l’esattezza.
“tu sei quel che sei, lo rinneghi?”
“No signor giudice, non rinnego, quindi per favore mi sleghi!”
Mi lasciò andare con un gesto impulsivo.
“Un uomo, sei tu un uomo, e per di più ancora vivo!”
Poi aggiunse brontolando,
anche se lui sapeva che io lo stessi ascoltando.
“Perché se venuto fin qui… in questo posto dalla morte persuasa?
Non hai un posto dove rifugiarti la sera, non hai una … casa?”
“E’ quel che io cerco nel mio cammino dopo tante rivelazioni,
è un colle assolato con poche
abitazioni,
con due pini, una quercia, un salice
e una casucola in cima,
in legno antico a cui tengo una gran stima,
e di un ruscello dove sgorga acqua
color cielo e limpida come la neve,
e sentirsi lieve e sazio quando uno la beve,
e della terra sotto ai piedi puoi assaporare,
morbida e fertile sulla quale poter coltivare,
e di stelle, tante stelle che nella notte ballano contente,
attorno alla luce della Serva Luna assai potente,
che di lei luce rispecchia la chiesa dal portico al suo apice,
un alto campanile le sta accanto come un suo amato complice!”
“beh il posto che tu cerchi non è qui, mi dispiace.
Questo è solo un luogo dell’eterna pace!”
“credevo che voi ….”
“Che io sapessi indicarti la strada, è questo quello che vuoi?”
Il salice rise con una risata sfarzosa,
mi guardò e disse con tono austero e la faccia boriosa.
“non è certo un mio problema!
Non mi importa della tua situazione che sia irrilevante o estrema!”
Smosse qualche radice e il terreno
sotto ai miei piedi franò,
scaraventandomi via dal quel declivio, di andar via mi ordinò.
Ritornò in un batti baleno al suo sonno eterno.
abbandonato a se stesso e al suo corrotto governo.
La fioca luce verde salmastra lentamente sfiorì,
ingoiando il vecchio giudice che nel buio assopito morì.
Il mucchio di scheletri
Il vento ritornò di nuovo, muto questa
volta, privo di alcuna pietà,
freddo e così aspro da attraversarmi il petto con pura libertà.
Una lieve frana del terreno, smosse le tombe e le lapide accantonate,
su se stesse, sprofondando nel centro della terra furono condannate.
I poveri scheletri adagiati e mescolati nel terriccio, intonavano un coro
lagnoso,
imploravano pietà per una onesta sepoltura, per ritornare al loro riposo,
se pur degno, meritato o accidentale.
In ugual misura cantavano come un piccolo coro di Natale.
“Da pure al mondo le tue carni,
ogni tuo valore che dai ai tuoi giorni;
ma dai a Dio la sua anima,
essa l’appartiene poiché fa di noi la vera stima”
Appigliati alle ossa sporgenti,
lembi di abiti sventolavano ai forti venti.
Un vecchio cappello a cilindro appartenuto forse a un nobile,
diamanti luccicanti in un anello fra le falangi di una nubile,
un encomio, fra le costole di un generale, dal tempo consumato,
aggrovigliato fra le vertebre di un semplice soldato,
su di esso il generale pesava,
schiacciandolo come una dimostrazione del grado che mostrava.
Una vecchia tuba di un musicista solitario,
il rachide ricurvo di un onesto contadino, esili e calcato da logorio.
Beni materiali mischiate con le loro ossa,
forma empirica di non fede, forse, fede gettata li fra le tante cose
ormai dismessa,
un oggetto usato sol quanto si voglia dalle più nobili alle più comune
genti,
un capro espiatorio negli inspiegabili eventi,
un premio per una buona condotta, una filosofia ai sentimenti umani
adattata,
usata, sfruttata, abusata e dalle malignità umana violentata.
Che orribile scenario è per la mia anima oltre per i miei occhi,
ammassati come sterco, buono solo per vermi e per il picchiettare degli
uccelli coi becchi
quel che prima erano persone viventi,
camminanti e pensanti,
ora, con la terra dovevano far i conti,
implorando che non la divori e che del loro ristagno si accontenti.
Fui attratto da quell’orrore,
al punto da provare al petto per loro un gran dolore.
Quel coro sinfonico di dolore continuò a travisarmi il cuore,
parevano aggrapparsi alla terra per da essa sfuggire,
ma essa con impeto vuole tutti loro inghiottire,
Con l’aiuto del tempo, la terra ci sarebbe riuscita.
Un orrore che ti induce a pensare di cosa ne fa Dio della nostra vita.
“Ahimè. Quale utilità hanno tutti quei nomi, le date, le croci,
teschi sorridenti da ghigni feroci,
le lastre di marmo e icone dell’Arcangelo Michele Beato,
che con quella spada perisce il lato maligno che Dio ha lui stesso
creato,
in quel posto che anche Mastro Sole ha da tempo abbandonato?
Ciò che serve questo posto è una mano tesa di coloro che hanno amato,
una mano di un parente o la stessa mano di chi in questo mondo l’ha
mandato”
fu quello che capì dallo sguardo di uno scheletro dagli altri distaccato,
come se alla cima si fosse trascinato.
lo vedo nei miei occhi, si, lo vedevo vivo e vegeto nella mia mente
proietto,
con le carni e il cuore che gli batteva stremato nel petto,
poco più di un ragazzo, dalla fame razziato,
ucciso per il solo senso di esistere da chi del potere ne fa degli altri
il fato.
Un tozzo di pane implorava,
ecco perché tendeva la mano mentre dalla paura tremava,
quegli occhi vitrei del ragazzo scintillavano come i raggi di Mastro Sole,
che urtavano contro lo specchio d’acqua, della vita lui non era stanco ma
debole,
il suo cuore voleva vivere, voleva essere grande, voleva essere uomo,
voleva, ancora, essere …
e non morire per poi finire nella terra le sue viscere,
ora dalla mano destra tesa ne è rimasto solo le falangi color avorio,
rimaste li nel tempo congelato, come un oggetto qualsiasi, un comune
accessorio,
come un dipinto che la morte poteva guardare compiaciuto come il suo preferito,
il suo capolavoro che ha sempre desiderato con merito,
l’ulna, il radio e l’omero protesi in avanti ancora in cerca della
speranza,
che però ha dato in dono alla sua anima pace in abbondanza,
riposarsi, saziarsi e dissetarsi in eterno,
lasciando a noi umani in nostro inferno.
Ora, ne rimane uno scheletro, il più piccolo di tutti.
Quante storie potevano raccontare quegli scheletri dalla morte distrutti,
gli occhi ritornarono al giovane soldato,
egli rivisse di nuovo nella mia mente, lo vidi ed era dalla guerra
terrorizzato,
lui che il voler uccidere un suo simile era un enorme abominio,
ma costretto di chi ha del suo volere il dominio,
aveva ancora un fazzoletto rosa fra le mani rovinate di chi aveva
l’incarico ai cannoni,
e non una pistola o una spada a differenza dei suoi commilitoni,
forse fu per questo che due colpi gli trapassarono da schiena a petto,
dai suoi pensieri felici e pieni di pace distratto,
era della sua amata, lui l’adorava,
in memoria dell’amore che provava,
morto nel pregare di rivederla,
sorridente e magari in un bagliore di luce,
ma fu la luce di un esplosione a non essere più della guerra un reduce.
Un suono ingombrò di impatto quel coro.
Difficile fu il distacco, quasi nella scia dell’oblio mi trascinarono
loro.
Il becchino
Il cupo tonfo del ficcare nel terreno una vanga,
ovviamente, come tutto, non sapevo assolutamente da dove esso provenga.
Poi, fra il buio tenebroso,
spuntò un’ombra, che sembrava essere con la terra molto laborioso.
“voi laggiù …..so che ci siete,
vi ho visto e anche sentito … Orsù, rispondete!”
raggiunsi frettolosamente l’ombra nel buio poco distante,
scavalcai un declivio e lo raggiunsi in un istante.
I contorni di delineavano man mano che mi avvicinavo,
di chi fosse o cosa fosse non più ci pensavo.
Uno spettro, un albero parlante,
o un prestigioso mago dall’abito galante,
non importava, ciò che contava aver contatto con qualcosa di concreto,
un qualcosa che mi distaccava dalla morte e dai morti, stenderci sopra un
grosso tappeto
un punto di luce rossastra dalla
bruma intravedevo,
Ma nulla di normale era, ma ci
credevo.
Il punto di luce era il bruciare della cartina di una sigaretta,
che fumava quel tizio con la vanga e la bombetta.
Quando ebbi la sua immagine non fui affatto sorpreso, era il becchino,
una giacca logora e un orologio con una piccola catena che pendeva dal taschino.
Fui impressionato quando vidi che nello strappo sua della camicia stretta,
Non vidi la carne del suo petto, ma le costole fumanti dal fumo della
sigaretta.
Un morto vivente sembra che si dice,
canticchiava, mentre la sigaretta ondeggiava sulle labbra come
un’appendice.
Privo di occhi, labbra color della Serva Luna e la pelle che pendeva come liquefatta.
Impegnato a scavare una fossa perfetta.
“Non fissarli ti dico!”
Disse il becchino muovendosi traballando spasmodico,
come un burattino senza fili,
privo di profili.
“Se no, i morti ti parlano”
Giunse scostandosi la bombetta con le dita che tentennavano.
“Beh credo che sia già avvenuto,
i morti già mi parlano e nelle maniere più assurde che hanno potuto!”
“Cenere alla cenere, polvere ecco quel che siamo!
Niente di più semplice, aria che noi poi respiriamo”
“E dopo?...cosa succede dopo?”
era della mia domanda lo scopo.
L’affossatore si fermò,
e una lunga scia di fumo della sigaretta sbuffò.
“Dopo?.....non c’è un dopo!”
Misantropo.
“Se vuoi un dopo allora te lo devi costruire da solo, c’è chi questo lo
apprezza!
Scavo buche tutti il dì, in uguale larghezza, lunghezza e altezza.
Sempre uguali, per conti, generali e assassini,
anche per mucche, porci e asini!”
Ah la morte!… magari fosse cosi semplice.
Nulla in questa vita, questa è quell’atra è davvero facile!”
Scavò canticchiando le sue assurde parole vaghe e privo di alcun valore.
“Oh vi sbagliate caro signore,
voi non credete ad oltre perché siete ancora qui intrappolato,
dai vostri compiti terreni con o senza significato,
ma c’è io ve lo giuro! io ci credo,
io ci credo!”
Il becchino mi guardò,
alzò le sopracciglia, o quel che rimanevano, e con l’indice la strada mi
indicò.
A nord, poi da uno sbuffò con il fumo della cicca scomparve.
Seguii la sua direzione, un
sentiero piccolo, scuro e pieno di curve.
Io, deciso andai,
e nel sentiero senza paura mi inoltrai.
La bruma danzatrice
Le cime aguzze delle pietre sotto ai miei
piedi,
consumarono le mie misere scarpe, cosi in pasto alla terra le diedi.
Scalzò continuai il sentiero,
stretto, con arbusti taglienti con uno strano siero,
che al contatto con la pelle bruciava,
e complice con il freddo si arrossava.
A notte fonda ogni passo era una impresa,
ammorbato dal gelo che attendeva la mia resa.
Il fiato tremolante dalla mia bocca sbuffava in curiose forme,
fiato dopo fiato le forme si plasmavano in forme pi grosse a volte
persino enorme.
“come puoi amico fiato, anche tu farmi degli scherzi nel mio stato,
burlarti con i tuoi giochi visto ch’io stesso t’ho creato ?”
Sbuffai e il fiato emesso non si dileguò facilmente,
anzi rimase raggrumato lì davanti ai miei occhi incassati dal freddo
pungente.
Lentamente un altro sbuffo si uni ad essa,
che poco a poco formò una struttura assai più complessa.
Mi fermai di colpo dubbioso di ciò i miei occhi vedevano.
“Ora anche la mia aria vuol prendermi in giro !” dissi sventolando la
mano.
Ma incredibile fu che la nube disfatta,
ritornò ad essere ancor più compatta,
fin a che dianzi ai miei occhi vidi formarsi una autentica danzatrice,
una sagoma di donna fatta interamente di aria e bruma con intenzione
adulatrice,
si divincolava, incurvava, come una danzatrice del ventre,
la sentivo ridere e venirmi a dosso e scontrarsi e attraversare il mio
corpo e passare oltre
un gioco nel quale lei si divertiva,
beffa o no, non poteva portarmi come la linfea alla deriva.
“Chi sei tu?...ti avverto non sono molto paziente ”
Dissi io ma lei catturò le mie parole e le sussurrò alle mie orecchie
nuovamente,
orbitava intorno a me e fissava i miei occhi.
Le piaceva quel gioco ero per lei il paese dei balocchi.
“Se non sai chi sei…allora saprai cosa sei?”
sussurrò di nuovo le mie parole cosi capi che era solo tempo che con essa
perderei
“Addio chi o cosa tu saresti!”
Incamminandomi ma la sagoma si pose dinanzi con gli occhi tristi.
“Devo proseguire nel mio cammino!”
La sagoma fece un educato inchino,
e un nido fra i rovi indicò.
“entra” volle dirmi con i suoi gesti ed io feci quel che mi ordinò.
Il ritorno a casa
Una tana di una volpe o di un qualsiasi
altro animale poteva essere,
ma nel suo interno un punto di luce fluttuante vidi e senti il benessere.
Ne freddo ne dolore.
A cavalcioni come una tartaruga poi strisciai verso il buon odore.
Il cuore batteva come un tamburo tribale,
e il fiato si calcava nel petto, profondo che dallo stomaco alla gola
sale.
Ecco la fine del tunnel, uscì allo scoperto.
Mi alzai ma nulla vidi perche tutto dalle nuvole era ricoperto,
sentii un gallo cantare e una stella brillare nel cielo,
vedere poco a poco la nuvola scoprire un colle come da un velo,
sentii di una chiesa giù in valle lo scampanare felice,
poco a poco scoprire la cima di un quercia, due pini e un salice.
Ecco poi comparire la mia casucola in legno antico,
riemergere da un sogno fantastico.
Un inno alla gioia del famoso compositore,
sentivo dentro come l’adrenalina di un vincitore.
Ci fu l’alba, il cielo si tinse in mille colori.
Le lacrime scivolavano sulle guance come la rugiada sui petali dei fiori.
Un corvo gracchiò su un ramo di un melo alle mie spalle,
un vecchio amico assomigliava, lo salutai con inchino e lui volò giù a
valle.
Tutto era al suo posto,
ogni cosa esisteva nel modo giusto.
Vidi spuntare trionfante Mastro Sole.
dai colmi e dai comignoli delle piccole casucole,
ed io quel giorno nacqui, io quel giorno per il mondo inizia a vivere.
Io quel giorno smisi di far domande e a me stesso cominciai a credere.
-FINE-
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